Sygne de Coûfontaine nell'intepretazione di Evelyne Bouix Marco Focchi Conferenza tenuta a Siviglia il 29 novembre 2025 Nel Seminario su La logica del fantasma Lacan pone le basi di quello che sarà l’assioma reso esplicito negli anni successivi del suo insegnamento: non c’è rapporto sessuale. È l'aforisma che dà il titolo al nostro prossimo Congresso AMP a Parigi ed è, possiamo dire, uno dei punti d’arrivo della riflessione di Lacan, e uno dei punti fondativi del suo pensiero. Come notato da Massimiliano Rielli in un lavoro di cartello, possiamo trovarne un’esemplificazione letteraria attraverso il racconto di Borges La setta della fenice che, secondo Miller, offre una metafora illuminante della sessualità: una setta misteriosa unisce tutti gli uomini attraverso un rito tramandato di generazione in generazione. Il segreto del rito, come si coglie, è il coito stesso: ogni essere umano ne condivide la pratica, che rimane tuttavia paradossalmente occultata per ognuno. Borges evidenzia il carattere enigmatico l'atto sessuale presentandolo come un rituale misterioso. Questa pratica, sottratta alla visibilità, tocca il cuore di quel che Lacan esprime dicendo che non c'è rapporto sessuale. Si tratta infatti di mostrare che nessun rito simbolico e nessuna formula può definire nell’essere parlante una corrispondenza tra il godimento maschile e quello femminile. Come suggerisce un verso di Montale, ricordatoci da Simone Barbagallo, “Il fiore che ripete/ dall’orlo del burrato/ non scordarti di me/ non ha tinte più liete né più chiare/ dello spazio gettato tra me e te" (Mottetti, da Le occasioni). Questo spazio gettato tra te e me esiste come iato incolmabile, come una separazione creata dal linguaggio stesso. Prendo il riferimento a questo verso perché mette in gioco lo spazio, quello spazio tra te e me definito come incolmabile, come preso sull’orlo di un baratro, di un precipizio, ed è come lo spazio geometrico del segmento che Lacan usa per cercare di dare una prima formalizzazione matematica dell’assenza di rapporto sessuale Dal paradigma fallico al paradigma del non-rapporto
L’insegnamento di Lacan, ricorda Rielli, va dal paradigma fallico presente nei Seminari V e VI, a quello del non-rapporto esplicitato nel Seminario XX. La Fenice del racconto borgesiano può essere presa come espressione del fallo, che scompare e risorge come fa l'organo nell'atto sessuale. Ogni essere parlante si riconosce nel culto della Fenice, ovvero nel significato del fallo come funzione su cui s’impernia il linguaggio. Nel Seminario XX Lacan mostra poi come il fallo costituisca un ostacolo al rapporto tra i sessi: "il godimento fallico è l'ostacolo per cui un uomo non arriva a godere del corpo della donna". Il godimento dell'organo elude il desiderio, che richiede l'operatività della castrazione simbolica. Invece di partire dell’Altro, nella logica in cui il desiderio è desiderio dell’Altro, si parte allora dal fatto che c'è godimento, un godimento Uno, asessuato, localizzato nel corpo proprio che gode senza l’Altro. Nel seminario XIV non siamo ancora in questo scenario, c’è però la messa in gioco di quella che Lacan definisce come un’eterogeneità tra il godimento maschile e quello femminile. Tra i due godimenti non c’è una comune misura. Per questo Lacan prende come riferimento matematico la relazione aurea con la divisione del segmento in media ed estrema ragione, giacché questa costruzione non è solo una formulazione elegante – che nell’arte rinascimentale è anche stata presa poi a modello della bellezza – ma è l’espressione formale di un punto di struttura. L’incommensurabile La media ed estrema ragione nascono infatti come soluzione al grande problema sorto con la scoperta di Ippaso di Metaponto dell’incommensurabilità e al trauma che ha provocato nel pensiero greco. I pitagorici, per i quali tutta la realtà è riconducibile a numeri, ne furono sconvolti, ma non solo loro: tutto il pensiero greco era impostato sulla razionalità della misura. Per