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Spazio genitori

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È normale che un genitore si senta più vicino a un figlio rispetto all’altro?

17/4/2026

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Gentile Dottore, ho due figli, uno di 10 e uno di 7 anni, e mi accorgo con disagio che con il più grande ho un rapporto più naturale, mentre con il più piccolo faccio più fatica a entrare in sintonia. Non c’è nulla di “oggettivo”, ma è come se con uno mi venisse tutto più spontaneo e con l’altro no. Questa differenza mi fa sentire in colpa. È normale che un genitore si senta più vicino a un figlio rispetto all’altro? E come si può gestire questa cosa senza creare squilibri? La ringrazio.
R.

>Gentile R.,
​
Ciò che descrive — sentirsi più in sintonia con un figlio che con l'altro — è qualcosa di molto comune, anche se raramente detto ad alta voce, proprio per il senso di colpa che produce. Il primo dato rassicurante è questo: il senso di colpa stesso testimonia che lei è un genitore attento e responsabile. Chi non si cura del proprio rapporto con i figli non si pone queste domande.
Vale tuttavia la pena capire da dove nasce questa differenza. Non si tratta quasi mai di amore in senso quantitativo — non si ama di più l'uno e di meno l'altro. Si tratta piuttosto di risonanza: ogni figlio, con il suo carattere, i suoi ritmi, il suo modo di stare al mondo, incontra in modo diverso qualcosa di noi. Un figlio può assomigliarci in certi tratti e renderci più facile il contatto; un altro può essere più distante dal nostro stile emotivo, e richiedere uno sforzo maggiore di sintonizzazione. Non è un difetto, è la normale complessità delle relazioni.
Ciò che conta non è tanto il punto di partenza, ma la direzione. Può, per cominciare, riservare al figlio "più difficile" momenti dedicati, senza l'altro, in cui cercare attività o interessi condivisi — anche piccoli, anche banali. La sintonia spesso si costruisce nel tempo, non arriva spontaneamente. Non tenti poi di compensare con eccessi di attenzione forzata, che i bambini percepiscono come artificiali e che possono produrre l'effetto opposto.
Se la difficoltà permane o si approfondisce, un colloquio con un professionista può aiutare a capire cosa è in gioco, sia nel figlio che in lei.
I figli non hanno bisogno di genitori identici con loro, hanno bisogno di genitori presenti e onesti. Il fatto che lei se ne accorga e se ne preoccupi è già, in sé, una forma di cura.
Marco Focchi

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Mi capita di rispondere male ai miei figli

18/2/2026

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Lavoro a tempo pieno e spesso torno a casa stanca e con poca pazienza. Mi capita di rispondere male ai miei figli o di non avere voglia di giocare con loro. Poi però mi sento in colpa e ho la sensazione di non essere una “brava madre”. È normale alternare amore e insofferenza? Come si può distinguere tra stanchezza fisiologica e un disagio più profondo nel proprio ruolo di genitore?
F.

>​Gentile F.

amore e insofferenza possono certamente alternarsi, nessun sentimento, neanche nei confronti delle persone più vicine, è mai univoco. Essere genitori inoltre non significa essere sempre pazienti o disponibili: stanchezza e irritazione fanno parte della realtà della vita, ed è giusto che i figli ne conoscano le conseguenze, soprattutto quando si lavora molto e quando la vedono arrivare a fine giornata con poche energie. Questo non la rende una “cattiva madre”, ma una persona con dei limiti, come tutti.

La stanchezza fisiologica tende a migliorare con il riposo e lascia spazio anche a momenti di piacere e vicinanza con i figli. Un disagio più profondo, invece, si manifesta come fatica costante, distanza emotiva o senso di inadeguatezza che non si attenua nel tempo: in questi casi può essere utile cercare uno spazio di confronto con un professionista.

I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti capaci anche di riconoscere i propri limiti e, se serve, di ripararsi quando traversano un momento difficile, per riparare con questo anche i figli.

