Testo di orientamento per il ciclo del 2026 dei venerdì milanesi di psicoanalisi e politica Marco Focchi "Non c'è rapporto sessuale" è il titolo del prossimo Congresso AMP, ed è una formula centrale dell'ultimo insegnamento di Lacan. Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, questa affermazione non è uno slogan provocatorio né una tesi antropologica. È piuttosto il punto di condensazione logica e clinica a cui l'insegnamento di Lacan giunge negli anni '70, soprattutto a partire dal Seminario XX, Encore. È una tesi talmente fondamentale che merita un posto centrale, e dovremmo poterla scrivere come la formula della gravitazione universale nella fisica di Newton, o come la formula della trasformazione della massa in energia nella fisica di Einstein, una di quelle equazioni folgoranti che si imprimono indelebilmente nella memoria collettiva. In realtà non la possiamo scrivere, e proprio in questo sta la sua forza e la sua importanza. Quando Lacan dice che non c'è rapporto sessuale, ovviamente non sta sostenendo che non esistano relazioni erotiche tra uomini e donne, o che non ci siano incontri, scambio di desideri o realizzazione di godimento. Non sta negando l'evidenza quotidiana degli incontri amorosi, delle passioni, delle unioni che si formano e si disfano. Sta dicendo qualcosa di molto più radicale: il rapporto non è scrivibile come relazione logica, non si può istituire una regola atta a determinare quale sia il partner giusto. Non esiste, in altre parole, una formula matematica dell'amore, un algoritmo della compatibilità, una legge universale che garantisca l'incontro tra i sessi. Le condizioni perché una relazione esista
Per comprendere questa affermazione dobbiamo fare un passo indietro e chiederci cosa significa, in logica, parlare di una relazione. Per poter parlare di una relazione in logica occorre che i due termini della relazione siano ben definiti. Una relazione, infatti, non è altro che un insieme di coppie, e queste coppie presuppongono due insiemi di partenza. Immaginiamo di voler scrivere una relazione molto semplice, per esempio: a ogni elemento di un insieme A corrisponde un elemento di un insieme B. Per farlo dobbiamo prima sapere che cos'è A e che cos'è B. Devono essere due insiemi chiusi, ben individuati, circoscritti. Dobbiamo poter dire: questi sono tutti e soli gli elementi di A, e questi sono tutti e soli gli elementi di B. Immaginiamo ora che A sia un insieme ben definito, mentre B no. Non perché sia vuoto, ma perché non possiamo dire quali siano tutti i suoi elementi. Non possiamo cioè scriverlo come un insieme completo. Possiamo avere alcuni elementi di B, possiamo anche averne molti, ma non possiamo mai dire: questi sono tutti. L'insieme B rimane aperto, non totalizzabile. In questo caso la relazione non è falsa, è impossibile. Non siamo nemmeno in grado di cominciare a scriverla perché uno dei due termini non è costituito come totalità. È come voler costruire un ponte quando uno dei due argini non esiste: non è che il ponte crolli, è che non si può nemmeno iniziare a costruirlo. Il polo inesistente Se uno dei due insiemi non può essere precisato, la relazione non è nemmeno formulabile. È qui che entra in gioco ora il modo in cui sono definite le formule della sessuazione, mostrando che la relazione tra il maschile e il femminile non solo non è simmetrica, ma più radicalmente non è possibile, perché il lato maschile e il lato femminile non funzionano allo stesso modo dal punto di vista della logica. Dal lato maschile, la funzione fallica permette una totalizzazione. Si può dire: tutti gli uomini sono sottoposti alla funzione fallica, a condizione che esista un'eccezione. Questa eccezione non nega la legge, anzi la fonda. È come la figura del padre primordiale in Freud: colui che può godere di tutte le donne istituisce la legge che vieta agli altri di farlo. L'eccezione fonda la regola. Per questo motivo il lato maschile può essere pensato come un insieme chiuso, come una totalità. C'è un "tutti" maschile perché c'è un'eccezione che lo delimita. Dal lato femminile invece Lacan introduce la nozione di non-tutto. Questo è un punto cruciale: il non-tutto non significa semplicemente che alcune donne sarebbero fuori dalla funzione fallica, come se ci fosse una parte dentro e una parte fuori. Il non-tutto significa che non