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Domande e risposte

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È come se il clima generale del mondo entrasse dentro di me

18/3/2026

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Gentile Dottore, negli ultimi tempi mi accorgo che faccio sempre più fatica a restare sereno. Seguo poco i telegiornali, eppure mi basta aprire un sito, vedere un titolo o sentire nominare guerre come quella in Iran o in Ucraina per sentirmi inquieto, appesantito, come se vivessi in uno stato di allarme di fondo. Non ho un problema preciso da risolvere nella mia vita personale, ma è come se il clima generale del mondo entrasse dentro di me e mi togliesse energia, fiducia e leggerezza. A volte mi sento anche in colpa, perché penso che rispetto a chi vive davvero queste tragedie io non avrei motivo di stare così. È normale risentire in questo modo di eventi che accadono lontano da noi? E come si fa a restare informati senza sentirsi continuamente angosciati? Grazie se vorrà rispondermi.
R


>Gentile lettore,Lo stato che descrive è molto più diffuso di quanto si pensi, e merita di essere preso sul serio. Viviamo in un'epoca in cui il mondo intero è diventato immediatamente presente: non c'è più distanza geografica che filtri le notizie, e un titolo basta a far sentire la guerra come qualcosa che accade dietro la finestra.
Dal punto di vista psicoanalitico, ciò che lei descrive — una sensazione di allarme diffuso, senza oggetto preciso — assomiglia a quella che Freud chiamava angoscia fluttuante: un'angoscia che non si aggancia a un pericolo definito e perciò non si scarica, ma rimane come rumore di fondo che consuma energia e fiducia. Il flusso continuo di minacce lontane, su cui non abbiamo alcuna presa, impedisce alla psiche di fare ciò che le è necessario: elaborare, rispondere, chiudere. Si resta in una situazione di allerta permanente, sospesi.
La colpa che prova è comprensibile ma fuorviante. Essere toccati da ciò che accade lontano è segno di una capacità di identificazione con l'altro che, in dosi eccessive e senza elaborazione, può diventare essa stessa fonte di sofferenza.
Alcuni suggerimenti pratici: regolare quando ci si informa, piuttosto che chiudersi all'informazione; distinguere tra sapere e ruminare, evitando il ciclo degli aggiornamenti in tempo reale; e trovare, se possibile, un'azione concreta — anche piccola — che restituisca alla psiche il senso che qualcosa è possibile fare. Se invece il malessere persiste e comincia a erodere la vita quotidiana, può essere utile parlarne con un professionista: spesso questi stati trovano nelle notizie un veicolo, ma le loro radici sono più personali di quanto sembrino.
Prendersi cura del proprio equilibrio non è indifferenza verso il mondo. È la condizione per non esserne sopraffatti.
Marco Focchi

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Con l’avvicinarsi del Natale mi accorgo di sentirmi più triste

24/12/2025

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Buongiorno Dott. Focchi,
sono un uomo di 52 anni e ogni anno (perlomeno negli ultimi anni), con l’avvicinarsi del Natale, mi accorgo di sentirmi più triste, spento, a tratti quasi depresso. Non ci sono problemi evidenti nella mia famiglia, non ho rapporti conflittuali con i parenti e, in generale, la mia vita non sta attraversando crisi particolari. Cercando online ho trovato molte spiegazioni legate a famiglie disfunzionali o relazioni complicate con i parenti, ma non mi riconosco in questi casi. Eppure questa sensazione ritorna, e quest’anno la percepisco in modo ancora più marcato rispetto al passato. Da cosa potrebbe dipendere questo malessere, che sembra venire solo da me? Poi di solito dopo le feste passa. La ringrazio.

>Gentile Signore,
quello che descrive è un vissuto molto più comune di quanto si pensi. Il periodo natalizio funziona  come un tempo simbolico più che come un semplice evento sociale, e lo si ama o lo si odia. Chi ricorda momenti comunitari, grandi famiglie riunite intorno all’albero, regali da spacchettare, generalmente l'ama. Chi è distante dalla famiglia, o dal partner, o dagli amici, sente acuirsi la solitudine.