Marco Focchi
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Tendo a essere troppo protettivo

5/11/2025

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Mi accorgo che con mia figlia di 13 anni tendo a essere troppo protettivo. Ho paura che possa soffrire o sentirsi rifiutata, e finisco per intervenire anche quando dovrebbe cavarsela da sola. Me ne rendo conto, ne sono proprio consapevole, ma non riesco a lasciarle spazio. Hai dei suggerimenti? Come posso fare? Grazie mille
- Francesco

>>Caro Francesco 

è interessante che lei abbia consapevolezza del suo atteggiamento: è il primo passo per un cambiamento. Essere genitori di adolescenti è una sfida complessa, e il desiderio di proteggerli nasce dall’amore che si ha per loro. Proprio quell’amore può trasformarsi in un modo di crescita, se ben orientato. 

Le suggerirei di accettare che la sofferenza faccia parte della crescita: ogni esperienza, anche quelle dolorose, contribuisce a costruire una capacità di recupero. Intervenire sempre può privare sua figlia di questa possibilità.

Ricordi che non è lì per evitare ogni caduta, ma eventualmente per aiutarla a rialzarsi. Importante è anche riconoscere i suoi timori (di lei, Francesco). Si chieda dove nasce la sua paura: forse è legata a esperienze personali? A un senso di responsabilità? A un bisogno di controllo? Comprenderne l’origine aiuta a gestirla.

Può poi parlarne con qualcuno di fiducia: con altri genitori, con un terapeuta o un gruppo di supporto. Si tratta di aprire un dialogo autentico con sua figlia.

Condivida con lei i suoi sentimenti dicendole che a volte ha paura per lei, ma che vuole imparare a fidarsi di più, e questo può rafforzare il vostro legame.

Le chieda cosa si aspetta da lei: magari desidera più autonomia, ma sapendo che può contare su di lei. Si tratta di costruire insieme un equilibrio.

Faccia piccoli passi scegliendo situazioni in cui può lasciarla andare un po’ di più, osservando come se la cava.

Sostituisca il controllo con la presenza: invece di intervenire, può chiederle: “Come pensi di affrontarlo?” o “Hai bisogno di un consiglio?”

Celebri i suoi successi autonomi: questo rafforza l’autostima e la sua fiducia in lei.

Essere un genitore protettivo non è particolarmente un difetto. Ma trasformare quella protezione in fiducia è la cosa migliore.

Marco Focchi
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Bambina di 8 anni che da qualche tempo è diventata molto silenziosa

4/8/2025

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Buongiorno Dott. Focchi,  
sono il papà di una bambina di 8 anni che da qualche tempo è diventata molto silenziosa. A scuola le maestre dicono che è bravissima e che sa stare con i compagni, ma durante il tempo a casa gioca sempre da sola e sembra triste, non vuole raccontare nulla di ciò che succede a scuola e non ci dice perché non vuole parlare con noi. È figlia unica, e noi abbiamo sempre cercato di dedicarle del tempo esclusivo, per stare con lei e giocare insieme. Quando le chiedo se è successo qualcosa o se ha litigato con qualcuno, si chiude ancora di più. Come posso capire quale disagio sta vivendo e come posso aiutarla ad aprirsi? La ringrazio.

Filippo.

>Gentile Filippo,
la situazione che descrive è comprensibile e la sua preoccupazione è del tutto legittima. Il cambiamento nel comportamento di sua figlia merita attenzione, ma è importante approcciarlo con delicatezza.

Prima di tutto è positivo che a scuola non sembrino esserci problemi evidenti - questo suggerisce che ha ancora le risorse per funzionare bene nel contesto sociale e scolastico. Il fatto che si ritiri principalmente a casa può indicare che la sente come il luogo “sicuro” dove può permettersi di mostrare il suo stato emotivo.
A otto anni, i bambini attraversano spesso momenti di crescita emotiva complessi. Potrebbero esserci cambiamenti interni legati allo sviluppo, piccole dinamiche sociali a scuola di cui non è ancora pronta a parlare, o semplicemente un bisogno di maggiore spazio interiore.