è possibile dirle "tutte". Manca l'universale che chiuderebbe l'insieme. Non c'è modo di tracciare un confine che delimiti l'insieme delle donne come totalità. È in questo senso preciso che Lacan può dire che La donna non esiste come universale, come totalità simbolicamente definibile. Non sta dicendo che le donne non esistono, ovviamente, ma che non esiste "La donna" come categoria universale, come insieme chiuso. Se, come dicevamo, uno dei due poli del rapporto non esiste come totalità, la relazione non può nemmeno essere pensata. Il rapporto non è falso, o mancante, o inadeguato: semplicemente non è formalizzabile perché manca una delle condizioni logiche necessarie a determinare la relazione. È un'impossibilità di principio, non un fallimento empirico. In questo senso, "non c'è rapporto sessuale" non è una tesi psicologica né sociologica, ma una tesi rigorosamente logica: l'impossibilità del rapporto segue dall'impossibilità di costituire uno dei due termini come insieme. Non è la constatazione di un'inefficacia o un'insufficienza dei soggetti, non è un giudizio morale sulle difficoltà delle coppie, ma una conseguenza strutturale: il rapporto non è scrivibile perché uno dei suoi termini non è totalizzabile. Il rapporto sessuale quindi in realtà non è qualcosa che manca in quanto tale, è qualcosa che semplicemente non ha senso formulare come rapporto. Ed è proprio questa vacuità concettuale, questo vuoto, ad aprire lo spazio del desiderio, del fantasma e delle soluzioni singolari che ogni soggetto è spinto a inventare. Se ci fosse una formula del rapporto, se esistesse un algoritmo dell'incontro, il desiderio sarebbe superfluo. È proprio perché non c'è rapporto che ogni incontro fa parte a sé. Il punto sostanziale da tener fermo è dunque che non ci troviamo di fronte a due insiemi complementari, come due pezzi di un puzzle che si incastrano perfettamente, ma che dobbiamo trattare due logiche eterogenee, non articolabili in una relazione scrivibile. Non c'è rapporto non perché l'altro vi si sottragga o perché in qualche punto fallisca, ma per l'impossibilità di formulare un operatore simbolico in grado di mettere in relazione due modalità di godimento senza comune misura. La versione comica È quel che Woody Allen coglie perfettamente in una sua battuta quando dice: gli uomini e le donne vogliono cose diverse dal sesso... e non se lo perdonano. Potremmo in fondo esplorare tutto il versante comico dell'impossibilità di correlarsi tra i sessi. Lacan stesso lo ha fatto quando ha detto: "les hommes et les femmes s'entendent, oui… s'entendent crier". Il gioco di parole francese è intraducibile ma illuminante: s'entendre significa sia intendersi sia sentirsi. Gli uomini e le donne si sentono, certo, ma quel che sentono sono urla. Woody Allen impernia tutta la sua comicità su questa impossibilità. Pensiamo per esempio a uno dei suoi capolavori, Io e Annie, che si conclude con questa battuta memorabile: un tipo va da uno psichiatra e dice: "Mia moglie è pazza, crede di essere una gallina". "Perché non la fa ricoverare?" risponde lo psichiatra. "Lo farei – replica l'uomo – è che ho bisogno delle uova." E il commento con cui si conclude il film, espresso dalla voce del protagonista, è: ecco, per me le relazioni sono così: irrazionali, assurde, spesso dolorose... ma ci resti dentro perché, alla fine, hai bisogno delle uova. Il punto di rottura E le uova di Woody Allen sono quel che noi chiamiamo il godimento. È qui il punto di rottura. Nell'ultimo Lacan, il centro di gravità concettuale si sposta infatti sul godimento. La formula "non c'è rapporto sessuale" significa allora che il godimento non è armonizzabile, che nel maschile e nel femminile non c'è complementarità dei godimenti, che il godimento dell'uno non è in rapporto con il godimento dell'altro. Il rapporto sessuale si scontra quindi con il reale del godimento e trova in esso un ostacolo insormontabile. Una situazione molto comune nella clinica e nella vita è quella in cui un soggetto pensa di sapere cos'è una donna, o di sapere che cosa vogliono le donne, tutte le donne. È la posizione di chi dice: "Le donne cercano sempre la sicurezza economica" oppure "Le donne vogliono un uomo che le faccia sentire protette" o ancora "Le donne sono tutte uguali". Freud, molto più prudente e consapevole della complessità