Vino nuovo in otri vecchi - Foto di Lorenzo Girodo Marco Focchi Testo presentato a Roma il 20 settembre 1997 in occasione della giornata per l'inaugurazione della pratica di passe in Italia Ci siamo abituati, da quando Miller ha proposto la metafora nel suo corso, a parlare della comunità psicoanalitica come di un simposio. L’immagine è più ridente di quella del truculento festino cannibalico proposta da Freud. Non c’è violenza sanguinaria a un simposio. Si possono fare discorsi un po’ scaldati dal vino, ci si può lasciar trasportare dalla veemenza verbale, si possono tutt’al più picchiare i pugni sul tavolo quando si viene a parlare dei massimi sistemi del mondo o dei quesiti supremi della psicoanalisi. Grazie all'insegnamento di Lacan sappiamo che uno dei principali tra tali quesiti è “Che vuoi?”. Per esempio: cosa vuoi tu che allarghi troppo i gomiti accanto a me? Fatti più in là! Oppure: cosa vuole quel tipo entrato or ora con una combriccola un po’ sguaiata? Chi l’ha invitato? Qualcuno lo conosce?
Un simposio ha, se non delle leggi, almeno delle regole e delle consuetudini, e tra queste il brindisi è d’obbligo. Oggi, con l’introduzione della passe nella nostra comunità, possiamo dire che brindiamo con vino nuovo. Alla nostra salute dunque, e attenzione alle malattie contagiose per chi non alza il calice. Anche se, devo dire, la peste deve proprio essere l’ultima delle cose a farci paura, noi che la presentiamo come se fosse uno dei nostri migliori articoli d’esportazione! Pronti a lamentarci poi quando i legislatori promulgano i loro decreti e pronti a dire che ci trattano come appestati. La nostra attenzione, comunque, non credo debba rivolgersi tanto ai contagi, da cui siamo immuni, quanto piuttosto agli otri. Da oggi la nostra vera preoccupazione devono essere gli otri: perché se la passe è un vino nuovo, il precetto evangelico ci suggerisce di non metterlo negli otri vecchi. Ricordo che la parabola si trova nel Vangelo secondo Matteo (9, 17) e riguarda il digiuno cristiano. È il momento in cui i farisei chiedono a Gesù perché, contrariamente a loro, i suoi discepoli non digiunino mai, e Gesù risponde con due paragoni. Uno riguarda il buon senso e la sartoria. Avete un vestito nuovo e uno vecchio, cosa fate? Tagliate una toppa da quello nuovo per rammendare il vecchio? No, perché il nuovo vi resta bucato e il vecchio si strappa lo stesso. L’altro è un paragone da osteria: se si mette il vino nuovo in otri vecchi si perdono l’uno e gli altri, perché il vino nuovo fermentando sfonda gli otri vecchi già logori. L’interpretazione canonica dalla parabola sostiene che non bisogna mettere nuovi contenuti nella vecchia legge: il nuovo verbo portato da Gesù non può essere contenuto nella vecchia legge ebraica. Questa parabola aveva già attirato l’attenzione di Freud, ed è uno dei suoi rari riferimenti al Nuovo Testamento. La menziona nel caso di Dora a proposito della particolare persistenza del sintomo. Oltre a corrispondere a più significati contemporaneamente il sintomo – dice – può esprimere più significati successivamente. Per un verso può corrispondere a diversi fantasmi nella struttura della surdeterminazione, per un altro può includere diversi fantasmi nello sviluppo cronologico. Con il passare degli anni infatti, il sintomo può modificare il proprio significato principale, oppure il ruolo principale può passare da un significato all’altro. È come se ci fosse nella nevrosi un elemento conservatore, per cui il sintomo, una volta costituito, viene mantenuto, per quanto possibile, anche quando il pensiero inconscio che in esso trovava espressione ha perso il suo significato. È più facile costituire rapporti associativi tra un nuovo pensiero che ha bisogno di scaricarsi e quello vecchio ormai scarico che non creare una nuova conversione. In altre parole è più semplice creare nuove associazioni tra i pensieri inconsci che non nuovi sintomi. È così che l’eccitamento fluisce dalla nuova fonte – il nuovo fantasma – verso l’antico punto di scarico – l’involucro