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Di cosa si parla

Avatar delle identificazioni

22/4/2023

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Argomento del convegno UFORCA del 3 giugno 2023


Gil Caroz
​

Se ci riferiamo a due dei significati della parola avatar, quelli di evento increscioso e quello di trasformazione, identificazioni e avatar vanno di pari passo. Non esiste un'identificazione tranquilla e immutabile. Lo psicoanalista ne è spesso testimone quando un soggetto gli rivolge la domanda di ristabilire un’identificazione che ha vacillato. Perché se l'identificazione è una prima modalità di rapporto con l'Altro, resta comunque il fatto che si tratta di un elemento con cui si copre la barra che divide il soggetto, e questo buco può riapparire dietro la copertura. Inoltre, se l'identificazione è sempre fatta da un significante preso dall'Altro, essa è anche in qualche modo correlata, al godimento. I baffi di Hitler, come tratto unario che condensa il suo “piccolo plusgodere”, sono un esempio paradigmatico di significante investito di godimento intorno al quale si organizza l'identificazione di una folla. Ora, significante e godimento sono due elementi eterogenei. La loro articolazione, non essendo mai perfetta, può produrre solo avatar.
Una cura analitica è di per sé un avatar delle identificazioni, poiché le trasforma. Quando l'essere del soggetto vaga da un significante all'altro senza potersi inscrivere sotto un S1 che lo plachi, l'analisi li consolida. Quando il soggetto è, al contrario, fissato sotto uno o più significanti che lo costringono a un rapporto monolitico con il mondo, scioglie le identificazioni. In questo caso il percorso di un'analisi può essere descritto come il passaggio dall'identificazione alla disidentificazione. Al termine di una cura il soggetto trova per l'identificazione un uso al di là della determinazione, e l’identificazione diventa uno strumento a sua disposizione.


Tra ideale dell'Io e oggetto a


La teoria analitica dell'identificazione ha un piede nella clinica e un altro nelle identità collettive come si manifestano nei momenti salienti di disagio nella civiltà. Ai tempi di Freud i significanti dell'identificazione erano tratti da un Altro coerente il cui modello era il padre. Come mostra il grafico del desiderio, l'identificazione si costruisce lungo un percorso che parte da $ e termina in I(A). L'ideale dell'Io è qui presentato come l’unico significante identificativo. Le tre famose identificazioni descritte da Freud in Psicologia delle masse fanno parte di questa modalità di collegamento con un Altro coerente: l'identificazione con il padre del complesso di Edipo; identificazione con il tratto unario che implica sia la rimozione sia l'inconscio; e l'identificazione isterica con il sintomo, che diventa epidemica.
Il riferimento al padre dell’Edipo, padre modello, va in solido con un altro, quello al padre che gode di Totem e Tabù. L'ideale dell'Io, I(A), e l'oggetto a sembrano così sovrapporsi, e il godimento si trova negato dalla castrazione. Ciò non impedisce a Freud di rilevare fin dall'inizio un'ambivalenza tra amore e odio verso il padre, che è solo una metafora della radice pulsionale alla base di ogni identificazione, una pulsione orale che spinge a distruggere l'oggetto amato divorandolo. Questa ambivalenza rischia di diventare un disturbo quando questo godimento trabocca dall'Ideale e lo intacca o, per dirla in altro modo, quando la consistenza di I(A) diventa l'inconsistenza di I(Ⱥ). Si tratta allora di un evento increscioso, un avatar, che può condurre il soggetto all'analista.
Con Lacan, l'identificazione va considerata alla luce dell'era dell'Altro che non c'è e dell'ascesa allo zenit dell'oggetto a. In quest’epoca, la cui logica è quella del non-tutto, il significante padrone dell'identificazione non può più essere unico, è pluralizzato. Le identificazioni vengono di conseguenza minate, i loro avatar si moltiplicano. Gli agenti della castrazione sono indeboliti e il godimento, piuttosto che rimosso o cancellato, risulta presente e positivizzato come plusgodere: «Da un lato – indica Jacques-Alain Miller – il plusgodere comanda; dall'altro, le identificazioni sono sostituite dalla valutazione omogenea delle capacità”. Con il declino del padre lo scientismo è venuto a sostituire la scienza. Dove la scienza produce un soggetto diviso alla ricerca di un significante che lo rappresenti, la valutazione offre a questo soggetto un'identità pronta da indossare, a condizione di consentire a ridursi a oggetto misurabile.