della questione, ammetteva semplicemente di non sapere cosa vuole una donna. La presupposizione di sapere cosa vogliono le donne ha come premessa implicita l'esistenza de La donna come categoria universale, come se ci fosse un tratto comune, un'essenza femminile che permetta di dire: tutte le donne sono così, tutte le donne vogliono questo. Lacan attribuisce a Don Giovanni la qualità di mito femminile perché Don Giovanni fa il contrario, parte dalla lista, enumera le donne – mille e tre in Spagna, come canta Leporello – e se sono mille e tre possono però essere prese una per una, quindi riconosciute nella loro unicità. Don Giovanni non dice "le donne sono tutte uguali", dice piuttosto: ogni donna è diversa, e io le voglio una per una. L'esperienza clinica mostra in effetti che ogni volta che un soggetto tenta di rapportarsi all'altro sesso come a un universale, qualcosa va storto. L'altro eccede sempre la definizione, sfugge alle categorie, evade dalla mappa, le cose non coincidono. La persona reale che si ha di fronte non corrisponde mai all'idea che ci si era fatti. Questo non è un problema di percezione o di conoscenza insufficiente, ma un fatto strutturale. Il divario che si incontra non è un incidente psicologico, non è dovuto a una cattiva comunicazione o a una mancanza di empatia, ma è dovuto a un fattore intrinseco. Proprio perché non si può dire "tutte", non si può stabilire una regola del rapporto. L’incontro fallisce se cerca una regola universale proprio perché ciascun incontro ha un valore in sé, è irripetibile, non standardizzabile. Non c'è una legge che prescriva come uno dei due sessi possa rapportarsi all'altro. Per questo ogni soggetto deve inventare il proprio modo e trovare la propria via per creare un legame, per aprirsi un passaggio dove non ci sono vie di transito già segnate: la regola universale infatti non funziona non perché qualcosa si sia messo di traverso, non perché ci siano ostacoli accidentali da rimuovere, ma perché non esiste una formula che garantisca, che sia atta a fondare il rapporto. Ogni incontro, ogni legame nascono, in un certo senso, da un espediente per far fronte a un problema che non ha soluzione universale. Il fraintendimento empirico e il passaggio dalla mancanza di rapporto al colpevole Possiamo ora domandarci quali sono le possibili ricadute dell'assenza di rapporto sessuale nella società e nella vita delle persone. Nel caso favorevole, abbiamo visto, questo problema viene affrontato con il colpo d’estro, viene supplito con l'amore, viene gestito con il fantasma. In psicoanalisi il fantasma è quel che permette al soggetto di organizzare il proprio desiderio e di trovare un modo di rapportarsi con l'oggetto. L'amore, da parte sua, è ciò che viene a supplire l'assenza di rapporto, ciò che permette di costruire un legame dove mancano i presupposti logici. Ma cosa succede quando queste possibilità si arenano, quando le relazioni s'infilano in un vicolo cieco? Quel che si verifica è allora uno slittamento pericoloso, e il nucleo di tante difficoltà tra i sessi nasce proprio da questo. Il fatto che non esiste una formula logica del rapporto – dove, poiché mi rendo conto che non esiste, cerco di darmi i mezzi per affrontare la situazione – può scivolare verso l'idea che il rapporto tra uomini e donne non funziona perché il problema è l'altro sesso. Un dato che riguarda la logica stessa del rapporto, viene letto allora come una questione psicologica, morale o politica. L'impossibilità logica viene trasformata in colpa empirica. L'assenza di rapporto sessuale si degrada allora nell'idea "gli uomini non sono capaci di..." o "le donne sono impossibili da...". In ultima istanza si fa strada l'idea che, in linea di principio, l'altro sesso è il nemico, il responsabile di tutte le difficoltà, passando quindi dal registro logico al registro accusatorio. Ciò che era una questione di struttura diventa una questione di colpa. Nella psicoanalisi se non c'è rapporto è perché manca l'universale, e nessuno dei due sessi è preso come colpevole. È una questione di logica, non di morale. Nel fraintendimento empirico sul piano sociale, invece, il fatto che non ci sia rapporto implica che qualcuno deve essere imputabile delle difficoltà che ne nascono, e deve subirne il biasimo. Nasce quindi la ricerca del responsabile, la caccia al