Una regina invincibile... DOVUNQUE ALTROVE I topoi freudiani e il problema del soggetto nel pensiero psicoanalitico Amelia Barbui e Marco Focchi Capitolo quindicesimo TUTORE O RIVALE Un passaggio segnato nella mitopoiesi della lingua italiana è quello del muro di fuoco che Dante deve attraversare prima di accedere dal Purgatorio al Paradiso. Di fronte all‘esitazione di Dante, intimorito dalla prospettiva del «morso del fuoco» sulla carne viva, Virgilio sa trovare l‘argomento giusto per smuoverlo: «Or vedi, figlio: tra Beatrice e te è questo muro». Virgilio, la guida, conduce Dante attraverso l‘ultima purificazione prima di dargli accesso all‘oggetto di desiderio. Una simile figura di guida, che introduce ai sommi misteri e al godimento della contemplazione, non è infrequente nella nevrosi ossessiva. Il primo sogno fatto durante l‘analisi da un ossessivo riproduce esattamente questa struttura. Si vede mentre sale una lunga e ripida scala a chiocciola insieme ad alcuni compagni di università (l‘analisi è iniziata in coincidenza con l‘inizio degli studi universitari). Alla testa del piccolo gruppo una figura più anziana, potrebbe essere un docente o un prete, dall‘aria ieratica e solenne, ma benevola, fa cenno di seguirlo e avanza mostrando la via. Questa allegoria d‘iniziazione mistico sessuale si precisa attraverso una serie di ricordi di copertura emersi man mano nel corso dell‘analisi. Un rivale che lascia vincere
Il primo risale ai primissimi anni dell‘infanzia: stava sul balcone di casa con la madre che conversava con una vicina uscita sul balcone dell‘appartamento adiacente. Il figlio della vicina, suo coetaneo, giocava accanto a lei con un vecchio giocattolo male in arnese: un trenino con gli occhi, il modellino di una locomotiva da fumetti che al posto dei fari aveva degli occhi e li muoveva quando le ruote giravano. Fu talmente colpito da quel giocattolo che non poté fare a meno di rivendicarlo come suo. Tanto urlò e tanto pianse che la vicina tolse il giocattolo al figlio e glielo diede. Una volta ottenuto, l‘oggetto agognato diventò completamente indifferente. Nel raccontare il ricordo sente ancora vivo lo stupore che provò nel passaggio, quasi immediato, dalla tensione esasperata del capriccio alla sensazione imbarazzata di non saper cosa fare dell‘oggetto che, solo un istante prima, gli era sembrato il più desiderabile del mondo. Un dettaglio non trascurabile: il bambino a cui contendeva il possesso del giocattolo - che per altro non si era mostrato affatto rissoso e aveva acconsentito di buon grado a privarsene momentaneamente - aveva lo stesso nome del padre del paziente, il cui cognome contiene il segmento «occhi». Pochi giorni dopo, il padre gli regalò un trenino del tutto simile che, naturalmente, non fu mai degnato di uno sguardo. Il padre posto in posizione di rivale lascia vincere. A tale accondiscendenza è legata anche la sensazione d‘imbarazzo (simile a quella del ricordo precedente) che dice di aver ripetutamente provato da piccolo al mattino quando, uscito il padre, la madre lo portava con sé nel lettone e si trovava lì solo con lei, quasi nudo. Doni problematici Il secondo ricordo, di poco posteriore al precedente, risale ancora all‘età prescolare. Un pomeriggio sta passeggiando con il padre, la madre, la zia e altri parenti, quando il piccolo gruppo passa davanti a un negozio di giocattoli dove è esposta una bellissima automobilina verde a pedali. Ne è affascinato, blocca tutti davanti al negozio e incomincia la sua solita scenata di urla e strepiti. La madre si mostra incline a trascinarlo via in malo modo. La zia, più suadente e diplomatica gli suggerisce che si tratta di un oggetto un po‘ ingombrante e che se ne sarebbe potuto riparlare per Natale. Ma lui non cede, gli strilli si intensificano, finché il padre, con aria benevola, gli domanda se voglia davvero quell‘automobilina. La risposta è sì. Allora il padre entra nel negozio e conclude l‘acquisto. Appena avuta la percezione che il padre stava facendo sul serio, e che una volta entrato nel negozio l‘avrebbe davvero comperata, restò completamente sbigottito, si sentì assolutamente disarmato: non aveva neppure lontanamente immaginato che gli eventi avrebbero preso quella piega, e meno ancora aveva pensato di poter ottenere veramente l‘automobilina. Un coro colpevolizzante di lodi alla benevola tolleranza del padre accompagnò la sua vittoria inaspettata quanto indesiderata. Questa volta, invece d‘indifferenza, nei confronti dell‘oggetto ottenuto si sviluppò un vero e proprio odio. Accusava l‘automobilina di tutti i difetti possibili sostenendo che non funzionava, mentre se appena la provava un compagno di giochi filava che era una meraviglia. Non riuscì mai a farla andare e ben presto l‘abbandonò nell‘angolo delle cose