esempio Policleto, lo scultore, considerava che la bellezza dipendesse da un sistema rigoroso di rapporti numerici tra le parti del corpo. I rapporti che usava erano però tutte frazioni razionali: il piede doveva essere 1/6 dell’altezza, la testa 1/7 ecc. La scoperta dell’incommensurabile dà luogo dunque a una crisi, ed Euclide è il primo a dare una formulazione rigorosa della seziona aurea, la stessa che Lacan riprende nel seminario sulla logica del fantasma. C’è in fondo un particolare parallelismo tra la crisi del pensiero greco indotta dall’incommensurabile e i problemi che affronta Lacan in questi anni. La crisi nata dalla scoperta dell’incommensurabile mette in discussione l’idea che l’armonia del mondo sia esprimibile solo in termini di rapporti tra numeri interi. Il Lacan degli anni Sessanta deve fare i conti con il fatto che l’inconscio strutturato come un linguaggio non esaurisce tutte le questioni poste dal trattamento psicoanalitico. Non stupisce dunque che vada a cercare una via d’uscita negli stessi mezzi con cui i greci han tentato di trattare il loro problema. La media ed estrema ragione offrivano ai greci un ponte concettuale dove, partendo da costruzioni geometriche rigorose legate a figure regolari, si arrivava a un rapporto incommensurabile che però non appariva caotico, bensì armonico e perfettamente definito. Per questo Platone (Timeo 36a) e poi Euclide la valorizzarono come simbolo di mediazione, come un ponte tra finito e infinito, tra ordine e disordine. La soddisfazione A questo proposito il problema da cui Lacan parte è quello della soddisfazione. Che modello possiamo darci della soddisfazione? Freud, come prototipo di soddisfazione soggettiva, propone l’unione sessuale. Per altro verso però, l’esperienza clinica da cui è partito Freud ma, possiamo dire, l’esperienza che è di tutti, è quella che mostra chiaramente come l’unione sessuale sia il punto in cui maggiormente incontriamo l’insoddisfazione soggettiva. Era così al tempo di Freud ed è così ancora per noi oggi. Da cosa dipende? Evidentemente il problema non si limita alle restrizioni presenti nella società vittoriana, dove la sessualità era vista come qualcosa da disciplinare, regolare e da contenere. Lacan parla negli anni Sessanta, quelli della rivoluzione sessuale, quando già era arrivata la pillola anticoncezionale, quando il sesso aveva smesso di essere solo legato al matrimonio e alla procreazione, diventando espressione di piacere e di realizzazione personale. Cosa fa sì allora che ci sia questa ininterrotta continuità d’insoddisfazione nell’esperienza umana che neppure la prospettiva freudiana ha potuto cancellare? Qui c’è il passo avanti che Lacan fa proprio con la formula secondo cui non c’è rapporto sessuale: l’insoddisfazione non è accidentale, non è contingente, è qualcosa di fondo, di strutturale, che discente dal modo stesso in cui è organizzata la sessualità per l’essere parlante. Potremmo dire che Lacan segue un binario parallelo a quello de Il disagio della civiltà, quando Freud diagnostica l’insoddisfazione del genere umano con la rinuncia pulsionale necessaria perché possa costituirsi la civiltà. Lacan, nel qualificare il disagio, aggiunge però qualcosa di significativo, facendo un’osservazione sulla posizione dell’uomo contemporaneo in quello che è il sistema capitalistico. L’individuo è visto, nel sistema capitalistico, esclusivamente in funzione della produttività: il tempo è impiegato in un lavoro destinato a rendere possibile il sostentamento e deve essere utile alla produttività, ovvero alla creazione di quel che Marx chiamava il plusvalore. C’è, in queste osservazioni, come un’eco delle analisi di Marcuse sul principio di prestazione. “Quale margine viene lasciato al tempo proprio di una cultura dell’amore? – si domanda Lacan – Tutto testimonia – risponde – che è la realtà più esclusa dalla nostra realtà soggettiva.” Questa osservazione, qui apparentemente marginale, è un seme che ha un successivo sviluppo nel suo