formale mantenuto – e il sintomo viene a somigliare a un vecchio otre riempito di vino nuovo. Lasciamo da parte i problemi esegetici che il testo di Freud pone su cosa può cambiare e cosa invece permane nella struttura del sintomo. L’essenziale è che non si può cambiare tutto, vino e otri. Dobbiamo dunque considerare che se il simposio ha le sue regole consolidate dall’uso, queste in qualche modo dovremo tenercele, e saranno gli otri vecchi in cui versare il vino nuovo, con la sua forza dirompente. Dunque attenzione agli otri, visto che dei vecchi contenitori, quantomeno a Milano, stiamo già cominciando a disfarcene. L’ansia di novità spinge a liberarsi delle vecchie cianfrusaglie, e a volte viene l’impulso di sbrattare la soffitta, aprire le finestre, cambiare aria, cambiare vita. Un impulso del genere, per quanto mi riguarda, ricordo di averlo provato nella primavera del 1981, quando insieme ad altri quattro complici preparai un lavoro di cartello da presentare al Forum che Lacan aveva indetto per la nascente ECF. Si trattava allora di progettare un’istituzione psicoanalitica sulla base di una controesperienza inaugurale, così la si chiamava, che tenesse conto degli insuccessi che la psicoanalisi può aver storicamente incontrato, delle scissioni di cui è costellato il suo percorso, dei vicoli ciechi in cui ogni tanto si è infilata. Si voleva insomma una controesperienza che tenesse conto dei sintomi. Con giovanile spirito d’avventura e con una spudorata assenza di inibizioni che poteva passare per disinvoltura, avevamo dato come titolo al nostro intervento Dissoluzione del sintomo. Prima della presentazione pubblica eravamo stati invitati a discuterne gli argomenti con Paul Lemoine, che fu molto accogliente e gentile. Mi domandò soltanto: “E allora, voi, in Italia, pensate di aver dissolto il vostro sintomo?”. Mi prendeva in contropiede perché in realtà, per quanto ne sapessi, nella geografia psicoanalitica non erano stati fatti né l’Italia né gli italiani. Pensavo di presentarmi come cittadino del mondo e invece nel programma il nostro intervento, insieme ad altri due o tre, era classificato tra i contributi stranieri. Il che, devo dire, era assolutamente azzeccato: ti fai avanti come uomo nuovo e scopri di avere secoli di storia alle spalle; ti affacci come il voyageur sans bagage e invece devi accorgerti di avere una valigia pesante come un masso in cui mettere ordine. Così a Paul Lemoine risposi che no, non avevamo dissolto il nostro sintomo e che probabilmente c’era ancora molto da lavorarci. Lui rispose semplicemente: “Allora va bene”. Potremmo domandarci, oggi che l’Italia è fatta, (parlo sempre di geografia psicoanalitica) se il sintomo sia dissolto. Non oso neppure abbozzare una risposta. Alle spalle abbiamo una serie di grandi rimescolamenti, né tranquilli né stazionari. Ma dopo tutto sono passati solo sedici anni, e potrebbe essere troppo presto per fare bilanci. La parabola evangelica del vino e degli otri ha un suo incomparabile fascino nell’indicare i frangenti tempestosi, quando il tempo si spezza in due e comincia qualcosa di assolutamente nuovo. Conosciamo momenti di così radicale rottura di continuità in cui la storia fa i suoi esperimenti: il cristianesimo delle origini, la rivoluzione francese, quella d’ottobre. Anche le nostre vite individuali incontrano a volte rivolgimenti globali, fratture nette in cui sembra di varcare frontiere estreme, in cui pare che la stretta della ripetizione si sia allentata e si abbia un’occasione nuova di zecca per ripartire. Se la psicoanalisi è un’esperienza autentica, e si compie in quel che, per intenderci, chiamiamo traversata del fantasma, la passe dovrebbe metterci in grado di rendere formulabile questo momento chiave in cui sentiamo che una frontiera è varcata. Siamo dopotutto convinti che la psicoanalisi non si limiti affatto a finalità terapeutiche e che debba rivoluzionare profondamente l’economia soggettiva, indurre mutamenti radicali e portare l’esistenza su nuove assise. Freud, nelle sue riflessioni