colpevole, ed è qui che il conflitto prende forma e si radicalizza. Femminismo radicale: la versione misandrica Vediamo prodursi quindi una polarizzazione in cui si ricostituiscono immaginariamente gli universali. Il primo polo è quello che incontriamo nel femminismo radicale più duro, per esempio quello di Valerie Solanas – autrice del celebre SCUM Manifesto in cui propone l'eliminazione degli uomini – o di Pauline Harmange con il suo pamphlet Moi les hommes, je les déteste, dove il ragionamento implicito è: se il rapporto non funziona è perché il maschile è essenzialmente violento, predatorio o dominatore. La misandria, l'odio verso gli uomini, è considerata una legittima reazione alla misoginia maschile, e le donne dovrebbero riconoscersi il diritto di non amare gli uomini reagendo alla loro congenita violenza di genere. La cultura maschile è considerata profondamente radicata nella misoginia, nel dominio, nel controllo. Il fallimento del rapporto viene attribuito a un difetto essenziale del polo maschile, e il maschile viene immaginariamente trattato come universale negativo: tutti gli uomini sono oppressori, tutti gli uomini beneficiano del patriarcato, tutti gli uomini sono potenzialmente violenti. La produzione di un universale maschile patologico ha così il contraccolpo di creare un universale femminile speculare, fatto di sorellanza, di una solidarietà contrapposta e simmetrica al maschile. Si sostituisce così l'assenza di rapporto con una teoria del colpevole: il rapporto non c'è perché l'uomo è per sua natura inadeguato, violento, oppressivo. Maschilismo red pill Il maschilismo incel e red pill, che ha tra i suoi rappresentanti maggiori figure come Rollo Tomassi – autore di The Rational Male – e Andrew Tate – controverso influencer diventato icona di un certo discorso maschilista contemporaneo – parte dall'idea che esista una realtà delle dinamiche maschio-femmina al di là dei miti romantici e delle illusioni sociali. La red pill – metafora tratta dal film Matrix – mostrerebbe la verità scomoda che gli uomini devono accettare per comprendere davvero le donne e le relazioni. Sulla base di un'analisi gerarchica dei sessi, la relazione uomo-donna viene letta come gioco di strategia, come rapporto di forze, non come legame affettivo o simbolico. L'ideale maschile è l'uomo alfa, che domina la gerarchia sociale e vince nelle relazioni come in una competizione. La struttura del discorso è costruita in modo rigorosamente analogo a quella del femminismo misandrico: se il rapporto non funziona è perché le donne sono ipergamiche, manipolatrici, incapaci di intesa e di solidarietà. L'idea dell'ipergamia femminile – la tendenza delle donne a cercare partner di status superiore – trova giustificazione nella psicologia evoluzionista, dove si sostiene che le donne cerchino partner di valore superiore per garantire risorse ai figli, e che questo spieghi i loro comportamenti e le loro scelte sentimentali. Il non-tutto femminile, che per Lacan è un fatto di struttura logica, viene letto allora come incoerenza, inganno, malafede, e quindi come difetto morale. Le donne sarebbero inaffidabili, incapaci di lealtà, mosse solo da calcoli utilitaristici. Ciò che è impossibilità logica diventa allora accusa antropologica. La strategia difensiva proposta consiste nel non affidarsi a un partner unico per non cadere nella dipendenza e nella perdita di autostima, e nel giocare su molti tavoli mantenendo la propria autonomia. L'idea di fondo è che chi ha meno bisogno dell'altro ha più potere nella relazione. Bisogna dunque mantenere le distanze, evitare l'investimento emotivo, gestire più relazioni contemporaneamente per non essere vulnerabili. Anche qui dunque l'assenza di rapporto viene riempita con una narrazione esplicativa ostile, che attribuisce alle donne la responsabilità del fallimento. Posizione strutturale vs discorsi identitari Femminismo misandrico e maschilismo red pill condividono lo stesso abbaglio fondamentale: credere che il rapporto dovrebbe esistere, che sarebbe naturale, possibile, auspicabile, e che sia inceppato a causa dell'altro sesso. Entrambi sono ciechi all'idea che il non-rapporto sia un fatto strutturale, che appartenga alla logica stessa della sessuazione, e cercano una causa empirica costruendo un discorso di guerra. Ci troviamo quindi con discorsi