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Il buon uso dell'inconscio

Conferenze, seminari, interventi e testi del dott. Marco Focchi
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La legge è uguale per tutti (o quasi)

9/2/2026

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Relazione presentata al Convegno tenutosi a Torino il 20-21 maggio 2000 con il titolo: Le patologie della legge. Clinica psicoanalitica della legge e della norma.

Marco Focchi

Ci sono due versanti dell'universalità della legge: uno scientifico e uno giuridico. Entrambi ci riguardano, anche se in modo diverso. Vorrei affrontare il primo per l'aspetto in cui investe la medicina. Da quando la medicina è stata assorbita dal discorso scientifico, il concetto di benessere rientra in una norma generata dalla statistica e la salute è un diritto garantito al cittadino. Sul piano giuridico invece l'universalità è messa chiaramente a fuoco da Kant, che ha la preoccupazione di accordare le volontà molteplici secondo una legge di libertà. Sappiamo che per Lacan il complemento di Kant è Sade, dove l'idea di un diritto incondizionato a godere del corpo dell'altro fa apparire un orizzonte al di là del bene comune a cui può aspirare la volontà generale.  ​
Cominciamo con il primo versante. Ho sempre avuto difficoltà con un modo di pensare appartenente a un certo tipo di mentalità medica e generalmente diffuso tra i professionisti del benessere, sempre pronti a dirti cosa devi fare per dare il meglio di te. Il buon medico, per esempio, per il tuo bene, prescrivendoti gli esami che, all'occhio esperto, rendono trasparente la situazione del tuo organismo, vuole che i dati si rispecchino nel range di alcuni parametri standard dai quali viene definito il tuo stato di salute. Gli esami del sangue per esempio debbono contenere i loro risultati in un arco di variazione stabilito, credo, dall'OMS, dove il benessere della persona è inquadrato con la precisione del milligrammo. Se, così, i gamma GT o qualcuna delle transaminasi sforano il tetto consentito, è perché si è andato un po' forte con gli alcolici. Se a superare la soglia sono i trigliceridi, è con i dolciumi che si è esagerato. Il sangue, le urine, tutte le nostre escrezioni corporee, pesate al saggiatore della scienza medica, sono in grado di mostrare la dismisura nell'inclinazione ai piaceri, e di rivelare la nostra tendenza a far loro superare la soglia nociva che da piaceri li trasforma in godimento.
Per sorvegliare le brame della pulsione orale il metodo più comune per esempio è definito da una correlazione tra altezza e peso che vincola questi due valori a dipendere l'uno dall'altro secondo parametri che hanno poco margine di oscillazione. Da un lato è evidente che, se fissiamo la costante in uno dei due, per esempio l'altezza, l'altro ne dipenderà. In quale misura però? E secondo quale norma? Statistica, certo, cioè secondo la norma che le cose debbano andare bene più o meno per tutti. Ho cambiato molti medici per la mia poca adattabilità a questa norma, fino al giorno in cui ne ho trovato uno che mi ha chiesto: "Qual è il suo peso quando si sente in forma?". Naturalmente è stato lui ad arrestare la mia metonimia, la mia fuga di medico in medico. Ha acceso lui la scintilla che produce la metafora dell'amore rendendo unici, perché anche per farsi curare da un medico occorre un transfert, e così mi sono fermato con lui.
Correlare il peso con il fatto di sentirsi in forma è qualcosa di completamente diverso da metterlo in rapporto con l'altezza. Qual è la misura del sentirsi in forma? L'altezza ha i suoi centimetri, che esercitano un sicuro effetto normativo sulle variazioni di peso, ma cosa misura il mio benessere?
Una gestione aziendale del sistema sanitario naturalmente non può includere nei suoi parametri il mio benessere. Deve considerare quello dei cittadini in generale, che naturalmente sono un'astrazione numerica. L'amministratore della ASL ha bisogno di sapere entro quali range di valori il malato, che è stato portato nella sua azienda per la produzione di salute, non è più malato. E deve sapere anche in quanto tempo e con quali applicazioni terapeutiche si avrà la guarigione, se vuole ottimizzare e rendere concorrenziale il prodotto salute. I DRG, Diagnostic Rating Group, sono stati inventati proprio con lo scopo di stabilire standard accettabili di cura per una determinata popolazione di pazienti contenendo il più possibile i costi. Si è costretti allora a correlare il peso con l'altezza, perché questa è quantificabile e permette di fissare i numeri entro i quali l'OMS è convinta che io debba stare bene. Ma se soltanto mi viene la balzana idea che io sto bene in un altro modo, devo allora dissociare la mia idea di benessere da quella universalmente accettata e che la legge mi assegna come diritto. Perché c'è un diritto alla salute. Ma non sono sicuro di volerlo rivendicare.


