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Il buon uso dell'inconscio

Conferenze, seminari, interventi e testi del dott. Marco Focchi
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Una sigla per il coronavirus: #23312

23/3/2020

1 Comment

 
Foto


Marco Focchi

​C’è un’immagine che gira per la rete, distribuita all’origine da Reuters, agenzia di stampa britannica, e realizzata da Alissa Eckert e Dan Higgings. La si trova facilmente su internet inserendo su Google il suo codice: #23312. È stata creata per l’agenzia statunitense Center for Disease Control (CDC). Il Corriere della sera del 30 gennaio la presenta con questo titolo: “Coronavirus, svelato il vero aspetto del virus 2019-nCoV”. 


Il titolo è tipicamente sensazionalista: se ne abbiamo svelato il vero aspetto ne teniamo in mano almeno un lembo, abbiamo smascherato quel che prima era un nemico invisibile. Perché in effetti, con un diametro dai 20 ai 300 nanometri (un milionesimo di millimetro) il corpuscolo che insidia attualmente le nostre vite e che tanto impatto ha avuto nel modificare le nostre abitudini rimane per essenza invisibile, a meno di non disporre di quell’indispensabile microscopio elettronico che non tutti abbiamo di solito nella cassa degli attrezzi.
L’immagine tuttavia non è una foto, è una CGI (Computer Generated Image), una parvenza insomma. È un’illustrazione digitale, ed è un po’ come le immagini delle fiabe sui libri che leggevamo da bambini. L’Orco non l’avevamo mai visto in carne ed ossa, però sul libro la sua figura c’era, e averlo su una pagina che si poteva aprire, ma anche chiudere, un po’ ci rassicurava.
Del virus che sta cancellando i nostri calendari e che ci allontana fisicamente gli uni dagli altri (anche se sì, si canta insieme dai balconi, ma non è proprio lo stesso) abbiamo così un’immagine inventata per confortare il nostro immaginario fiabesco, e abbiamo anche una sigla astrusa per dargli un posto nell’ordine simbolico. C’è qualcosa di reale in questo? Non il corpuscolo nanometrico che fa da referente all’immagine e alla sigla, il quale, per quanto invisibile a occhio nudo, è purtuttavia un ente empirico, qualcosa che appartiene alla realtà nel suo intreccio di immaginario e simbolico, quella realtà che ci serve per orientarci nella vita quotidiana, ma che non ci dice nulla del reale che ci riguarda. Possiamo dire che appartiene al reale della scienza, come le onde hertziane di cui parla Lacan nel seminario XVII e di cui nessuna fenomenologia della percezione ci ha mai dato un’idea. Il reale della psicoanalisi però, sappiamo, è diverso. Dove sentiamo che ci scuote in questo momento? Nel rimescolamento delle nostre relazioni con gli altri e con il mondo. Non possiamo più godere di quel che sosteneva il tessuto delle nostre vite, e la sospensione che si prospetta appare doversi prolungare talmente, che sarà difficile riprendere tutto come prima nella stesso modo, come fosse stata solo una brutta parentesi. Il reale nel nostro senso è toccato negli effetti che il microorganismo produce sul ritmo delle nostre esistenze, nella lama che separa chi vive e chi muore, nella catastrofe dell’economia mondiale.
Diciamo, con Lacan, che il reale è senza legge. Questa crisi lo dimostra in modo lampante. Si presenta nel mondo qualcosa di sconosciuto, che la scienza non sa dominare (non ancora) e appare lo sconquasso. Il reale affiora in questa mancanza di parametri, di linee guida, che costringe le amministrazioni a improvvisare, che fa brancolare nel buio i virologi, che getta nel caos la medicina, priva di mezzi sicuri e provati per reagire all’attacco.
Il progetto di dominare l’ente, che da Parmenide a Einstein è stato il filo rosso del pensiero occidentale, e che con la tecnica moderna è giunto al suo massimo compimento, ha in sé evidentemente dei limiti invalicabili che la psicoanalisi ha messo bene in luce nella sua pratica, e che adesso appaiono alla lente d’ingrandimento di un ente senza un’immagine adatta al nostro immaginario, con una sigla che si riempie solo del senso delle nostro inquietudini, e con un referente che si fa largo con veemenza in una realtà che non lo contemplava e per il quale non era progettata.
Naturalmente supereremo questo momento, #andratuttobene, ma l’uscita implicherà un’importante riconfigurazione del nostro modo di vita nel quadro della politica, di cui si intravedono già le diverse linee nascenti, nel contesto della società civile, la cui esistenza si fa solidamente valere oggi smentendo quanto affermava un po’ di anni fa Margaret Thatcher, nella presenza delle istituzioni, e nella pratica della nostra clinica, che già sta facendo i conti con prospettive che vanno al di là dei nuovi sintomi.  
1 Comment
Giovanni T.
28/3/2020 07:51:55 pm

Caro dottor Focchi,
grazie di queste parole, che forniscono un orizzonte a un evento di portata in-audita e quasi irrappresentabile. I nostri corpi e le nostre fragilità sono esposti a un reale che non dà tregua e che rivela l'inanità delle nostre illusioni di dominio, a tutti i livelli.
Ne usciremo molto cambiati, con nuove cicatrici ma spero anche con nuove prospettive e una nuova virtù cardinale che ci accompagni: la resilienza.

Un caro saluto,
Giovanni T.

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    Marco Focchi riceve in
    viale Gran Sasso 28
    20131 Milano.
    Tel. 022665651.
    Possibilità di colloqui in inglese, francese, spagnolo
    [email protected]

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