pensiero, e che verrà ripresa negli anni più tardi del suo insegnamento, dopo aver formulato la teoria dei quattro discorsi. È l’idea che nel discorso capitalistico – un quinto discorso aggiunto in seguito ai quattro canonici – non c‘è posto per l’amore, perché non c’è posto per la mancanza. Il capitalismo ti ipersazia, ti riempie di oggetti paccottiglia, alimenta ad artificio desideri, con la pubblicità, con il marketing, solo per poterli saturare con le sue merci. Il modello di soddisfazione promosso dal capitalismo è dunque quello della saturazione. Il modello freudiano è evidentemente diverso. Come abbiamo visto è la funzione della sessualità a fornire per Freud il modello della soddisfazione, e la grande differenza è che la sessualità mantiene una mancanza, un varco incolmabile. Se il capitalismo alimenta desideri come crateri da riempire e in cui far defluire le proprie merci, Freud vede invece nella sessualità il modello di una soddisfazione insatura, e in essa Lacan fa apparire in questa una crepa in cui solo l’amore può fare da ponte. Si tratta allora di analizzare cosa significa soddisfazione nella sessualità e si tratta di distinguerla dai modelli biologici che di essa si possono dare. Lacan prende alcuni esempi organici di soddisfazione, come la digestione, dove l’appagamento viene dalla replezione. In questo e in altri schemi vagliati da Freud di modi di soddisfazione, il punto significativo è che la soggettività non vi ha nessuna parte. La prospettiva freudiana è infatti anche sostanzialmente diversa dal modello stimolo-risposta, dove la soddisfazione coincide con la nozione di scarica. Anche qui la soddisfazione non è qui provata come un’emozione soggettiva, ma piuttosto come una condizione funzionale. È stato Edward Lee Thorndike a formulare per primo la legge dell’effetto, secondo cui se una risposta a uno stimolo è seguita da uno stato di soddisfazione, il legame S-R si rafforza, se invece è seguita da insoddisfazione o da un fastidio, il legame si indebolisce. C’è quindi una sollecitazione che va dalle strutture sensoriali alla rete nervosa che ne costituisce il motore. Lacan considera l’esempio di una rana: se ne stimoliamo una zampa, la rana la ritira. Non c’è quindi nessuno movimento rivolto al mondo per afferrare un oggetto, ma semplicemente un movimento di fuga da qualcosa che la ferisce. Per i primi comportamentisti quindi vediamo che la soddisfazione è considerata semplicemente come un fattore quasi meccanico. Skinner poi interpreterà la soddisfazione come un rinforzo positivo. Il termine rinforzo si sostituisce così a soddisfazione, interessando poi il campo dell’apprendimento. La ripetizione e l’oggetto Nella prospettiva psicoanalitica invece non c’è soddisfazione senza oggetto, non è concepibile la dimensione della soddisfazione senza la ricerca dell’oggetto. Ma quale oggetto? In questo è rilevante la funzione della ripetizione, che si muove nei suoi giri per riafferrare un oggetto che è perduto. La costituzione dell’oggetto parte dalla mancanza. È l’inquadratura del problema che Lacan ha dato già a partire dal seminario IV su La relazione d’oggetto. Proprio perché la pulsione non è l’istinto, non si muove verso verso un oggetto disponibile nella realtà, la pulsione gira intorno a un’assenza. Lacan confronta il tema freudiano della ripetizione con il pensiero di Eraclito, per il quale tutto scorre, πάντα ῥεῖ (pánta rheî), e non possiamo bagnarci due volte nello stesso fiume, niente ripassa mai per la stessa traccia. Questo è un pensiero – dice Lacan – che paga “il prezzo di una costante rottura con l’assenza.” Occorre quindi s’inscriva un’assenza, occorre che l’oggetto si sia fatto mancare perché il movimento puro flusso, o non sia semplicemente meccanico come nello stimolo-risposta, e a partire da qui si apra un campo in cui è inscritto il soggetto. A questo proposito Lacan dice che la ripetizione comporta in Freud un elemento di misura e armonia. Credo possiamo dire si riferisca al fatto