Oppure il Natale è carico di aspettative ideali: l’idea di pienezza, di calore, di condivisione, di “come dovrebbero essere le cose”, e quando l’esperienza reale non coincide con l’ideale, può emergere un senso di vuoto o di mancanza che non ha un oggetto preciso. Non è qualcosa che “non va” nella propria vita, piuttosto qualcosa che si rende percepibile proprio perché la cornice simbolica delle feste lo fa entrare in risonanza.

Questo stato generalmente ha  un inizio e una fine, e  tende a dissolversi dopo le festività, e ciò suggerisce che non si tratta di una depressione in senso clinico, ma di una oscillazione dell’umore legata alla posizione soggettiva che ciascuno assume rispetto a questi passaggi nodali.

Potremmo considerare anche l’età, che non è irrilevante in momenti di sospensione come le feste perché sono momenti in cui si modifica il rapporto con il futuro, con il desiderio, con ciò che resta aperto.

Non le direi di combattere o contrastare questo sentimento, meno ancora di patologizzarlo. Lo prenda piuttosto come un segnale che riguarda qualcosa di suo, che chiede parole precise più che spiegazioni generiche. Se questa tristezza dovesse intensificarsi o perdere il suo carattere transitorio, allora sì, un confronto con un professionista potrebbe offrire uno spazio per darle senso.

La sua domanda  tocca in fondo un’esperienza condivisa, ma sempre singolare per il modo in cui ciascuno la vive.

Un cordiale saluto.
Marco Focchi
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Stanno succedendo cose così brutte nel mondo

23/6/2025

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Dottor Focchi, a volte mi sento molto giù di morale e mi chiedo se sia solo un momento passeggero oppure qualcosa di più serio, come la depressione. Come si fa a capire la differenza? Stanno succedendo cose così brutte nel mondo, che alla fine mi sembra più normale provare tristezza e disagio, invece che essere felici come nulla fosse. Ci sono segnali semplici da riconoscere per capire se è depressione, anche se non si conoscono bene queste cose? La ringrazio
Fabrizio

>Caro Fabrizio,
Il primo segnale è: la sua tristezza, o il suo disagio la investono in questo momento o sono qualcosa che insiste, con momenti di latenza, e che risorgono dì tanto in tanto per via di alcune occasioni scatenanti? Se il suo disagio è qualcosa che riguarda il momento attuale, le assicuro che è in buona compagnia di almeno buona parte dell’umanità. Le molteplici guerre, il rischio di terrorismo, i massacri, la forza che si sostituisce al diritto sollecitano preoccupazioni, paure, angosce, cadute depressive che non hanno un vero rapporto con delle patologie. Sono una risposta alla dura realtà che stiamo vivendo.

Se i suoi stati emotivi invece sono ricorrenti, e trovano spunto nella situazione attuale, allora la realtà della vita è solo un fattore scatenante, e i suoi umori andrebbero considerati più a fondo. In questo può essere solo lei a darsi una risposta.
​
La realtà che stiamo traversando non incoraggia il buon umore, ma è per lei una contingenza o uno spunto?
Un cordiale saluto
Marco Focchi
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Quando mi trovo da solo provo un senso di vuoto e inquietudine

9/6/2025

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Gentile Dottor Focchi,

sono un uomo di 42 anni e da qualche tempo mi accorgo di avere sempre più difficoltà a gestire i momenti di solitudine. Pur avendo una famiglia e amici, quando mi trovo da solo (cose che inoltre ricerco) provo un senso di vuoto e inquietudine che mi porta spesso a cercare distrazioni continue, come guardare la televisione saltando da un canale all'altro o navigare sui social, senza però sentire di avere veramente voglia di fare qualcosa.

Mi domando come si possa imparare a vivere la solitudine in modo più sereno, dato che sento comunque il bisogno di avere questi momenti tutti per me, magari trasformandola in un’occasione di crescita personale. È normale sentire disagio nei momenti di solitudine? Ci sono strategie o esercizi che consiglia?

La ringrazio per l’attenzione,  
A.

