Foto di Ambra Focchi Marco Focchi Vorrei proporre un'idea sul tema dell'abbandono a partire da un'immagine letteraria. Come spesso succede, infatti, l'arte offre una lente d'ingrandimento capace di farci vedere in modo nitido sentimenti di cui avremmo altrimenti una percezione confusa o distante. È un'immagine tratta da un racconto di Poe, che dipinge la situazione del naufrago in mezzo all'oceano, aggrappato a un relitto, lontano miglia e miglia da tutto ciò che, terra o nave di passaggio, potrebbe costituire per lui la salvezza. Un uomo solo, in balìa di un elemento estraneo e incontrollabile, senza speranza di soccorso, esposto all'incuria di una natura matrigna che può sommergerlo con l'impennata di un'onda o farlo languire fino allo stremo delle forze in una bonaccia insensata e impietosa. Chiunque può immedesimarsi nel senso d'angoscia e di panico provocato da una situazione del genere, e non occorre aver fatto l'esperienza in prima persona per sentirne lo spavento, il vuoto, la disperazione. Se vogliamo immaginare un frangente estremo in cui siamo impotenti di fronte al nostro destino certamente l'esperienza del naufrago si presta alla perfezione. Ricordiamo per esempio la tragedia di metà agosto 2000 del sottomarino russo, che ci porta queste sensazioni ancora più vicino: chi non ha provato a immaginarsi la bolla d'aria nella chiglia con pochi uomini imprigionati in mezzo a impenetrabili pareti d'acqua gelata, l'attenzione tesa a spiare rumori rivelatori, l'attesa, la decrescente speranza di soccorsi, poi solo il silenzio, la disperazione, il buio. In tutto questo possiamo sentire l'angoscia, il terrore, forse la rabbia impotente, ma per capire il senso psicologico dell'abbandono occorre aggiungere ancora una pennellata, quella che Poe dà nel suo racconto. Il naufrago vede qualcosa lontano nell'orizzonte, e tutto in lui si protende verso quel solo punto che non è acqua, verso il solo elemento eterogeneo nell'universo azzurro di cielo e oceano in cui è perso. Ed è come se i suoi pensieri volessero muovere verso di lui quella che man mano si scopre essere una vela, come se tutto il suo animo si accendesse nella speranza di una salvezza che può essere ma non è ancora, almeno finché non avrà la certezza di essere stato avvistato. E man, mano che la vela si avvicina tutto il suo essere si fende dividendosi tra il timore che improvvisamente la nave cambi rotta e l'attesa crescente di un cenno che gli faccia sapere di essere stato notato.
Ma la nave si dirige proprio verso di lui e gli passa accanto a poche decine di metri, tanto che può riconoscere i profili degli uomini appoggiati alle murate, i loro camisacci gonfiati dal vento, i loro volti che lo guardano man mano che la nave prosegue, e fila via, seguendo la sua rotta veloce, senza fermarsi, lasciandolo indietro come cosa tra le cose, relitto tra i relitti, essere al quale non è riconosciuta un'anima. Non importano tanto le ragioni per cui la nave non si ferma: fretta di compiere la propria rotta commerciale, indifferenza, crudeltà, attenzione esclusiva alla propria missione da cui nulla, nemmeno il tempo di prestare soccorso, può distogliere. Quel che la descrizione di Poe aggiunge all'angoscia, all'orrore dell'uomo smarrito nella propria disperazione, è l'interazione con un Altro, metaforizzato, nel racconto, dalla nave. Gli elementi sono ciechi: la tempesta può rovesciarti ma non ce l'ha con te, l'onda può travolgerti ma non vuole travolgerti, il mare può inghiottirti ma non ha un appetito rivolto a te. La presenza dell'Altro cambia tutto il tono psicologico della situazione: l'Altro può rivolgersi a te, può avere un'attenzione nei tuoi confronti, può interagire, e quindi il fatto che non si fermi, che la nave non ti raccolga, aggiunge qualcosa che mancava nel quadro dell'uomo solo in