speculari che si affrontano, non con logiche irrelate che si cercano. Quando il non-rapporto non è riconosciuto come tale, viene trasformato in conflitto identitario. In altri termini: ciò che non può essere scritto come legge viene messo in scena come antagonismo, e il sociale diventa il luogo dove si tenta di forzare il rapporto, oppure di punire l'altro perché è lui a renderlo impossibile. La battaglia tra i sessi diventa la forma degradata del non-rapporto, la sua traduzione immaginaria. Il conflitto contemporaneo tra femminismo radicale e maschilismo red pill nasce dallo stesso fraintendimento: l'idea che il rapporto sessuale dovrebbe esistere e che la sua assenza dipenda dall'altro sesso. Nella psicoanalisi vediamo invece che il rapporto non manca per colpa di qualcuno, ma perché non è possibile scrivere un universale. Quando questa impossibilità non è assunta come dato di fondo, ritorna immaginariamente come conflitto, come guerra tra identità costituite. L'impossibilità del rapporto L'incontro tra un uomo e una donna non passa dunque per una via generalizzabile, per qualche automatismo che faccia scoccare la scintilla, come mi chiedeva una volta un mio paziente la cui domanda insistente era di trovare un sistema sicuro per sedurre le donne. Voleva una tecnica, un metodo, una formula. Questo significa che non c'è una legge in grado di dire come i sessi si rapportano, che non c'è complementarità simbolica. Ora, questa impossibilità può anche essere negata o scotomizzata, ma non sparisce. Se non viene assunta, trova un'altra forma di inscrizione. Ciò che non si scrive nel simbolico ritorna nel reale – è la famosa formula lacaniana – ma nel dramma dei sessi viene semplicemente messo in scena nell'immaginario. Il nemico è una di queste messe in scena. Il nemico come pseudo-rapporto Possiamo dirlo così: il nemico è una forma di legame che si produce quando il rapporto è impossibile. Con il nemico infatti c'è un legame, c'è una direzione dell'affetto, c'è una configurazione binaria riconoscibile: noi contro loro. Il nemico permette di dire: "Io so chi sei, so cosa vuoi, so perché non funziona", cosa che il non-rapporto rende radicalmente impossibile. Il nemico offre certezze dove il rapporto offre solo enigmi. Tre sono le funzioni fondamentali del nemico. In primo luogo il nemico produce un universale. Dove c’è il non-tutto, dove la logica mostra un'impossibilità di totalizzazione, il discorso del nemico dice: "tutti gli uomini sono..." "tutte le donne fanno...". Il nemico reintroduce quindi l'universale perduto, ricostituisce immaginariamente l'insieme che la logica mostra essere impossibile. In secondo luogo il nemico trasforma l'impossibilità in colpa. Nella psicoanalisi il rapporto è impossibile strutturalmente, per il discorso del nemico il rapporto è impossibile perché l'altro è fatto così, perché l'altro è cattivo, malvagio, inadeguato. L'impossibile diventa imputabile. C'è qualcuno da incolpare, c'è qualcuno su cui scaricare la responsabilità. In terzo luogo il nemico stabilizza l'identità. Senza rapporto l'identità sessuata è instabile e non garantita, fluttuante. Con il nemico: io so chi non sono per opposizione, mi definisco contro. Sono quel che il nemico non è. Il nemico dà consistenza immaginaria al soggetto, gli offre un'identità solida e riconoscibile. Paradossalmente, il nemico è più affidabile del partner perché non richiede particolare elaborazione, non espone al fallimento, tutt'al più alla sconfitta, in una battaglia che però lascia l’identità intatta, non mette in gioco il desiderio ma la rivalità. Il nemico è prevedibile, è spiegabile, è coerente. Posso anticipare le sue mosse, interpretare le sue azioni, spiegare il suo comportamento. Il partner, invece, eccede sempre, sfugge a ogni previsione, smentisce ogni prefigurazione teorica. Il partner mi sorprende, mi disorienta, mi costringe a riscoprirlo ogni volta. Mentre il nemico è un oggetto stabile, il partner non lo è mai. Nel femminismo radicale misandrico l'uomo è l'universale del male, il nemico spiega tutto, il conflitto sostituisce il rapporto. Nel maschilismo red pill la donna è l'universale ingannevole, il nemico giustifica il fallimento, l'odio organizza il legame. In entrambi i casi: il nemico permette di avere un rapporto dove il rapporto non esiste. Lacan, attraverso la