Le suggerirei di evitare domande dirette come “cosa è successo?” che possono farla sentire sotto pressione. Provi invece a offrire la sua presenza senza aspettative: le stia vicino mentre disegna o gioca, senza necessariamente parlare. Provi a proporre attività insieme che non richiedano conversazione: cucinare, fare puzzle, ascoltare musica

Rispetti i suoi tempi: spesso i bambini si aprono quando si sentono meno osservati
Se questo periodo di silenzio dovesse prolungarsi oltre qualche settimana o se notasse altri segnali di malessere (disturbi del sonno, perdita di appetito, rifiuto delle attività che prima amava), potrebbe essere utile consultare uno psicologo.

Ricordi che a volte i bambini hanno bisogno di elaborare le loro emozioni in solitudine prima di riuscire a condividerle.

Un saluto cordiale
Marco Focchi
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Tende a isolarsi o a rifiutarsi di partecipare

18/3/2025

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Gentile Dott. Focchi,

sono la mamma di M., un bambino di 5 anni che frequenta l'ultimo anno di scuola materna. Negli ultimi mesi ho notato che mio figlio è sempre più riluttante a partecipare alle attività di gruppo, soprattutto quando si tratta di giochi che richiedono di mettersi in mostra davanti agli altri bambini. La maestra mi ha confermato che durante le recite o i momenti di condivisione in cerchio, M. tende a isolarsi o a rifiutarsi categoricamente di partecipare, a volte arrivando alle lacrime.

A casa, invece, è un bambino vivace e creativo, inventa storie e giochi, ma appena gli proponiamo di mostrare queste sue abilità a parenti o amici, si blocca completamente. Mio marito sostiene che dovremmo "forzarlo" a superare questa timidezza, mentre io temo che questo approccio possa solo aumentare la sua ansia.

Come possiamo aiutare nostro figlio a sentirsi più sicuro in contesti sociali senza mettergli troppa pressione? È normale questa forma di timidezza a questa età o dovremmo preoccuparci? Quali strategie potremmo adottare come genitori per sostenerlo in questo momento delicato?

Grazie per il suo prezioso supporto,
Laura


>Gentile Laura,

La prima domanda è: M. è figlio unico? Ha dei fratelli? Perché in un caso o nell’altro la situazione è decisamente differente. Se è figlio unico possiamo pensare che l’attaccamento ai legami familiari sia ancora dominante, malgrado si trovi ormai all’ultimo anno di materna e debba prepararsi ad entrare nelle elementari. Diventa quindi urgente far uscire M. dalla sua difficoltà, perché alle elementari c’è una soglia che fa da cartina tornasole, e tutte le difficoltà rimaste latenti fino a quel momento possono esplodere. Suggerirei quindi che lei lo aiuti a socializzare, portandolo in situazioni all’aperto dove incontra altri bambini, e dove sia lei a mediare il rapporto con loro, abituandolo un po’ alla volta alla loro frequentazione.

Se invece M. ha dei fratelli si tratta di capire com’è il rapporto con loro. Prima di tutto occorre capire se si tratta di fratelli minori, verso i quali può aver sviluppato gelosia, o fratelli maggiori, che possono aver indotto in lui un’inibizione. Ci sono molti fattori diversi quindi, come vede, che possono entrare in gioco, e che aprono vie differenti vie per un compito di socializzazione.
Un cordiale saluto

Marco Focchi
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Ma io come sono nato?

17/2/2025

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Buonasera dr stavo leggendo le lettere che le scrivono sul web e le sue risposte. In particolare in una lettera in cui una donna con un bambino che gli chiedeva di un padre mai conosciuto. E mi sono rivista io con un caso quasi simile, anche il mio bambino 9 anni mai conosciuto suo padre, ma costui era un violento, e quindi ho chiuso definitivamente con lui..ma il bambino a volte mi chiede ma io come sono nato? Ma io non so dargli una risposta, come faccio a dirgli tuo padre era un poco di buono ? Premetto che il bambino ha l’affetto di tutta la mia famiglia e a mio padre lo chiama papà, anche se sa benissimo che non è il papà,  mi consiglia di affidarmi ad uno psicologo x trovare un modo x dargli una risposta. Grazie


>Gentile signora,

A nove anni un bambino è in grado di capire molte cose, e se le fa domande è perché è ormai maturato in lui il tempo di affrontare questioni che sente importanti per la sua vita, come le questioni relative alla sua origine.