Prendiamo ora il caso delle psicoterapie. A un certo punto anche Rosi Bindi ha dovuto ammettere qualche riserva a farle entrare nei criteri dei DRG. L'organismo più o meno si adatta a dei parametri medici: si sa mediamente quanto tempo può essere necessario perché un paziente si rimetta da una determinata operazione. Il paziente statistico e quello reale tendono a convergere. Ma quanto ci vorrà per rimettere in sesto uno psicotico dopo l'esordio? Il più incallito degli organicisti avrebbe qualche difficoltà a dirlo con esattezza, o almeno con un'esattezza fruibile per la gestione aziendale retta dai DRG. Ci si accorge, anche ai massimi livelli ministeriali, che quando entra nel conto un fattore come il soggetto, i criteri di quantificazione generalmente saltano. Diventa palmare l'incrinatura che si apre nella catafratta oggettività dell'universale. L'applicazione di un criterio universale a qualcosa di per sé irriducibilmente singolare provoca uno snaturamento.


Che cos'è la sofferenza psichica? Il DSM ha la sua risposta, e la espone in un profluvio di pagine in cui dettaglia per filo e per segno tutte le possibili varietà di sintomi e di quadri patologici. E' talmente ricco e completo che ciascuno di noi potrebbe senz'altro trovare posto in qualcuna delle sue innumerevoli caselle. Chi non ha avuto, da piccolo, almeno un deficit d'attenzione con iperattività, se non altro quando era stufo, quando non ne poteva più? Il problema del DSM è però che, contro ogni sua intenzione, non solo non è ateorico, ma sviluppa una delle teorie più forti che la storia del pensiero conosca: è un manuale platonico, perché promuove la credenza della patologia come essenza rivelata da un sistema indiziario complesso, e inchioda per sempre l'essenza all'esistenza con un acronimo che sigla il suo posto nel mondo: non ci sono più bambini distratti, ma bambini con DDAI (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). Per ogni malanno esistente però c'è un farmaco che gli si adatta, e salta fuori allora ultimamente, con grande allarme, che negli Stati Uniti si è verificato un incremento inverosimile delle prescrizioni di farmaci per i bambini in età scolare.


Noi, nella psicoanalisi, abbiamo risposte meno certe su quello che è la sofferenza, o almeno risposte meno classificabili. Ci interroghiamo sul reale dell'inconscio, e rivolgiamo la nostra attenzione al godimento, al rapporto sessuale e alla sua inesistenza. Sono cose difficili da regolamentare, sia per il Servizio Sanitario Nazionale, sia per il legislatore che deve sistemare lo spinoso problema delle psicoterapie. Sempre più spesso gli psicoterapeuti, nello sforzo di assegnare una qualche connotazione di realtà a ciò a cui la loro azione deve applicarsi, cercano di adeguare le loro classificazioni diagnostiche a quelle prescritte dal DSM. Il principio del DSM è che la patologia è un'entità, e che di quest'entità è legittimamente riconosciuta l'esistenza quando il paziente, all'osservazione, soddisfa un certo numero di criteri stabiliti. Il DSM non si pronuncia sulle cause, ma dice che qualcosa c'è. Naturalmente, con questa preoccupazione di non pregiudicare ideologicamente l'etiologia, si apre il campo alle scorribande della genetica, la cui sola pregiudiziale è il razzismo, come dimostra ampiamente il dibattito sull'ereditarietà dell'intelligenza.
Ora per noi, non c'è la genetica, e non c'è neppure il "qualcosa" messo lì a fare da causa, perché tutte le patologie, o meglio tutti i guai a cui le donne e gli uomini vanno incontro nel loro breve passaggio sulla faccia di questa terra dipendono, secondo noi, da un'inesistenza che Lacan ci ha abituato a qualificare come "rapporto sessuale": il problema è che non c'è rapporto sessuale, e che bisogna supplire come meglio si può.
La legge che è uguale per tutti (o quasi, perché, dice Lacan, nella psicosi le cose vanno diversamente) per noi è che non c'è rapporto sessuale. Ma non segnamo il passo sull'universalismo, perché lo consideriamo mitigato dal fatto che il modo in cui non c'è rapporto sessuale è diverso per ciascuno, e che ciascun soggetto si raccorda in modo singolare con questa inesistenza.