dimenticate. Ricorda invece, con immensa gioia, come riusciva alla perfezione a far andare le automobiline a pedali che venivano noleggiate ai giardini pubblici, dove la madre lo portava a giocare. Ma erano un‘altra cosa! Non era dunque lui responsabile del mancato funzionamento della sua. Durante l‘analisi rimproveri simili sono, a più riprese, esplicitamente rivolti alla madre. Quel che fa non va mai bene: è disordinata, distratta, trascurata, ha tutti i difetti possibili, ma, soprattutto, non c‘è modo di correggerla perché, sostiene il paziente, c‘è in lei un‘intenzione celata, una malizia segreta, una volontà latente di insultarlo con la sua apparente maldestrezza, per esempio, rovinando sistematicamente le cose da lui predilette. L‘ultimo ricordo risale alle soglie dell‘adolescenza, quando un giorno conversando con il padre, si lasciò sfuggire un accenno a una cinepresa 8 mm. la cui pubblicità gli era capitata tra le mani in qualche giornale. Non appena ebbe detto ciò fu preso da un grande imbarazzo, per non dire da un vero e proprio turbamento. Si era reso conto che il padre aveva captato il suo accenno come un desiderio e che si apprestava a soddisfarlo. Puntualmente, come temeva, il giorno della promozione, ricevette in dono la cinepresa 8 mm. attrezzata di tutto punto. Questi tre ricordi chiariscono l‘allegoria del primo sogno, ma gettano su esso anche una luce diversa. Il padre non è solo la guida, il Virgilio che traversa per primo le fiamme allo scopo di aprire la via. Nella misura in cui cerca di esercitare la sua perspicacia per indovinare e appagare i desideri del figlio prima che formuli qualsiasi domanda, come nel caso della cinepresa, sembra affetto da una particolare cecità: non vede che la posta in gioco non è l‘oggetto dichiarato e non riesce a occupare la posizione di rivale in cui il bambino cerca di collocarlo, come risulta chiaro dal primo ricordo. Nel corso dell‘analisi gli è capitato a volte di complimentarsi con se stesso per alcune cose in cui, a suo dire, è andato molto più in là di ogni altro. «Ci sono campi - dice compiaciuto - dove non ho rivali». In questo enunciato da primo della classe trapela però, attraverso la soddisfazione, una sorta di smarrimento; lo sconcerto della solitudine, dell‘impossibilità di vedersi riconosciuto dove dà il meglio di sé. E‘ vero che non ha rivali, ma non perché ha sconfitto tutti: il problema è che nessun avversario si profila all‘orizzonte per contendergli i titoli in cui ritiene di eccellere e, per mancanza di degni avversari, non può neppure mettersi in gioco, la partita non può neanche cominciare. La regina invincibile Il fatto è che la partita si è decisa molto tempo fa in modo perfettamente stigmatizzato da un ricordo natalizio. La famiglia era riunita presso i nonni materni insieme a zii e cugini per festeggiare il 25 dicembre. Quell‘anno aveva ricevuto in dono una bellissima scacchiera. Era ansioso di imparare il gioco e il padre gli spiegava con ordine le mosse. Appena appresi i primi rudimenti, volle cimentarsi in una partita. Non gli sembrava difficile: bastava tenere a mente le possibilità di ogni pezzo ed evitare di far cadere il re sotto la minaccia avversaria. Il pezzo più pericoloso era la regina! Ben presto, una dopo l‘altra, le pedine del padre erano cadute sotto i suoi assalti e si apprestava a dare scacco matto travolgendo gli ultimi bastioni. Fu lì che un velato sorriso d‘intesa tra il padre e lo zio (è sicuro di averlo visto balenare sui loro volti e di averne afferrato all‘istante l‘esatto significato) gli rivelò quanto fragile fosse la sua avanzata. Il padre lo stava facendo vincere: non era affatto piegato dalla forza del suo gioco, ma fingeva di perdere e lo lasciava fare, come un innocuo bamboccio! L‘umiliazione risentita quel giorno lasciò in lui una ferita aperta ed ebbe uno strascico in un successivo episodio. Si tratta ancora di scacchi, ma l‘avversario questa volta è la madre. Dopo che il padre è uscito la mattina per recarsi al lavoro, stanno giocando in camera, sul letto matrimoniale sfatto (quest‘indicazione di luogo naturalmente ha tutto il suo valore). La madre, molto meno accondiscendente del padre, porta a fondo i suoi colpi e, mangiandogli un pezzo dopo l‘altro, gli dà scacco matto. Sulle prime non se ne capacita: farsi battere da una donna, per il suo maschilismo precoce, è uno smacco insostenibile. Accecato dall‘ira afferra una pedina e la scaglia di furia contro la femmina che l‘ha così ignominosamente sconfitto. La madre fugge allora in un‘altra stanza gridando che l‘ha ferita facendole molto male. Sbollita l‘ira si sente sprofondare, travolto dal senso di colpa per un gesto così impulsivo e per il danno (che sul momento gli parve irreparabile) causato alla madre. All‘ora di pranzo lo attendeva un