La cosa migliore è non mentire, non mostrarsi imbarazzati, come se si avesse qualcosa da nascondere. Quel che il bambino domanda è del tutto legittimo, vuol sapere da dove viene, e non può essere che lei a rispondergli. Non occorre gli dica che suo padre era un poco di buono, ci sono però senz’altro ragioni fondate, al di là della valutazione morale, per cui non ha potuto proseguire la relazione con il padre del bambino. Sono molte le coppie separate, e a scuola il bambino avrà senz’altro incontrato compagni i cui genitori sono separati.

Le suggerirei quindi di affrontare serenamente il problema, spiegargli che era diventato difficile proseguire la convivenza, o la relazione. Gli dia poi qualche tratto della figura di suo padre, senza insistere sugli aspetti negativi. Questo lo aiuterà, e aiuterà anche lei a sistemare aspetti della sua vita che sono rimasti in sospeso, forse chiusi in una stanza buia. Fare chiarezza è un vantaggio per tutti, sia per lei, sia per il bambino.

Un cordiale saluto.
Marco Focchi
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Rabbia o pianto inconsolabile

1/10/2024

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Buongiorno Dott. Focchi,

sono la mamma di un bambino di 7 anni che ha sempre avuto un temperamento molto sensibile. Negli ultimi mesi, ho notato che ha difficoltà a gestire le sue emozioni, in particolare quando si trova di fronte a situazioni frustranti o inaspettate. Ad esempio, se un gioco non va come previsto o se qualcosa non funziona immediatamente, lui esplode in rabbia o scoppia in un pianto inconsolabile. Ho cercato di parlare con lui e di aiutarlo a capire cosa prova, ma sembra incapace di esprimere a parole quello che sente. Questa situazione sta creando disagio sia a casa che a scuola, dove gli insegnanti mi hanno riferito che fa fatica a concentrarsi dopo questi episodi emotivi. Temo che queste difficoltà possano avere ripercussioni sul suo sviluppo sociale e scolastico. Come posso aiutarlo a riconoscere e gestire meglio le sue emozioni? Ho paura di fargli fare qualche test per il timore che poi gli venga appiccicata addosso una qualche etichetta che lo farà essere per sempre diverso dagli altri.

Grazie mille per il suo prezioso aiuto,

E.V.

> Gentile E.V.

Lei afferma di aver parlato con il suo bambino e di averlo trovato incapace di esprimere quel che sente. Direi che questo non ci sorprende: se un bambino è costretto a esprimere le proprie difficoltà con degli scoppi di rabbia o di pianto è proprio perché qualcosa preme in lui che non trova sfogo nelle parole, e prende la via breve del passaggio all’atto. Ci sono però molti modi di parlare con i bambini. Il gioco è uno di questi, e forse il più fondamentale. Saprà forse che una pioniera della psicoanalisi come Melanie Klein faceva parlare i bambini attrezzando una stanza di giochi e partecipando, interagendo con loro. Nei giochi il bambino esprime in modo simbolico i suoi conflitti. Naturalmente è molto difficile usare lo stesso metodo per un genitore, semplicemente perché il genitore è parte in causa. 
Se non riesce allora a trovare un bandolo per gli scoppi di rabbia di suo figlio, forse allora uno sguardo esterno, non coinvolto nelle stesse passioni, è quel che può essere in grado di aiutarla.
Un cordiale saluto

Marco Focchi
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Un periodo molto difficile in termini di autostima

16/9/2024

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Buongiorno Dott. Focchi,

sono la madre di una ragazza di 15 anni che ultimamente sta attraversando un periodo molto difficile in termini di autostima. Mia figlia si confronta costantemente con le sue coetanee, sia a scuola che sui social, e sembra sempre sentirsi inferiore rispetto a loro, sia per l’aspetto fisico che per i risultati scolastici e sociali. Nonostante i nostri sforzi come genitori per rassicurarla e farle capire il suo valore, sembra che il suo pensiero fisso sia quello di non essere abbastanza brava, bella o interessante rispetto agli altri. Questo sta influenzando non solo il suo umore, ma anche il suo comportamento: la vedo sempre più ritirata, evita le occasioni sociali e tende a isolarsi. La mia preoccupazione maggiore è che questa insicurezza possa portare a problemi più gravi, come depressione o disturbi dell’alimentazione. Come posso aiutarla a costruire una sana autostima e a sviluppare una visione più equilibrata di se stessa?