trilogia di Claudel, aveva visto chiaramente come anche l'odio possa supplire l'assenza di rapporto sessuale. La relazione di Sygne de Coûfontaine e di Turelure, uno dei nodi più drammatici e feroci della letteratura del Novecento, è segnata dal disprezzo di classe, da ideali opposti, da un ricatto che si trasforma in atto teologico, ma è tuttavia un legame a tutti gli effetti, che dà luogo anche a un figlio. Il godimento del nemico Il punto decisivo è che il nemico non è solo una spiegazione, non è solo una narrazione che dà senso alle difficoltà, è anche una fonte di godimento. È il godimento della denuncia, il piacere quasi sensuale di smascherare l'altro, di indicarlo come colpevole. È il godimento della vittimizzazione, la soddisfazione paradossale di occupare la posizione della parte lesa. È il godimento dell'indignazione, l'ebbrezza morale di sentirsi nel giusto. Questi circuiti autoerotici di godimento escludono il desiderio e la relazione con l'altro che implica, e non espongono all'alea dell'incontro. Il nemico, in un certo senso, satura il vuoto del rapporto. Riempie lo spazio che il non-rapporto lascia aperto. Quando il rapporto non è accolto nella sua valenza strutturale, quando risulta impraticabile perché non riconosciuto come impossibilità logica, il nemico diventa il modo di legarsi all'altro. L'odio allora non è l'opposto del rapporto, ma un suo surrogato, un suo sostituto immaginario. Il nemico diventa così un modo di avere un rapporto aggirando la necessità di affrontarne l'impossibilità. È una soluzione di comodo, una scorciatoia che evita il confronto con l’alterità radicale. Dal punto di vista psicoanalitico, il lavoro ovviamente non consiste nell'eliminare il nemico, né nel riconciliare i sessi attraverso qualche buona volontà pedagogica, ma nel decostruire il nemico come funzione di universale, restituendo il non-rapporto al di fuori della cortina immaginaria che in modo palliativo ne vela l'inesistenza. Solo così il conflitto perde la sua necessità, la sua apparenza di inevitabilità, e torna possibile la creazione di un legame. Sovraesposizione sulle reti sociali L'assenza di rapporto reale genera vuoti che, come vediamo, nella vita sociale vengono riempiti da nemici, stereotipi o generalizzazioni. Sul piano empirico il femminismo radicale estremo trasforma il nemico maschile in colpevole sostitutivo. Il maschilismo red pill fa lo stesso con le donne. Qui entra in gioco poi il ruolo delle reti sociali, che amplificano e accelerano esponenzialmente questa dinamica, perché ogni vuoto può essere esposto, condiviso, commentato e polarizzato istantaneamente. Post controversi, thread polemici e video di contenuti radicali diventano virali perché catturano emozioni forti: odio, indignazione, disprezzo, sollecitando l'ironia malevola e il sarcasmo distruttivo. Come si sa, le piattaforme premiano contenuti che suscitano l'implicazione emotiva, che generano reazioni immediate, non il ragionamento complesso o la riflessione articolata. L'algoritmo favorisce ciò che polarizza, ciò che divide, ciò che fa reagire. Il nemico sostitutivo, che sia uomo, donna, patriarcato, femminismo, viene costantemente reso visibile, indicato come capro espiatorio e messo alla gogna pubblica. Tutto questo produce una riduzione drastica della complessità. Il non-rapporto, che è una questione logica sottile e difficile, viene degradato e offuscato sotto slogan semplici e apparentemente universali, come: tutte le donne fanno così, nella logica red pill, o tutti gli uomini sono oppressori, nella logica del femminismo radicale misandrico. La rete sociale, per sua natura algoritmica, rinforza la generalizzazione, perché le frasi brevi e riconoscibili sono più facili da condividere, più veloci da leggere, più efficaci nel generare reazioni. Questo porta a una ipersaturazione del simbolico. Quando infatti tutti postano continuamente contenuti che presentano e demonizzano il nemico, il vuoto invisibile del non-rapporto viene riempito in modo visibile, pubblico e reiterato. Si generano così una certezza illusoria e un effetto di realtà: ciò che è ripetuto mille volte appare come vero o naturale. Gli utenti allora non solo visualizzano il nemico, ma si comportano come se esistesse realmente, acuendo la tensione e amplificando i conflitti sociali. Le relazioni simboliche