>​Gentile A.,

La solitudine è uno dei grandi problemi della nostra epoca e dei paesi di benessere economico, dove l’individualismo è diventato prevalente a scapito di una dimensione comunitaria. Ricerche sul senso di felicità soggettivamente provata mostrano una maggiore felicità in paesi e villaggi africani dove prevale il senso di solidarietà tre le persone e dove la vita sociale ha una tessitura più significativa.
Non stupisce dunque quel che lei sente e il problema che denuncia. 
Abitualmente non suggerisco strategie o esercizi, perché il modo di applicazione – non trasmissibile – è più importante delle formule che si possono illustrare.
Le direi tuttavia che il senso di solitudine si allevia immergendosi in un’attività con un significato. Ora, saltare da un canale all’altro guardando la televisione o navigare sulle reti sociali non sono certo qualcosa che dà senso alla vita.
Occorre che lei possa trovare qualche attività che accende il suo desiderio, ma questa non posso essere io a suggerirla: occorre che si sondi, trovi cosa sente congeniale, e vi si immerga senza remore. Il solo e vero antidoto alla solitudine è il desiderio, perché solo il desiderio protende verso l’altro, anche quando si è soli
Marco Focchi 
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Tendenza a essere una perfezionista

16/4/2025

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Gentile Dottor Focchi,

Mi chiamo Giulia e ho 28 anni. Recentemente ho iniziato a riflettere su un aspetto della mia personalità che mi sta creando non poche difficoltà: la mia tendenza a essere una perfezionista in ogni ambito della vita.

Fin da piccola, ho sempre cercato di eccellere in tutto ciò che facevo, dagli studi al lavoro, passando per le relazioni personali. Inizialmente, pensavo che questa caratteristica fosse un pregio, ma ora mi rendo conto che sta diventando una gabbia che mi impedisce di vivere serenamente.

Mi ritrovo costantemente insoddisfatta dei risultati che ottengo, anche quando oggettivamente sono buoni. Passo ore a ricontrollare il mio lavoro, temendo di aver commesso errori. Lo sto facendo anche nello scrivere questo testo. Nelle relazioni, tendo a essere ipercritica sia con me stessa che con gli altri, rovinando spesso momenti che dovrebbero essere piacevoli.

Questo atteggiamento sta influenzando negativamente la mia vita professionale e personale. Mi sento sempre sotto pressione e fatico a godermi i momenti di relax. Ho notato che sto sviluppando sintomi di ansia e, a volte, di depressione.

Come posso imparare ad allentare questa morsa del perfezionismo? Esistono tecniche o approcci che possono aiutarmi a essere più indulgente con me stessa senza perdere la motivazione a fare bene? Come posso trovare un equilibrio tra il desiderio di eccellere e la necessità di vivere una vita più serena e appagante?

La ringrazio in anticipo per il suo aiuto,
Giulia

>Gentile Giulia,
Lei ha ben individuato il fatto che il perfezionismo anziché una risorsa è piuttosto un problema. Mi chiede però delle tecniche per superarlo, e devo confessarle che la richiesta di tecniche in campo psicologico è sempre piuttosto imbarazzante. Le tecniche sono infatti una modalità di controllo, e le manifestazioni della psiche sono quanto di meno controllabile vi sia, e per fortuna, giacché sono espressione dei desideri più profondi, che sono da liberare più che da governare. Ma la volontà cosciente, per mille ragioni, si oppone proprio a questo. I conflitti psichici all’’origine dei sintomi nascono precisamente da questo contrasto. Inutile dunque cercare di forzare la volontà. Meglio affidarsi a un buon psicoterapeuta in grado di aiutarla a traversare il labirinto dei suoi conflitti facendole trovare il filo dei suoi desideri inconsci, senza reprimerli né comprimerli.

Un cordiale saluto.
Marco Focchi 
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Vorrei diventare una psicoanalista

28/2/2025

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Vorrei diventare una psicoanalista ma ho paura di essere inadeguata perché troppo instabile. Mi chiedo se esistono delle caratteristiche di personalità che possano rendere difficoltoso tenere quella posizione. Ho sempre la sensazione di chiedere agli altri, misurandomi con loro, se sono abbastanza normale da pretendere di voler essere un'analista

M.R.