che la ripetizione porta in sé una legge, e che la misura viene intesa come un ritmo, quello scandito dal fort-da. La ripetizione gira intorno a questa alternanza tra il prodursi di un’assenza e di richiamo a una presenza. L’armonia può essere poi considerarla relativamente a una ordine formale: il trauma è, in un certo senso, organizzato e messo in forma dalla ripetizione. Questa armonia però non dà luogo a nessuna complementarità. Sarebbe così se il partner sessuale incarnasse la pienezza dell’oggetto perduto. Sappiamo invece che non c’è recupero dell’oggetto perduto, e l’oggetto a che l’amato porta in sé è una parvenza, è un agalma, è una lusinga vellutata, un vestigio tentatore, un sortilegio sottile. L’atto sessuale non si realizza infatti tra due partner che combaciano tra loro, e bisogna mettere in conto il terzo elemento, il fallo “e tutto ciò che ruota intorno alla castrazione” (p.192). Il concetto di armonia nella ripetizione Lacan distingue due prospettive rispetto all'atto sessuale: una è la pseudo-complementarità maschile-femminile, che si delinea per esempio nei rappresentanti dell’orientamento della relazione d’oggetto criticati nel Seminario IV. Si tratta qui di una visione ancorata all’oggetto come realtà, che il partner potrebbe incarnare e che darebbe luogo a un completamento immaginario tra i sessi, basato sull'illusione che l'altro possa colmare la mancanza. L’altra è quella che passa per la struttura della ripetizione, ed è a questo proposito che si parla di armonia strutturale. Abbiamo qui una ripetizione che non ritorna sull’identico, ma che mette in gioco una differenza strutturale implicata dal sistema simbolico. Lacan introduce così il concetto di gruppo armonico, che presenta un rapporto tra media ed estrema ragione perfettamente determinato e unico. Dividere un segmento secondo media ed estrema ragione significa tagliarlo in modo tale che il rapporto tra l'intero segmento e la parte maggiore sia uguale al rapporto tra la parte maggiore e quella minore. Immaginiamo di avere un segmento AB che dividiamo nel punto C, creando due parti: AC (la maggiore) e CB (la minore). La divisione aurea si ha quando: AB : AC = AC : CB Se chiamiamo φ (phi) il numero aureo, poniamo AB= a+b (tutto il segmento) AC = a (la parte maggiore) CB = b (la parte minore), allora la proporzione viene riscritta in forma algebrica: (a + b)/a = a/b. Risolvendo l’equazione otteniamo il valore: φ = (1 + √5)/2 ≈ 1,618... A rendere straordinario questo numero è il fatto che possiede proprietà uniche. Per esempio, φ² = φ + 1, il che significa che il quadrato del numero aureo è uguale al numero stesso più uno. Inoltre, 1/φ = φ - 1, quindi il reciproco del numero aureo è uguale al numero stesso meno uno. È curioso constatare come la sezione aurea sta si ritrovi un po’ dappertutto in natura: nella spirale delle conchiglie nautilus, nella disposizione delle foglie sui rami, nella struttura dei girasoli, nella forma del corpo umano secondo il canone di Vitruvio. L’aspetto interessante per Lacan è che la sezione aurea rappresenta un tipo molto particolare di armonia non simmetrica, come sarebbe una divisione a metà, ma asimmetrica in modo però proporzionalmente perfetto. C'è infatti una tensione dinamica tra le parti che non si risolve mai in un equilibrio statico. Questo rispecchia direi quel che Lacan intende quando parla di armonia della ripetizione nella relazione tra i sessi: non si tratta di una complementarità simmetrica, dell’illusione cioè che uomo e donna si completino come due metà uguali, ma di una proporzione asimmetrica da cui si genera una spinta produttiva, un movimento che nasce proprio dalla differenza. L'armonia in questo senso non si chiude mai completamente su se stessa, è sempre insatura, la soddisfazione non è mai piena e richiede sempre un passo successivo. Questo approccio suggerisce che la vera soddisfazione sessuale non deriva dal completamento immaginario con l'altro sesso, ma dall'inserimento della relazione