mezzo al mare, aggiunge un'intenzione. Nel primo quadro l'uomo in mezzo al mare è solo, nel secondo è abbandonato. Tutta la differenza tra la psicologia della solitudine e quella dell'abbandono sta nella diversa coloritura emotiva data dall'intenzione dell'Altro: assente nel primo caso, presente nel secondo. Si può essere abbandonati solo a partire da un contesto in cui si può essere soccorsi. L'Altro può rivolgersi a te e nella stessa misura può distogliersi da te, può venirti incontro come può allontanarsi da te, e per poterti abbandonare deve avere la possibilità di soccorrerti e negarla. Nel racconto di Poe l'Altro è metaforizzato dalla nave. Nella situazione del bambino l'Altro è incarnato dalla madre, o dall'agente delle cure che si occupa di lui. È la madre che può donare o negare la propria presenza, sostenere o destituire, corrispondere o tacere. Naturalmente, vista sulla scala della relazione madre-bambino, la situazione dell'abbandono può sembrare meno drammatica di quella del naufrago. La madre che si gira e se ne va mentre il bambino piange, non lo lascia in balìa della burrasca, ma solo tra i flutti delle proprie lacrime, e noi sappiamo che la sua vita non è in immediato pericolo. Ma cosa sa il bambino? Non bisogna fare errori di prospettiva: la sua vita non è in pericolo ai nostri occhi di osservatori esterni e adulti, ma qual è la percezione interiore del bambino? Daniel Stern, psicoanalista statunitense, ha dedicato importanti studi volti a ricostruire la comprensione della situazione soggettiva del bambino in età preverbale. È una comprensione che per l'adulto è andata perduta, e non è facile dare il giusto peso a quel che è importante, o a volte drammatico, per il bambino partendo dalle nostre sensazioni che derivano dalla capacità matura di interagire con il mondo. Bowlby ha studiato per primo in modo approfondito i risvolti emotivi della relazione madre-bambino, le reazioni alla perdita, all'abbandono, o a segnali piccoli che per il bambino possono avere un valore invece amplificato. La situazione sperimentale detta strange situation, messa a punto dalla sua allieva Mary Ainsworth, mostra attraverso le reazioni osservabili del bambino la differenza tra la psicologia della solitudine e quella dell'abbandono. La madre si assenta per un breve momento, e quando torna il bambino può avere diverse reazioni. La può accogliere festoso e leggermente preoccupato, mostrare qualche segno di rimprovero con atteggiamenti aggressivi o restare indifferente ignorando la sua presenza. Nel primo caso il bambino si è sentito solo, e prova sollievo al ritorno della madre, accoglie il suo ritorno come un cambiamento positivo e una cancellazione dell'ansia che cominciava a prenderlo. Negli altri due casi, e in modo più marcato nel secondo, il ritorno della madre non mette le cosa a posto tanto facilmente. Non è infatti soltanto l'assenza che il bambino ha sentito, ma l'intenzione di andarsene lasciandolo lì, senza protezione. Il semplice ritorno allora non cancella questa intenzione, che permane come una lacuna meno facile da riparare nel rapporto, e per superare la quale non basta la restituzione della presenza materna. Il bambino in questo caso non si è sentito solo ma abbandonato. Per capire la psicologia dell'abbandono non basta un Altro cieco, che non ti vede, occorre un Altro che distoglie intenzionalmente lo sguardo da te, e che ti lascia dove sei pur avendo i mezzi per salvarti. Leopardi, con la sua natura matrigna, non potrebbe mai sentirsi abbandonato. Disperato forse, angosciato, naufrago nell'infinito. Per sentire l'abbandono occorre un Altro a cui, impotenti, inchiodati alla situazione estrema, rivolgere la domanda che risuona dalla lontananza dei secoli "Perché mi hai abbandonato?".
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