>Gentile M.R.
L’accesso alla pratica della psicoanalisi è attualmente regolato da una legge promulgata nel 1989 che prevede una laurea in psicologia o medicina e il diploma di una Scuola postuniversitaria riconosciuta dal MIM (ex MIUR).

Tradizionalmente comunque la formazione, già dai tempi di Freud, aveva la propria colonna portante in un’analisi personale. Se la sua preoccupazione è dunque relativa ad alcune caratteristiche della sua personalità, sono evidentemente aspetti che possono essere messi in gioco nell’esperienza d’analisi.

Marco Focchi
0 Comments

Parlare in pubblico

21/1/2025

0 Comments

 
Buongiorno Dott. Focchi,
da anni mi blocco ogni volta che devo parlare in pubblico o espormi davanti a un gruppo di persone, sia sul lavoro che in situazioni sociali. La sola idea di essere al centro dell’attenzione mi provoca ansia e a volte rinuncio a opportunità importanti per paura di sbagliare. Vorrei capire da dove nasce questa paura e come posso affrontarla per superare questo limite che mi sta condizionando molto.

La ringrazio per il suo aiuto,
M.T.

>​Gentile M.T.

La paura di esporsi pubblicamente può dipendere da molte ragioni diverse, la prima delle quali è l’insicurezza sulle proprie capacità, sulla propria preparazione, con conseguente timore del giudizio degli altri. Queste però sono solo ragioni superficiali, e in genere si tratta di un fenomeno che ha radici più profonde.

Esporsi in pubblico significa salire su una scena teatrale, anche se non si è attori, e recitare un ruolo. Chi sa entrare nel ruolo, chi sa staccarsi dalla propria immediatezza per indossare una maschera pubblica, in genere non ha difficoltà.
Se però una persona, e può essere il suo caso, si sente vista nell'anima ai raggi x, si sente penetrata nell’intimo più intimo, allora ha tutte le ragioni per sentirsi in difficoltà.

Ci sono lati di noi stessi che non esporremmo neanche a noi stessi, se così vogliamo dire. E non perché siano in qualche modo biasimevoli per qualsivoglia ragione, ma perché l’intimo più intimo è irrappresentabile, e l’impressione di mostrarlo può mettere solo in imbarazzo.
È l’analogo spirituale del pudore fisico: normalmente non ci si mostra nudi in pubblico. E così, se una persona non ha gli schermi necessari per mostrarsi pubblicamente vestito di un ruolo, di una maschera sociale, per sentire la propria intimità protetta, allora può intervenire la difficoltà che lei dichiara.
​
Per affrontare il problema si possono prendere molte via: dalla più superficiale, come fare un corso di teatro, alla più profonda, come fare un’esperienza psicoanalitica.
Un cordiale saluto.

Marco Focchi  
0 Comments

Lasciare i miei genitori anziani

9/1/2025

0 Comments

 
Buongiorno Dott. Focchi,

le scrivo perché sono profondamente turbato da un forte senso di colpa dopo una decisione importante che ho preso di recente. Ho scelto di trasferirmi per seguire una nuova opportunità lavorativa in un’altra città, pur sapendo che ciò avrebbe implicato lasciare i miei genitori anziani senza il mio supporto quotidiano. Mio fratello ora si occupa di loro da solo e, nonostante la mia decisione sembrasse giusta per il mio percorso personale, non riesco a liberarmi dal rimorso di aver abbandonato la famiglia. Vorrei capire come gestire questo senso di colpa e se esistono modi per trovare equilibrio tra le mie esigenze e quelle degli altri.

La ringrazio per il suo tempo e la sua attenzione,

F.M.

>Gentile F.M.

La situazione che mi descrive non sembra implichi particolari conseguenze pratiche. I suoi genitori sono anziani, ma autosufficienti. Naturalmente richiedono probabilmente un minimo di assistenza, ma sono attenzioni che, mi dice, suo fratello può dedicare loro. Si tratta dunque del suo senso di colpa, che sorge in modo indipendente da una situazione reale che ne sia la vera causa.