in una struttura simbolica dove l'armonia emerge da progressioni differenziali che non sono mai speculari. In altre parole, gli uomini e le donne dal sesso vogliono cose diverse Dare forma alla perdita I modelli matematici utilizzati da Lacan non sono semplici ornamenti concettuali, sono mappe precise per orientarsi nell'ambiente specificamente umano, quello in cui l'acquisizione del linguaggio ha spezzato per sempre la spontaneità dell'istinto, lasciando al suo posto un'assenza che non può essere colmata. L'idea di fondo è che quando l'essere umano diventa parlante – cioè quando entra nel mondo simbolico del linguaggio – perde quella connessione diretta e immediata con i propri bisogni e impulsi che caratterizza gli altri animali. Un animale sa istintivamente cosa fare, quando accoppiarsi, come nutrirsi. L'umano no: deve mediare tutto attraverso il linguaggio. Questa mediazione simbolica, però, non è neutra. Trasforma radicalmente la natura dei desideri e dei bisogni, introducendo un divario, una distanza, un vuoto tra noi e la soddisfazione diretta. Il linguaggio, nel momento stesso in cui apre infinite possibilità espressive e relazionali, taglia però fuori dalla semplicità dell'appagamento immediato. La matematica, in questo contesto, serve allora a Lacan per modellizzare con precisione queste strutture di perdita e di mancanza costitutive dell'esperienza umana, fornendo gli strumenti concettuali necessari per pensare dinamiche che altrimenti rimarrebbero intuitive e imprecise. Si tratta allora di far affiorare la presenza del soggetto in quelle che Lacan definisce come le sue fallacie, i punti d’inciampo, le resistenze, i fallimenti, gli intoppi del discorso. È lì che si manifesta l’inconscio. Ponendo in relazione la ripetizione con il passaggio all’atto, Lacan mette a fuoco in particolare l’atto sessuale. Bisogna innanzi tutto considerare che l’atto è un evento che separa, è qualcosa che irrompe in una situazione, che produce una cesura, che segna un prima e un dopo. Lacan parla di taglio, e ogni atto è marcato dal superamento di una soglia e da una frattura. Un atto di parola come una dichiarazione d’amore, o una promessa, cambiano irreversibilmente il campo simbolico in cui vengono pronunciati, giacché dopo non si è più nello stesso quadro di prima. Come abbiamo visto Freud concepisce la soddisfazione, la Befriedigung come correlata al soggetto, anzi come il luogo in cui il soggetto si istituisce, e se Lacan parla di atto sessuale lo fa in contrasto con la spinta regressiva che nella tradizione post-freudiana riassorbe l’atto occultandolo dietro quella che chiama relazione sessuale. La sessualità, definita come relazione, viene infatti idealizzata e considerata armoniosa, legata al raggiungimento della maturità genitale. In questo modo si perde di vista ciò che Lacan vuole invece sottolineare, cioè che l’atto sessuale porta con sé una struttura di taglio, di rottura, irriducibile al semplice raggiungimento di un equilibrio affettivo. Resta nell’atto una discrepanza, un dislivello, un salto. Per questo non possiamo ridurre il sesso a un gesto banale, come quello descritto da Aleksandra Kollontaj, secondo la quale fare l’amore doveva diventare facile come bere un bicchier d’acqua. Nonostante la spinta libertaria manifestatasi negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, l’atto sessuale non si è potuto banalizzare, e porta con sé anomalie, discordanze, inciampi, fallimenti, qualcosa che non si aggiusta e che resta legato alla colpa. Questi aspetti appartengono in modo essenziale alla sua struttura. La teoria che parla di genitale come stadio di maturità affettiva finisce per proporre un modello conformista: la coppia tenera, la sessualità vissuta come integrazione armoniosa. Ma la verità dell’atto sessuale è più complessa: può includere anche l’odio, e non per questo smette di essere quel che è, cioè un atto. La psicoanalisi, se vuole restare fedele alla scoperta freudiana, deve entrare nel merito di questa