Grazie per il suo supporto,

M.C.

>Gentile MC,

Consideri che sua figlia ha 15 anni, un’età particolarmente instabile, in cui una persona affronta uno dei maggiori cambiamenti della sua esistenza, che la porta dall’infanzia alla vita adulta. È naturale che si manifestino oscillazioni anche forti. Gli adolescenti sono particolarmente esposti alle crisi di autostima come quelle che descrive, perché gli ideali famigliari che li hanno fino a quel momento sostenuti vengono messi a confronto con quel che presentano loro i pari. Il riferimento verticale ai genitori, rassicurante perché gerarchizzato, è sostituito da quello orizzontale, fonte di inquietudini perché concorrenziale, terreno di confronti. Non sottovaluti poi che si affaccia la sessualità, rispetto alla quale qualsiasi adolescente si sente impari, anche quelli apparentemente più sbruffoni.
Dia quindi tempo a sua figlia, e solo se i suoi comportamenti dovessero cristallizzarsi o diventare macroscopici, senta uno specialista.

Marco Focchi  
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Sono rimasto sconvolto da Paderno Dugnano

4/9/2024

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Buongiorno Dott. Focchi,

scrivo questa lettera come padre profondamente scosso dall'ultima terribile notizia di cronaca che ha visto un ragazzo uccidere brutalmente la propria famiglia a Paderno Dugnano. Sono rimasto sconvolto dalle descrizioni e dalle immagini che i media hanno riportato: un adolescente apparentemente tranquillo, in una famiglia normale, che si trasforma in un carnefice. È inevitabile, in questi casi, sentirsi toccati personalmente, specialmente quando le vittime sembrano persone come noi, con vite ordinarie e quotidianità simili a quelle della mia famiglia.

Non riesco a smettere di pensare: cosa spinge un figlio a compiere un atto così estremo? In quanto genitore, mi sento vulnerabile, perché mi domando se davvero conosco i miei figli. Con un brivido, ho pensato se devo addirittura averne paura, dei miei figli (è un pensiero che la mia mente trova assurdo, ma è un pensiero che ho avuto). A volte, la vita familiare si svolge in modo così routinario che è facile non accorgersi di eventuali segnali di malessere o disagio. Guardando quella famiglia, mi sono chiesto: sto facendo abbastanza per capire cosa provano i miei figli? Potrebbe esserci qualcosa che mi sfugge? Mi terrorizza l’idea che mio figlio possa sentirsi incompreso, isolato o in difficoltà, senza che io me ne accorga.

Questa tragedia mi ha fatto riflettere profondamente su come la società spesso punti immediatamente il dito contro i genitori in casi simili, ma mi chiedo: è davvero così semplice? La responsabilità è sempre dei genitori, o ci sono altri fattori, forse più nascosti, che possono contribuire a una simile esplosione di violenza? C’è qualcosa di intrinseco nell’animo umano che può sfuggire persino alle persone più vicine?

Mi chiedo anche se il continuo bombardamento di notizie e immagini violente, la pressione dei social media e l'isolamento che la tecnologia può creare non siano elementi che contribuiscono a creare un terreno fertile per il disagio mentale, specialmente nei giovani. Così come il periodo del Covid, che sembra quasi ce lo siamo dimenticato. Come possiamo proteggere i nostri figli da queste influenze senza chiuderli in una campana di vetro, e al tempo stesso insegnare loro a comunicare apertamente i loro sentimenti?

Le chiedo dunque, Dott. Focchi, quali sono i segnali a cui un genitore dovrebbe prestare attenzione per evitare che situazioni di disagio sfocino in tragedie? C’è un modo per riconoscere e intervenire tempestivamente quando qualcosa non va, o siamo destinati a vivere nell’incertezza, sperando solo che il peggio non accada mai?

La ringrazio per la sua attenzione e spero possa aiutarmi a trovare delle risposte in questo momento di grande preoccupazione.

Cordiali saluti,

R.F.