Bisognerebbe dunque considerare le ragioni di quel senso di colpa atavico che fa da lente d’ingrandimento per la situazione attuale. Può tentare lei stesso di ripercorrere la sua storia e la sua vita per capire cosa in lei amplifica in tal modo la percezione della colpa. Certo, non è facile vedere se stessi come fosse dall’esterno. È il motivo per cui, se le sembra di non riuscire a venirne a capo, il suggerimento può essere quello di ricorrere all’aiuto di uno specialista che, offrendole l’appoggio di un punto di vista esterno, la metta in grado di vedere dove lei stesso, con il suo sguardo naturale, non riesce a penetrare.

Un cordiale saluto
Marco Focchi
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Da più di un anno mi strappo le sopracciglia

3/5/2021

0 Comments

 
ciao, ho 15 anni e da più di un anno da mi strappo le sopracciglia. poi da questa estate lo faccio con le ciglia.
vorrei smettere anche perchè mi piacciono le mie ciglia ma non riesco a smettere e non so il perchè.
prometto sempre a me stessa che questa sarebbe stata l'ultima volta e che avrei smesso ma alla fine lo rifaccio.
quando faccio i compiti o anche quando non faccio niente diciamo...ormai lo faccio un po a caso. non so come fare..consigli?

RM


>Cara RM,

Il sintomo che tu mi descrivi è quello che viene abitualmente definito tricotillomania, tema sul quale puoi già trovare una precedente risposta su questa rubrica.
I motivi per cui si verifica questo comportamento possono essere i più svariati, da situazioni di angoscia latente, a forme di autopunizione o di autodeturpazione che sfuggono alla coscienza soggettiva, e di cui evidentemente non ti puoi rendere conto da sola.
Essendo le motivazioni profondamente inconsce e determinate dalla storia personale e relazionale, il consiglio migliore che posso darti è di sentire uno specialista che ti aiuti a trovare gli specifici fattori che riguardano il tuo caso per farli emergere e per poterli così trattare.

Un cordiale saluto
Marco Focchi
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Sono ossessionata dal fatto che il mio fidanzato mi tradisca

31/3/2021

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Perché sono ossessionata dal fatto che il mio fidanzato mi tradisca, ogni volta che la paura mi assale, devo cercare risposte, “la verità” e quando vedo che non è così, sono serena. Spesso lo accusavo prima che mi mostrasse “le prove” e fosse tutto nella mia testa.. È come una dipendenza..ultimamente si presenta meno. Ho un passato burrascoso in termini di relazioni e spesso sono stata tradita..questo ragazzo ha sempre dimostrato di essere diverso, di contare molto per lui, mettendo a disposizione un’intera vita. Ora spesso mi evita a causa di qualche mio comportamento errato, rimango due giorni Max tranquilla e poi rimango male di qualcosa e sono piagnucolona, triste o arrabbiata. Il pensiero del tradimento si presenta meno e attualmente a lui, il motivo per il quale lo assillo spesso è la ricerca di attenzioni e tempo, la sua risposta è che ora dedica principalmente alla sua famiglia ed il suo lavoro, fui la priorità ed ha ricevuto solo male da parte mia.

Ale


> Cara Ale,

La gelosia femminile nasce in genere dal senso di non corrispondere alla figura femminile ideale che si immagina un uomo desideri. Cos’è una donna? Cosa vuole una donna? Verosimilmente neppure una donna lo sa, e si costruisce una sorta di idolo a cui somigliare. Per esempio, in un caso famoso di Freud, il caso di Dora, la paziente era rimasta per un tempo lunghissimo immobile in contemplazione della Madonna di Raffaello custodita nel museo di Dresda. Ai suoi occhi quell’immagine rappresentava la perfezione di una femminilità che le sembrava di non poter raggiungere.

In un certo senso, ogni ragazza ha la propria Madonna di Dresda nella figura ideale di donna che immagina il proprio uomo possa desiderare. Sente di non somigliarle e questo scatena la sua gelosia, anche se non c’è una rivale concreta in carne e ossa, come nel tuo caso. Una gelosia assillante può però risultare soffocante per il compagno, può allontanarlo, come è successo a te. Per guarire da una gelosia patologica che attanaglia bisogna riuscire a sentirsi donna agli occhi del proprio compagno, e parlare con lui, anziché assediarlo di sospetti, sicuramente aiuta.

Marco Focchi
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