dimensione meno edenica, meno innocente dell’amore. L’ambiguità dell’amore: Claudel Lacan introduce così un riferimento a Claudel per contestare un assunto fondamentale nella teoria psicoanalitica ortodossa, secondo cui l'atto sessuale maturo dovrebbe essere accompagnato dalla tenerezza, e che un atto sessuale compiuto nell'odio sia segno di immaturità e di fissazione a stadi arcaici dello sviluppo libidico. La domanda che provocatoriamente si pone è: "Un atto sessuale è forse falsato se è compiuto nell'odio?" Lacan legge allora la trilogia di Coûfontaine, che inizia con L’Otage, seguita da Le Pain dur e Le Père humilié, concentrandosi sulla relazione tra Turelure, un parvenu senza scrupoli, figlio di contadini arricchito, e Sygne de Coûfontaine, aristocratica legittimista, ultima della sua stirpe. La loro relazione è caratterizzata da un odio di classe, giacché Sygne disprezza profondamente Turelure per le sue origini e i suoi metodi; da un senso di sacrificio, giacché Sygne accetta di sposarlo per salvare il Papa, rifugiatosi nella proprietà della famiglia; e dalla necessità di garantire la continuità del nome Coûfontane. Il matrimonio, malgrado il disprezzo, viene tuttavia consumato e genera un figlio, senza che l'odio venga mai superato o sublimato. Questo esempio serve a Lacan per dimostrare che l'odio non invalida la struttura dell’atto La relazione tra Turelure e Sygne è infatti una congiunzione sessuale pienamente realizzata dal punto di vista strutturale, fino a produrre un figlio. Non può quindi essere liquidata come immatura o patologica solo perché manca la tenerezza. La tenerezza – suggerisce Lacan – sarebbe semplicemente una sorta di compassione che serve per velare l'impossibilità di amare, e si ridurrebbe quindi a una funzione schermo, a una formazione reattiva, piuttosto che non essere la forma matura dell'amore. La trilogia di Claudel mostra che la grazia, il sacrificio, il compimento del dovere non valgono a trasformare l’odio, attenuarlo. L’odio di Sygne rimane immutato fino alla fine, anche se tutto, incluso l'atto sessuale, viene compiuto come di dovere. Per Lacan questo esempio dimostra con chiarezza come l'atto sessuale abbia una struttura di taglio e possa benissimo prescindere dall’aspetto sentimentale. La teoria psicoanalitica che definisce la maturità in termini di relazione d'oggetto realizzata nella tenerezza semplicemente evita la dimensione radicale dell’atto, perché l'odio va messo in conto anche come la forma attraverso cui si manifesta il rapporto impossibile con l'Altro sesso. La castrazione, la mancanza strutturale non viene infatti eliminata dalla tenerezza, ma semplicemente mascherata. L’ambiguità, o l’ambivalenza, amore-odio non è qualcosa che si risolva attraverso la maturazione, perché appartiene alla struttura stessa dell'incontro sessuale. L'odio può essere il modo in cui il soggetto riconosce e si confronta con l'alterità radicale del partner, senza le consolazioni della tenerezza che temperano lo scandalo dell'atto. La trilogia di Claudel offre quindi in un esempio letterario di ciò che la teoria analitica dei post-freudiani fatica a pensare: che un atto sessuale pienamente realizzato può avvenire nell'odio, e che questo rivela qualcosa di essenziale sulla struttura del desiderio umano. L’atto analitico A partire da qui Lacan introduce il confronto con l’atto analitico. Quest’ultimo, chiarisce subito, non ha nulla a che fare con l’atto sessuale: è, anzi, il suo opposto strutturale. L’atto analitico si comprende meglio se partiamo dall’acting-out, e vediamo in cosa si distingue da questo. L’acting-out riguarda quei gesti o quei comportamenti che il paziente compie in analisi e che non possono ancora essere detti, ma che manifestano comunque qualcosa dell’inconscio. Un qualsiasi gesto apparentemente insignificante può rivelarsi una messa in scena dell’oggetto a. In questo senso, l’acting-out è un passaggio fondamentale: mostra come il soggetto faccia esistere, con un atto, ciò