Sappiamo bene i tempi di attesa, le accelerazioni, le sorprese, le fughe, gli indugi, i lampi improvvisi che intervengono quando, nell'esperienza psicoanalitica ci mettiamo sulle tracce di questa singolarità. Negli stati dove le psicoterapie sono sostenute dalla previdenza sociale, come la Germania, si verificano fenomeni curiosi. Le risorse sociali non sono illimitate neppure in un paese ricco come la Germania. Il numero di ore rimborsate dalla previdenza sociale non supera quindi un certo tetto. Mi raccontava un collega tedesco che questo porta gli psicoterapeuti a non ascoltare più i pazienti: non ne hanno il tempo, non possono più seguire i giri e rigiri dell'inconscio, devono guarire la gente nel tempo concesso dai rimborsi della previdenza sociale, e sono costretti a non farli perdere in chiacchiere, ad anticipare le loro domande con risposte tratte dall'enciclopedia di un sapere buono per tutti gli usi. Non sarà necessariamente il DSM, ma un codice vale l'altro, se è semplicemente il catalogo di quel che è già saputo.
La patologia che nasce dall'attuale situazione legislativa in Italia credo stia nel fatto che rischia di ricondurre la psicoanalisi al già saputo.
Le leggi vigenti di per sé non sono dogmatiche, anzi, generalmente seguono il costume. Basta vederne le oscillazioni per quanto riguarda il comune senso del pudore. La legge punisce le violazioni al comune senso del pudore, ma non stabilisce cosa esso sia. A questo provvede la peculiare sensibilità della comunità, e poi sta ai giudici, in punti di frontiera particolarmente delicati, prendere delle decisioni. E' da segnalare per esempio proprio in questi giorni una variazione di frontiera nel comune senso del pudore, giacché la Corte di Cassazione ha stabilito che non è più reato fare l'amore in macchina. Se il luogo è isolato e la pronuba notte avvolge di complice oscurità gli amanti, il fatto si riduce a mero illecito amministrativo.
Senza far slittare troppo i concetti, giacché la morale comune è empirica diversamente da quella pura, potremmo riflettere sulla distinzione stabilita da Kant tra diritto e moralità, vedere le sue considerazioni sul carattere primario e fondamentale della norma morale, rispetto alla quale il diritto risulta solo una norma derivata; sarebbe interessante soffermarsi su quel che dice del carattere esterno, e quindi imperfetto che l'azione legale esercita nei confronti dell'azione morale; sarebbe necesario poi tenere conto di quanto afferma sul carattere inevitabilmente coercitivo del diritto. Nella distinzione e nell'articolazione tra morale e dirtitto dobbiamo inoltre dare la tara del fatto che Kant, nel suo sistema morale, pensa a un'etica senza oggetto, regolata da una massima che parla di una legge assolutamente astratta nella sua universalità. Il correttivo di una simile astrazione Lacan è andato a cercarlo in Sade, nella perversione, dove troviamo invece un oggetto assoluto, un oggetto che non appartiene all'esperienza, e che riguarda invece la dimensione del godimento. E' qui che l'universalità della legge mostra la corda.
Finché ci si deve occupare del benessere possiamo anche cercare di correlare peso e altezza sforzandoci di stare entro gli standard stabiliti dall'OMS. Con il godimento la prospettiva cambia, perché si apre l'orizzonte dell'al di là del benessere e, in un certo senso, dell'al di là del comune senso del pudore, perché con il godimento entra in gioco la componente oscena, indicibile, incurabile di cui noi ci occupiamo nella pratica psicoanalitica. Cosa ha da dire la legge su questo? Su questo la legge tace. Aver toccato l'orrore del godimento, essersi spinti fino a riconoscere la singolarità della propria relazione con l'inesistenza del rapporto sessuale è qualcosa che lascia un marchio reso visibile solo dall'esperienza di passe.
Se vogliamo verificare l'atto analitico dobbiamo avere un dispositivo che ci consenta di entrare nell'assoluta singolarità di un soggetto. La legge, se consideriamo la distinzione kantiana tra diritto e moralità, misura la conformità dell'azione sulla propria universale necessità. Ma nelle sue applicazioni pratiche occorre tuttavia decidere attraverso una sentenza, per esempio, dove comincia e dove finisce il comune senso del pudore. La legge positiva deve implicarsi quindi, al di qua dell'universale, con il generale, con quel che è comunemente ammesso. Il fatto è che nell'inconscio non c'è niente di generalmente ammissibile. Sarebbe troppo, per esempio, dire che l'esperienza psicoanalitica, consegnandoci all'inassumibile del godimento, ha programmaticamente in sé la violazione del pudore, l'esposizione a quel sentimento ontologico che per Heidegger ha il suo luogo proprio nell'incontro tra l'uomo e l'essere, e che per Lacan è l'incontro con il reale, con l'orrore del godimento?