finali era giunto anche a domandarsi se l’equivalente di un soggetto analizzato possa mai prodursi spontaneamente. Il che significa davvero spingersi molto in là, perché implica l’idea che la psicoanalisi possa essere all’origine di un tipo di umanità diversa da quella che conosciamo. Ora, credo che il problema non sia tanto la profondità del mutamento. La vera difficoltà nelle concezioni rivoluzionarie radicali, come quella presentata nella parabola evangelica, sta nell’idea che il mutamento debba essere totale; sta nella volontà di lasciarsi il passato alle spalle, dove siano i morti a seppellire i loro morti: davanti solo la luce, dietro solo la tenebra. La prospettiva catartica infatti, l’obiettivo di purificare il presente sradicandolo dal passato, è fuorviante e destinata all’insuccesso. Cromwell non è riuscito a eliminare i cattolici dall’Irlanda e per il suo tentativo gli inglesi pagano ancora oggi le conseguenze. La notte di San Bartolomeo non ha ripulito la Francia dai protestanti, e oggi il papa viene a Parigi a scusarsi ufficialmente. Le guerre di religione! Straordinario capitolo della storia moderna, che non mi sembra affatto inappropriato al nostro argomento. Non sono guerre di religione quelle che dividono gli psicoanalisti quando discutono dei sommersi e dei salvati, degli eletti e dei dannati, dei bene e dei male analizzati? Spero che l’avvio dell’esperienza di passe in Italia ci dia la possibilità di rendere trasparente una verità che Lacan esprimeva dicendo che un’analisi condotta a fondo dà luogo a un soggetto incurabile. Non l’uomo nuovo, non l’analista ideale, ma l’incurabile, il soggetto per cui non si può fare più nient’altro. La mistica del cambiamento totale, sia esso rappresentato da San Paolo sulla via di Damasco o da Jean Valjean di fronte al vescovo monsignor Bienvenu, le grandi conversioni che trasformano in san Francesco un libertino patito di scorribande, hanno il limite di voler trattare il “tutto” come “uno” e come coerente. Questo, come insegna la logica contemporanea, crea delle difficoltà insormontabili. È d’altra parte evidente che va nel senso della rimozione: posso essere san Francesco perché rigetto come non-io il turbine di sensualità che mi ha avvolto fino a prima del gesto pubblico di spoliazione. La mistica del cambiamento totale ha poi un controcanto che in Italia conosciamo bene: tutto deve cambiare perché tutto resti uguale. Dopo i gattopardi e i leoni vengono gli sciacalli e le iene, anche se tutti continuano a credersi il sale della terra. Ma ancora più del principe di Salina è Consalvo Uzeda l’espressione di questo spirito che si incarnava prima nelle corti dei viceré spagnoli poi nelle aule parlamentari di Torino, Firenze e Roma. Il controcanto dell’immutabile è stato quasi sempre letto nel senso del trasformismo italiano, dell’indifferenza ai principî, di un’immoralità machiavellica che fa prevalere su tutto l’esigenza di stare a cavallo. Mi domando se non vi si possa leggere invece una saggezza più profonda, l’eco di un pensiero parmenideo che non si concede alla voracità delle mode. Don Fabrizio Salina dice: noi siciliani non cambiamo perché ci sentiamo perfetti. Ma non c’è niente di più fragile della perfezione, e il romanzo di Tomasi di Lampedusa è traversato da un profondo senso della morte. Consalvo Uzeda non ha bisogno di questi richiami all’ideale: vuole semplicemente appagare la sua animalesca brama di vita, come la pulsione vuole soddisfacimento, senza deroghe al Triebverzicht. Anche il controcanto dell’immutabile, per dar vita alla sua verità, deve sciogliersi dai vincoli del “tutto”, o meglio, dalle catene che imprigionano il “tutto” nell’ideale unitario della coerenza. Questo ideale, trasferito nella vita dei gruppi umani, produce l’asfissia dell’omologazione: tutti devono avere una determinata qualità come contrassegno d’appartenenza. Proiettata sui gruppi psicoanalitici questa logica diventa un flagello: come si riconosce la qualità positiva per definire un analista ben analizzato? Spero che