Il significante dell'identificazione e la sua assenza


L'identificazione con il sintomo, che ci si può aspettare alla fine di un'analisi, si accorda con quest’epoca dell'Altro che non c'è, perché una volta pluralizzato o superato il Nome-del-Padre, il sintomo, diventato sintoma, fornisce al soggetto un assise accettabile nell’esistenza. Non si tratta di un unico punto di capitone, come il Nome-del-Padre, ma di un nodo messo insieme da un lato dai significanti padroni organizzati in serie tendenti all'infinito e aventi valore di denominazione, e dall'altro dalla stretta su un oggetto con valore di godimento. Sottolineiamo che questa identificazione con il sintomo va distinta dall’identificazione attraverso il sintomo descritta da Freud nel suo celebre esempio del collegio femminile.
L’ultimissimo disagio della civiltà ci pone di fronte a un'identificazione con l'era del dico che ha costituito il titolo delle 52° giornate dell’Ecole de la Cause freudienne: “Io sono quello che dico”. Durante l'ultimo convegno Uforca, seguito da una pubblicazione dal titolo La solutione trans, J.-A. Miller ha aperto la strada a una nuova teoria dell'identificazione adattata al nostro tempo. Egli ha così notato, in relazione a uno dei casi presentati, che l'S1 «in quanto significante identificativo, dove la posizione soggettiva sarebbe identificata con il corpo, ha levato le tende.» Senza farne il paradigma della transizione, possiamo supporre che questa assenza di S1 identificativo si riscontri in altri casi contemporanei. Un insieme vuoto viene al posto di S1, ed è una serie S2, S3, S4, S5... che viene investita, alla ricerca di un significante per supplire a questo vuoto di significante identificativo. Siamo molto lontani qui dall'Altro coerente del tempo di Freud. Insomma, che si tratti dell'Altro simbolico come tesoro dei significanti o del corpo come Altro, il soggetto non trova alcun appoggio per identificarsi. In assenza di una risposta da parte dell'Altro, è probabile che sprofondi in una disforia. A questa il soggetto cercherà di rispondere o con un significante preso dalla serie S2, S3, S4, S5..., che sarebbe un nuovo nome, o con una modificazione del corpo, o con entrambi.


Un'identificazione ripiegata sull'asse immaginario


Questa lettura in tre tempi della clinica degli avatar delle identificazioni non ci fa dimenticare altre prospettive, in particolare la distinzione tra l'identificazione immaginaria e quella simbolica su cui Lacan insiste (9). Partiamo dell’idea che, come dice Lacan, “quel che di concreto c’è nella nostra esperienza riguardo all’identificazione è un'identificazione del significante” e questo anche se, come abbiamo visto, si tratta di un significante articolato con il godimento. Il paradigma di questa identificazione simbolica, come abbiamo visto, è l'identificazione con l'Ideale dell'Io. Questo però occasionalmente ricade sull'asse immaginario e, in questo caso, ci troviamo di fronte a un'identificazione con l'io ideale piuttosto che con l'Ideale dell'io. Su questo asse abbiamo un'intera gamma di modalità immaginarie d’identificazione che va dal semplice io forte all'io megalomane passando per l’io narcisistico. In questi casi l'identificazione non si appoggia alla metafora paterna. In assenza del Nome-del-Padre, l'identificazione immaginaria si esaspera.
Questo effetto della preclusione del Nome-del-Padre sul registro immaginario dell’identificazione si coglie nell'indicazione di Lacan in relazione al presidente Schreber, quando considera che, «non potendo essere il fallo che manca alla madre, gli resta la soluzione di essere la donna che manca agli uomini”. Questa soluzione è elaborata dal lavoro del delirio schreberiano e si cristallizza nell'idea megalomane di essere la donna di Dio.


L'identificazione non è incarnazione


Resta però da chiarire una sfumatura: bisogna distinguere l'essere del soggetto dalla sua identificazione. L’identificazione, come abbiamo detto, dipende dal significante. Ora, quando Lacan parla qui di "essere il fallo", non si tratta del fallo come significante che rappresenta il soggetto per un altro significante, che riguarderebbe l'identificazione, ma di un soggetto che è il fallo, che lo incarna con il suo essere, senza distanza dal significante. Questa distinzione tra identificazione e incarnazione è ancora più chiara in un passaggio di Lacan tratto dalle sue “Due note sul bambino”:
La distanza tra l'identificazione con l'ideale dell'Io e la parte presa dal desiderio della madre, se non ha alcuna mediazione (quella normalmente fornita dalla funzione del padre) lascia il bambino aperto a ogni presa fantasmatica. Egli diventa l'"oggetto" della madre, e non ha altra funzione che rivelare la verità di questo oggetto.
Il bambino realizza la presenza di ciò che Jacques Lacan designa come l'oggetto a nel fantasma.”
Così, identificarsi con l'Ideale dell'Io e realizzare la presenza dell'oggetto sono due posizioni distanti l’una dall’altra. La prima coinvolge il significante come rappresentante del soggetto presso l'Altro, la seconda è l'effetto dell'impossibilità di staccarsi dal significante identificativo. È un avatar dell’identificazione.
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