L'atto analitico, diversamente dall'azione morale, è qualcosa di cui per la legge è difficile prendere le misure. Finché parliamo di psicoterapia, di qualcosa che ha di mira un certo benessere, rientriamo in un campo dove la legge positiva può far valere le proprie competenze, come, su un altro piano, può farle valere l'OMS. Il benessere può, non è necessario che lo sia, ma può essere normato sul metro del principio di piacere, come la psicologia del pudore può far parte di un comune sentire.
L'azione benefica della psicoterapia non soffre nell'adeguarsi a un canone generale per regolare la propria azione, un canone che riconduce al principio di piacere, a una comune idea di felicità. Non è un problema quindi inquadrare la psicoterapia in una norma di diritto, avendo essa già in sé un obiettivo di normalità morale prospettabile all'interno di una finalità sociale generale.
Personalmente non credo che sia incongruo, per lo psicoanalista, operare con l'obiettivo di conseguire delle ragionevoli finalità sociali sviluppando la possibilità che la psicoanalisi ha in sé di orientare qualsiasi forma di psicoterapia. Occorre anzi avanzare in questo senso, senza paura di compromettere chissà quale idea di purezza. Penso però che l'atto psicoanalitico sia diverso dall'azione psicoterapeutica proprio perché non è commisurabile con le finalità sociali. Se una legge spinge a identificare l'azione psicoterapeutica con l'atto psicoanalitico, allora è una legge iniqua, che produce patologia.
In questo senso credo che la patologia della legge si verifichi quando avviene un rovesciamento della prospettiva kantiana: non è più la norma morale a venire prima della norma di diritto ma, al contrario, è il diritto che si trova a prescrivere l'etica. Si ha allora qualcosa di distorto, come nella legge statunitense che vieta i rapporti di sodomia anche tra coniugi consenzienti. Si ha il grande fratello che entra nella camera da letto della gente a spiegare come è giusto fare l'amore: la legge diventa un kamasutra.
Nel seminario sul transfert Lacan ruba una definizione della medicina data da Erissimaco, per vestirne la psicoanalisi. Erissimaco descrive la medicina come una scienza delle erotiche del corpo, e Lacan si impossessa di queste parole dicendo che non si potrebbe dare migliore definizione della psicoanalisi. Credo che possiamo prendere questa definizione come il rovescio del kamasutra legislativo, come il contrario di un sapere manualistico che prescrive i modi corretti per fare l'amore. Si tratta, con la psicoanalisi, di una scienza dove l'universalità fa spazio alla singolarità del corpo. Il corpo va qui inteso come il luogo attraverso cui ciascun soggetto si raccorda con l'inesistenza del rapporto sessuale. Ogni prescrizione esterna su qualcosa che riguardi la sua intimità, la sua singolarità, tende a farla rientrare in ciò che è uguale per tutti con l'effetto di snaturare l'oggetto e di destituire la legge del proprio fondamento.
Omologare l'atto psicoanalitico all'azione terapeutica produce una sorta di nichilismo del benessere, promuove un benessere indifferente, un benessere senza godimento, dove non avrebbe più senso l'apologo di Kant che mette il lussurioso di fronte all'imbarazzante scelta se vuole o no entrare nella camera dove potrà godere della donna dei suoi desideri, sapendo che all'uscita lo aspetterà la forca. Kant non mette neppure in conto dubbi possibili sulla scelta, è convinto che il lussurioso rinuncerà. Ma sono esistiti uomini che hanno perso vita e imperi per passare una notte con Cleopatra.
Nella psicoanalisi quel che è messo in gioco è meno drammatizzato, ma sul piatto della bilancia che disegna Lacan nella lettera agli italiani i termini sono omologhi: da una parte c'è la comune felicità del principio di piacere, dall'altra c'è l'al di là di questa felicità, che è anche l'al di là del principio di piacere. E' come nella scelta degli scrigni: vince non chi sceglie l'oro che tutti desiderano, ma chi sa vedere, dietro la nudità del piombo, l'agalma inestimabile del proprio desiderio.
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