Foto di Lorenzo Girodo Testo in preparazione del Congresso AMP del 30 aprile-3 maggio 2026 a Parigi Marco Focchi Nessuno è a proprio agio con il sesso. Ai tempi di Freud questo poteva sembrare un problema indotto dal regime vittoriano – e lo era, almeno per le donne: non a caso tutto nella psicoanalisi comincia con lo studio delle isteriche. Lacan, che ha vissuto in un’altra epoca, ha potuto mostrare che le cose non sono così semplici, che il problema non si può buttare sulle spalle di una particolare configurazione sociale o politica, che è più profondo, radicale, strutturale. Il sesso è, in ultima istanza, un aspetto della nostra esistenza con il quale non ci si aggiusta, e con cui ciascuno deve trovare un proprio di convivere. I primi accenni di questa difficoltà a far tornare i conti con il sesso Lacan li dà nel seminario XII, portando l’esempio della morra cinese. Al posto di sasso, forbice, carta, Lacan mette soggetto, sapere, sesso. Nella morra cinese non c’è una gerarchia: ogni elemento vince su uno e perde su un altro, non c’è un elemento superiore agli altri in modo stabile. La struttura è un sistema circolare non transitivo. Così è, secondo Lacan per soggetto, sapere, sesso: “il soggetto s’indetermina nel sapere, il quale si ferma di fronte al sesso, che conferisce al soggetto una nuova specie di certezza, quella di prendere dimora nella pura mancanza del sesso”. Il soggetto è diviso, non identico a sé, vuole e non vuole la stessa cosa, e si determina nel desiderio, ma è proprio determinandosi che si divide. Il sapere, in questa fase, è ciò di cui è fatto l’inconscio, e l’inconscio è un sapere il cui soggetto resta indeterminato. Il sesso è poi il punto limite, l’ostacolo intorno a cui girano i termini, e conferisce al soggetto una certezza che lo determina sottraendovisi.
L’intoppo della sessualità appare dunque piuttosto presto nell’insegnamento di Lacan, anche se trova la sua forma canonica solo più tardi, con il n’y a pas de rapport sexuel. Il modo più semplice di capire la questione è dire che non vi è minimo comune denominatore tra il godimento maschile e quello femminile. Tra i due sessi si scava dunque una voragine incolmabile. Ecco perché se il reale della scienza ricade completamente sotto la rubrica del calcolabile, nella psicoanalisi questo calcolo risulta impossibile, e per l’essere parlante l’interazione passa per l’esclusione del sesso. Il gioco della psicoanalisi si svolge così tra soggetto e sapere, ma il sapere non può essere un sapere sul sesso. In questo senso, se per la scienza c’è un sapere nel reale, non possiamo dire lo stesso per la psicoanalisi. Cosa cerca tuttavia il soggetto in analisi se non la verità sul sesso? quella verità che non si riesce a dire per intero, e che fa sì che quella dello psicoanalista sia una posizione impossibile? Si tratta quindi nell’analisi di di articolare un sapere che può solo sfiorare la verità, mai afferrarla. La regola dell’analisi consiste quindi nel mettere l’oggetto a al posto del rapporto sessuale, e qui cominciamo a vedere che l’oggetto a è una parvenza, che il reale del sesso è quel che rimane comunque escluso. Abbiamo però un’anticipazione di quel che Lacan dirà nel seminario XX sostenendo che l’amore supplisce all’assenza di rapporto sessuale, perché lo vediamo in funzionamento nel procedimento analitico come amore di traslazione. Auden invocava, in uno dei suoi libri, la verità sull’amore. Potremmo dire in un certo senso che la verità sull’amore è il sesso, ma questa verità è coperta da un pudore radicale, un aidos, che non ne permette in nessun modo il totale disoccultamento. Nel proprio movimento di schiusura la verità al tempo stesso nasconde. In questo senso il sapere stesso – dice Lacan – viene a porsi come custode al servizio di questo rifiuto della realtà sessuale. Quanto più si lavora il sapere in conscio tanto più ci si scontra con la difesa del soggetto, che non è una difesa rivolta contro l’analista ma, per l’appunto, contro la realtà sessuale. Il soggetto non ne vuol sapere, anche se se ne attende la rivelazione. È l’amore allora che permette un relativo avvicinamento a quel che altrimenti sarebbe insopportabile, e che permette di schiuderlo all’Altro. La formula, notissima, che Lacan pronuncia nel seminario sull’angoscia (p.209), è che solo l’amore permette al godimento di accondiscendere al desiderio. L’evocazione di Auden, un poeta, non è casuale, perché in questa impossibilità di serrare con il sapere il nodo intorno al reale del sesso c’è il riconoscimento – come segnala Miller (L’inconscient et le corps parlant) che il simbolico non domina il reale. Nel seminario XII è indicata come una possibilità di sfiorare il reale quando il sapere, custode del rifiuto, è portato al culmine di questa sua funzione al punto da rovesciarsi in una mancanza di custodia che lascia trapelare un tocco di reale. C’è qui tutta la prospettiva dell’ultimissimo Lacan, che si lascia alle spalle i diversi momenti in cui cerca di dare alla psicoanalisi una veste scientifica prima con la linguistica, che abbandona per prendere la via della logica, definita come scienza del reale, per poi abbandonare anche questa, imbarcarsi con Joyce e infine, ne L’insu, per rinunciare a ogni idea che il simbolico governi il reale, chiamando in causa la scrittura poetica per avere “la dimensione di quel che potrebbe essere l’interpretazione analitica” (p. 155). Non sono più allora le leggi della metafora e della metonimia ad avere incidenza, se non nella misura in cui mettono in risonanza il suono e il senso, e non è più neanche la logica articolata a dare portata al dire analitico. Solo la poesia perette l’interpretazione, perché la poesia produce “effetti di senso, ma anche effetti di buco” (L’insu p. 169) Il sapere non riesce a coprire l’assenza di rapporto sessuale se non nell’estremizzazione della sua funzione di custode del rigetto. La poesia tuttavia non è un sapere, e per questo attraverso la produzione di senso può far anche apparire il buco, perché fa lavorare il linguaggio con altri mezzi che quelli del sapere e della logica. Il buco sfugge alla presa del linguaggio come sapere e come logica, non può essere detto. La poesia, proprio perché porta il linguaggio al limite, può invece farne intravedere il vuoto strutturale. Pur producendo un effetto di senso non lo colma, ma lo delinea. È il solo modo per toccare l’inesprimibile, l’assenza di rapporto sessuale, il punto in cui il senso svuota invece di riempire. In altre parole, la poesia è l’espediente per mettere in gioco l’impasse del senso senza colmarlo, bensì mettendolo in scena. È un riempimento che mostra l'incolmabile.
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