>Gentile RF,

Il caso di Paderno Dugnano ha particolarmente colpito l’opinione pubblica, e la stampa e i media gli hanno dato particolare rilevanza. Tutto questo succede in un momento in cui l’attenzione era ancora rivolta all’omicidio di Sharon Verzeni. Quel che accomuna i due casi è la mancanza di un motivo. Non si tratta di crimini legati a gelosia, a rancori, a faide, o semplicemente a scopi di rapina. In questo senso sono fatti che escono dall’ambito immediato delle indagini tradizionali in cui quel che si cerca in primo luogo è il movente.

Bisogna dire che le situazioni che abbiamo sotto gli occhi sono ancora calde, ma non sono nuove. Negli anni Cinquanta fece scalpore il caso di Franco Percoco, che a Bari sterminò la famiglia in modo raccapricciante, e finì nel manicomio di Aversa . Negli anni Settanta fu Doretta Graneris a uccidere a colpi di pistola il fratello, i genitori e i nonni. A Doretta non fu riconosciuta tuttavia l’infermità mentale e finì in carcere dove dopo alcuni anni si laureò. Agli inizi degli anni Duemila è il turno di Erika de Nardo, che uccise la madre e il fratello, e a cui fu diagnosticato un disturbo narcisistico della personalità.

La strage famigliare di Paderno Dugnano si allinea a questa serie di atrocità. Difficile formulare diagnosi senza avere visto la persona, ma il carattere immotivato di un passaggio all’atto è generalmente indice di una situazione psicotica che può essere latente, e può restarlo per molti anni, per affiorare infine in modo clamoroso.
Ci sono, certo, segni per riconoscere queste situazioni, ma è inutile che li elenchi, perché sono segni che vanno letti strettamente legati al contesto, e sono segni altamente ambigui, che possono riferirsi a situazioni di accentuata particolarità caratteriale, senza implicare nessuna patologia, o indicare una vera a propria situazione psicotica.

Le direi dunque: dorma sonni tranquilli accanto a suo figlio, se l’educazione che ha ricevuto è buona, se non ha subito frustrazioni, se non manifesta conflitti interiori e se i momenti di aggressività che può aver mostrato sono semplicemente quelli della soglia adolescenziale, quando il soggetto preme per uscire dal guscio famigliare 

Un cordiale saluto

Marco Focchi
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Paura del buio di mia figlia

27/6/2024

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Buongiorno Dott. Focchi,

sono la mamma di una bambina di 6 anni che ha una grande paura del buio. Ogni notte vuole dormire con la luce accesa e spesso si sveglia piangendo. Questo sta disturbando il suo sonno e il nostro. Vorrei aiutarla a superare questa paura, ma non so da dove iniziare. Ha qualche consiglio?

Grazie per il suo aiuto,

S.M.

>Gentie SM,

La paura del buio è molto diffusa nei bambini, perché il buio prelude a quell’isolamento da ogni riferimento, da ogni coordinata del mondo circostante, e quindi di tutte le figure affettive di sostegno. Ma soprattutto il buio per un bambino è pieno di “presenze”. L’assenza del mondo visibile fa sì che la presenza irrappresentabile di sé diventi concreta e si proietti davanti. I “mostri” che un bambino sente di avere sotto il letto sono qualcosa di molto concreto, niente affatto una proiezione immaginaria.

Spesso una lucina antipaura è sufficiente a rassicurare il bambino, permettendogli di ridisegnare intorno a sé i contorni del mondo visibile, ma se non basta occorre aiutare il bambino a esprimere e a dar corpo a quel che lo turba. Soprattutto se, come nel suo caso, il bambino si sveglia di notte angosciato. Si tratta allora di incubi che portano al risveglio, e non di semplice paura del buio, corrispondenti a pulsioni o conflitti di cui è importante chiarire il profilo.

Se non si riesce ad aiutare il bambino parlandogli, se l’entità dei risvegli e dell’angoscia è davvero importante, è utile allora sentire uno specialista.
​
Un cordiale saluto
MF
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    Autore

    Marco Focchi riceve in
    viale Gran Sasso 28
    20131 Milano.
    Tel. 022665651.
    Possibilità di colloqui in inglese, francese, spagnolo

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