che non trova posto nella parola. L’atto analitico invece non è una rappresentazione, e Lacan lo introduce distinguendolo dall’atto sessuale. Il letto si presta bene a mostrare la differenza. Dove meglio che nel letto infatti ha luogo l’atto sessuale, con tutto il suo portato di soddisfazione e di mancanza. Il lettino analitico, invece, è per contrasto il luogo in cui l’atto sessuale è escluso. E proprio questa esclusione è la condizione essenziale, perché sul lettino analitico il sessuale entra come come insieme vuoto, e questo vuoto è la condizione per cui l’intervento analitico produce un effetto nel campo della verità. Di quale effetto si tratta? Quello di presentificare l’oggetto a. Qui cogliamo il motivo per cui Lacan presenta l’atto analitico introducendolo attraverso l’acting-out. Nell’acting-out infatti l’oggetto a si presenta, ma in cortocircuito, dove il taglio interpretativo è mancato. L’oggetto a cade fuori dal campo della verità ed entra per questo in scena rappresentandosi. Nell’atto analitico il campo desessualizzato, il vuoto lasciato permette all’analista di occupare questo vuoto per sostenere la presenza dell’oggetto a. Se nell’acting-out l’oggetto a si rappresenta avendo mancato l’appuntamento con la parola rivelatrice, nell’atto analitico si presenta grazie al vuoto che gli fa posto. La sublimazione La soddisfazione sessuale, come abbiamo detto è sempre legata a una mancanza. Nel momento stesso in cui si realizza infatti, porta in sé il segno di una perdita. Questo è reso evidente dal fenomeno della detumescenza. La caduta del godimento che segue l’atto sessuale diventa infatti indice del limite strutturale imposto dalla legge del piacere, giacché il piacere ha un limite nel fatto che quando è in eccesso si rovescia in dispiacere. È proprio questo limita a occultare la mancanza, a far sembrare che non manchi nulla. Nell’atto sessuale infatti, la mancanza viene mascherata dalla soddisfazione, anzi, la soddisfazione viene proprio dal fatto che non ci si accorge dalla mancanza, perché la detumescenza che materializza la mancanza viene vissuta come compimento e non come perdita. Proprio a partire da questa mancanza invece Lacan introduce la sublimazione, ma a differenza della sessualità, che tende a mascherarla inseguendo una soddisfazione sempre incompleta, la sublimazione prende la mancanza come punto di partenza. Non cerca di riempirla, ma la assume e la riproduce come tale. Sublimare significa allora costruire attorno alla mancanza, trasformarla in una forza produttiva. Anche in questo caso Lacan ricorre al il numero aureo, calcolando una progressione convergente di potenze pari e dispari lungo il cui sviluppo il taglio ultimo equivale sempre alla mancanza di partenza. È una sequenza che utilizza proprio la mancanza, ed è questo che fa la sublimazione: ripete e rimaneggia la mancanza originaria portandola sempre al limite. In conclusione, Lacan mostra come l’atto sessuale, quello analitico e la sublimazione abbiano in comune il rapporto con la mancanza, ma la trattino in modi differenti. L’atto sessuale, che fonda il soggetto, lo porta a una soddisfazione che, per quanto incompleta, si realizza attraverso l’occultamento del suo limite costitutivo. L’atto analitico, al contrario, si determina nella messa in gioco del vuoto che fa spazio all’oggetto a. La sublimazione, infine, prende la mancanza come propria risorsa, facendone il motore di una costruzione infinita. Questo è il filo che attraversa il testo di Lacan: nella costituzione di un campo dove il soggetto abbia un posto nel suo rapporto con la verità, non basta riferirsi genericamente alla mancanza, occorre definirne sempre la peculiare mappatura, e questa operazione passa attraverso precisi riferimenti matematici con la funzione non tanto di essere dei modelli, ma di presentare il pensiero psicoanalitico in modo non semplicemente descrittivo e attraverso una scrittura che resiste al senso.
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