vengono allora sostituite da prese di posizione dove si dimostra di essere contro o si dimostra di essere a favore, e non si verifica nessun tentativo di cercare un legame reale, un incontro autentico. Come è noto la conferma sociale, la visibilità di contenuti contrapposti, la reiterazione ossessiva creano un effetto di camera d'eco, rafforzando le convinzioni dei gruppi. Il soggetto, contro il nemico fantasmatico, si costruisce così un'identità digitale come roccaforte e come surrogato del non-rapporto. Questa identità digitale è rigida, impermeabile al dubbio, costruita per opposizione. Si produce così una percezione di realtà falsata, perché ciò che è sempre condiviso online sembra concretizzarsi diventando universale, e appare come un dato di fatto del mondo reale. La distinzione tra il virtuale e il reale si sfuma. La scomparsa del pudore La sovraesposizione mediatica si accompagna a un altro fenomeno cruciale: la scomparsa del pudore. Il fenomeno della scomparsa del pudore trae però con sé anche l'estinzione del desiderio. Bataille aveva segnalato come l'erotismo non elimini il pudore ma lo presupponga, facendolo sentire come il punto in cui il soggetto può perdere la propria identità senza annullarsi del tutto. Il pudore è ciò che preserva una distanza, un velo, un enigma. È ciò che mantiene vivo il desiderio facendo dell'altro un mistero da scoprire. Sul piano clinico il calo del desiderio, che era fino a qualche decennio fa un fenomeno prettamente femminile, si è generalizzato ed è in crescita, e non perché il desiderio venga represso. Per Baudrillard la modernità avanzata non reprime il desiderio: lo costringe a diventare visibile. Il potere non opera più tramite il divieto, ma tramite la trasparenza obbligatoria: tutto deve mostrarsi, tutto deve significare, tutto deve produrre un segno verificabile. Non ci sono più segreti, non ci sono più zone d'ombra. La pornografia è il paradigma di questo regime: non è un'esuberanza di sesso, ma una forzatura di visibilità del sesso. Essa elimina la distanza, l'enigma, la seduzione, cancella l'incertezza per proiettarsi verso un'egemonia meccanica della rappresentazione. Lo sforzo di Sade, per esempio, nei suoi macchinosi preparativi erotici, era di mettere il desiderio sotto il controllo di una programmazione meticolosa, con l'idea di poter costringere la vittima a godere. L'essenza del sadismo non è infliggere dolore, è indurre il godimento contro la volontà del soggetto. Questo godimento ha bisogno di un segno visibile, e l'ipostasi dell'eiaculazione femminile nel dispositivo sadiano è ciò che forza l'invisibile alla visibilità. Il godimento deve essere visibile, certificato, contabilizzato, registrato. Qui nasce il fantasma pornografico per cui nulla deve restare invisibile. La pornografia non erotizza il sesso, lo svuota d’intensità. Essa funziona come confessione integrale del corpo, abolizione della distanza, eliminazione della seduzione. Il corpo pornografico è un corpo che non ha segreti, non ha ombre, non ha interiorità. È il corpo perfetto per una società che aspira alla totalità del visibile e che vuole tutto verificabile, tutto misurabile, tutto quantificabile. Vediamo allora che quando l'evidence based del metodo scientifico diventa comandamento di un pensiero unico applicato a ogni dimensione dell'esistenza, quando ogni affermazione deve essere provata e certificata, siamo avviati verso l'universalizzazione della pornografia confessionale, dove il desiderio è detto solo per essere certificato. La pornografia confessionale è la forma estrema di una società che ha trasformato la confessione in obbligo di visibilità, il desiderio in segno, la verità in esposizione, una sorta di generalizzazione del boudoir sadiano, che si sposta oggi nei salotti televisivi della società di massa. La troviamo nelle confessioni mediatiche iper-intime dei talk show, nello storytelling del trauma dove ogni sofferenza deve essere raccontata pubblicamente, nelle narrazioni di sé nelle reti sociali dove ogni aspetto della vita privata diventa spettacolo, nei reality show dove l'intimità è messa in scena h24, nella pornografia esplicita che incorpora il racconto dove "ti dico cosa provo mentre lo faccio." La pornografia confessionale istituisce un regime discorsivo – non un genere erotico – in cui la modalità della confessione