nel modo in cui realizzeremo l’esperienza di passe in Italia riusciremo a sfuggire alla china, ahimè sin troppo svelta, di farci dei criteri generali, identificanti, per definire gli AE. Il problema difficile è: come individuare, con la necessaria precisione, qualcosa di sfuggente senza indulgere alla via sbrigativa dell’etichettatura identificativa? Credo possiamo ottenere una precisione molto maggiore se al posto della logica identificativa abbracciamo il margine inqualificabile che può essere colto solo con un “quasi”. Tutto può cambiare...o quasi, giacché resta sempre qualcosa di, più o meno, immutabile. Questo modo di avvicinarsi al reale mi sembra espresso con notevole chiarezza nell’interpretazione che Kundera fa della pittura di Bacon, e soprattutto della sua arte del ritratto. Il ritratto, tutti i ritratti, senza eccezione, vogliono svelare il tratto peculiare del modello, portare al visibile il segreto della sua intimità. Noi però viviamo in un’epoca in cui milioni di persone possono partecipare a uno stesso evento, per esempio il funerale di Diana, confondendosi in un grumo emotivo indistinto, lasciandosi pilotare nei comportamenti e nelle opinioni, imitandosi l’un l’altro in una coralità dove l’individuo annulla la propria esistenza e si trasforma in elemento di una massa. Il volto rischia allora di riflettere solo questa uniformità, la patina omologante che ci fa aderire al nostro habitat e senza la quale sarebbe difficile qualsiasi forma di vita sociale. Il pittore, secondo Kundera, alza allora la propria mano per violentare la parvenza, e la posa con un gesto brutale sopra il volto dei suoi modelli per farne uscire quel che rende inconfondibile la loro esistenza. La novità in Bacon è il carattere organico, corporeo, carnale delle forme che trova in un processo di completa distorsione. Non è un’essenza ideale che fa venire alla luce, il punto comune di infinite variazioni: è piuttosto l’immutabile e inconfondibile pulsazione della vita strappata alla pluralità delle apparenze. Ma non è cosa che si offra nuda davanti ai nostri occhi. “Guardo i ritratti di Bacon – scrive Kundera – e mi stupisce il fatto che, nonostante la loro distorsione, essi somiglino tutti al loro modello. Ma come può un’immagine somigliare a un modello del quale è consapevolmente, programmaticamente, una distorsione? Eppure gli somiglia: prova ne siano le fotografie delle persone ritratte; ma anche senza conoscere queste fotografie, salta agli occhi che in tutti i cicli e in tutti i trittici le diverse deformazioni del volto si assomigliano, e che vi si riconosce una sola e medesima persona. Per quanto distorti siano, questi ritratti sono fedeli. Da qui nasce in me la sensazione di un miracolo. In altre parole: i ritratti di Bacon pongono la questione dei limiti dell’io. Fino a che grado di distorsione un individuo rimane ancora se stesso? Fino a che grado di distorsione un essere amato rimane ancora un essere amato? Per quanto tempo un volto caro che si allontana a causa di una malattia, della follia, dell’odio o della morte resta ancora riconoscibile? Dove si situa la frontiera dietro la quale un io smette di essere io?”. L’aspetto per noi interessante, in queste riflessioni di Kundera, è la ricerca di un punto che non ha più il nome di prima e non ha ancora il nome di dopo. È quasi l’uno e quasi l’altro senza appartenere all’uno o all’altro. Direi che si tratta di quel punto che Lacan cercava nell’istante inafferrabile del risveglio, quando sono quel che sono prima di svegliarmi, e posso cogliermi solo dopo il risveglio nella rappresentazione che mi riduce a coscienza. Credo che la passe dovrà metterci in grado di reperire – senza bisogno del gesto brutale di Bacon ma anzi, con tutta la delicatezza del caso – di reperire nelle esperienze singolari che ascolteremo il lampo che segnala l’attraversamento di questo punto, per porre un contrassegno, come è quello di AE, a indicare che lì è accaduto qualcosa di inetichettabile.
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