post-tridentina viene secolarizzata e rovesciata, mantenendone però intatta l'esigenza fondamentale: dire tutto, non lasciare resto, rendere visibile l'intimo. Se la pornografia, nella sua esibizione oscena, fa sfumare l'aura erotica della sessualità, la pornografia confessionale di una società segnata dalla scomparsa del pudore spinge il potere sullo stesso terreno, portandolo all'esibizione di quel che gli arcana imperii celavano sotto il velo istituzionale per metterlo in forma di legalità. In passato, il potere era teatrale. Per Carl Schmitt, per esempio, la rappresentanza parlamentare non aveva nessun senso senza la rappresentazione, senza il fatto che la presenza del potere diventasse manifestazione pubblica. C'erano costumi, rituali, distanze codificate. Il potere si mostrava ma attraverso forme simboliche. Oggi il potere, modellato dalla pornografia confessionale, esibisce un leader che non chiede di essere rispettato per la sua carica, ma che vuole essere visto nella sua immediatezza. L'antesignano di questa forma di potere era Hitler, e chi aveva letto il Mein Kampf sapeva cosa avrebbe fatto. Oggi un leader che ha dietro di sé l'esercito più potente del mondo trova nella messa in forma istituzionale solo un ostacolo, e i mezzi giustificano il fine, ovvero: i mezzi che abbiamo ci consentono di prefigurare i fini che possiamo conseguire. La dichiarazione fuori dai denti, senza ricami, dei propri obiettivi è una sorta di esibizionismo politico: è mostrare l'organo del potere, la nuda forza, senza l'abito della diplomazia. Di fatto il pudore istituzionale non è ipocrisia, è ciò che permette al potere di essere qualcosa di più della semplice violenza. Se il potere perde il velo, se sfuma il suo pudore e il potere aderisce alla pornografia confessionale, allora smette di essere autorità e si contrae nella potenza bruta. Un leader che agisce senza pudore non è niente di diverso da un pirata. La differenza tra il sovrano e il pirata è che il primo rappresenta un ordine, il secondo esibisce un appetito. Difficile dire se è la pornografia confessionale della società a riplasmare il potere, o se sono le nuove forme del potere a ridefinire la società, ma sicuramente l'effetto del potere spudorato porta in primo luogo a una desensibilizzazione, perché la violenza dichiarata non scandalizza più, proprio come il corpo nudo in un mondo iper-pornografico non eccita più, diventa banale, si normalizza. In secondo luogo annulla l'effetto critico della denuncia. Se il potere ammette già tutto, se dice chiaramente e senza arrossire: non operiamo legittimati da qualche norma, ma perché ci prendiamo quel che ci serve, la critica non ha più nulla da smascherare, la spudoratezza implica l'immunità dalla vergogna. Il potere ha già rimosso la maschera da solo, lasciando l'oppositore senza argomenti. Come si critica chi ha già ammesso tutto? Come si denuncia chi si è già autodichiarato colpevole ma indifferente? La scomparsa del pudore, in ultima istanza, trasforma gli arcana imperii da segreti sacri a esibizioni volgari. Il potere non cerca più di sembrare giusto, non si preoccupa più della legittimità, cerca solo di sembrare efficace, usando l'oscenità come prova della propria autenticità. È la rivincita di Trasimaco, il sofista che nel primo libro della Repubblica di Platone sosteneva che la giustizia non è altro che l'utile del più forte. Quando il pudore scompare, quando il velo cade, rimane solo la nuda forza, e la politica si riduce a rapporto di potenza. Carl Schmitt che concepisce la politica come gestione specifica di un conflitto tra due parti ostili, la fonda sullo scontro in cui ciascuna delle parti si riconosce attraverso ciò che non è, attraverso il nemico. È una politica fondata sull’identità, e ciò vuol dire che, anche quando usa la forza, passa attraverso per le forme del simbolico, non entrando nei cortocircuiti immaginari come nell’ostilità tra femminismo radicale e red pill. Nell’affermazione incondizionata della supremazia come la esercita il potere nella pornografia confessionale il simbolico è invece completamente indifferente, e il solo limite auto-riconosciuto è la coscienza di chi non ha nessuna coscienza.
1 Commento
Maria Grazia
19/1/2026 10:16:18 pm
Lucido e tagliente. Amaro e illuminante.
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