disinganno ancora più amaro. La madre - che non presentava segni visibili di ferite da arma impropria, né sembrava irreversibilmente menomata - chiacchierava allegramente con il padre. Il paziente si era presentato a tavola aspettandosi la fine del mondo, e col fiato sospeso sentì che la conversazione andava a toccare l‘episodio della mattina. Contro ogni aspettativa la madre raccontò ridendo della sua sfuriata e di come lei gli avesse fatto credere di essere stata ferita. Lungi dal procurargli sollievo, questa revoca dell‘apocalisse trasformandosi in beffa riaccese in lui una collera che doveva ormai contendersi il terreno con il senso di colpa, che invece non era stato revocato. Anche in questo episodio il padre - come nel ricordo dell‘automobilina - non pone un divieto rispetto al desiderio, e non può quindi trovarsi in posizione di rivale. Viene così chiamato in causa in qualità di tutore e di guida che introduce al rapporto sessuale, come appare nel primo sogno. Risulta allora insufficiente su due piani: come rivale, perché quando nella partita a scacchi gioca in posizione di antagonista lascia vincere senza lottare; come tutore, perché è assente quando il paziente è messo in iscacco dalla madre. L‘aporia L‘ossessivo, il cui problema è che non vuole perdere niente, esige che l‘Altro sia perfetto, completo, che non abbia lacune. Gödel, abbiamo visto, ha dimostrato che un sistema può essere o inconsistente e completo, o incompleto e consistente. Proprio perché l‘ossessivo non vuole privarsi di nulla è costretto, quindi, a convivere con una contraddizione insolubile. L‘insufficienza dell‘Altro, nella nevrosi ossessiva, si presenta come indecidibile. Non potremmo mai con certezza sostenere che, in un‘altra occasione, in un futuro, l‘Altro non si rivelerà fino in fondo per quello che è, ossia come il padrone assoluto di fronte a cui non c‘è scampo. Nel caso in questione, per completare l‘Altro, il padre deve essere sia tutore sia rivale, non potendo così adempiere in modo adeguato a nessuna delle due funzioni. Nell‘impossibilità di sciogliere il nodo, nell‘incapacità di scegliere, il nostro paziente si trova di fronte a un tutore rivale o a un rivale tutore. L‘inconsistenza dell‘Altro produce il dubbio, che si concretizza nell‘impossibilità di separare tutore e rivale. Se li separa incorre nel rischio dello scacco, dovuto al fatto che il tutore è assente, o di una vittoria umiliante, quando il rivale gioca solo per ridere, segno della sua superiorità incontestabile. L‘uomo forte della situazione Questa logica dell‘inconsistenza è particolarmente chiara in un sogno fatto al tempo in cui Bettino Craxi era presidente del Consiglio dei Ministri. Nei discorsi e nelle fantasie del soggetto, Craxi, per la politica decisionista, per la scelta di forzare spesso la mano al Parlamento con voti di fiducia, per la modalità di affrontare in campo aperto gli avversari, era diventato il simbolo di quel che deve essere il vero leader. Nel sogno Craxi dà un ricevimento per pochi eletti, e lui è tra gli invitati. A un certo punto della serata il cenacolo degli intimi deve unirsi a un gruppo più ampio di persone per assistere alla proiezione di un film. Il paziente entra nella sala di proiezione insieme a Craxi e si compiace di essere notato tra i facenti parte della cerchia ristretta. Proiettano un film di guerra dove vengono abbattuti e distrutti una grande quantità di aerei. Quelli che nel film rappresentano i nemici stanno per essere sconfitti. In un crescendo da «arrivano i nostri» la battaglia si inasprisce e gli eroi stanno per avere il sopravvento. A questo punto il film diviene realtà, la situazione si fa pericolosa e le granate cominciano a esplodere all‘interno del cinema. Occorre evacuare la sala. Non c‘è tuttavia parapiglia. La gente se ne va tranquillamente salutandosi come quando una festa è finita. Sulla soglia incrocia ancora Craxi, ma finge di non vederlo e non lo saluta. Si giustifica dicendo che Craxi era distratto. Le associazioni prodotte a partire dalla presenza degli aerei nel sogno lo conducono alla sua passione adolescenziale per il modellismo, quando costruiva piccoli aerei da guerra e completava l‘opera dipingendoli concolori mimetici (era l‘operazione che più l‘appassionava) come i veri aerei da combattimento. In tal modo gli avversari non potevano colpirli perché non li vedevano ed era lui stesso che, a un certo punto, al momento opportuno, li abbatteva. Il mimetismo, aggiunge, è la stessa arte di cui dà prova nell‘ultima scena del sogno, quando finge di non vedere Craxi per non doverlo salutare. Cosa possiamo notare? Craxi funge da nume tutelare finché tutto si fa quasi per gioco, finché non c‘è nulla di serio: la festa, il brindisi, l‘entrata in sala accanto al leader per «far scena». Quando invece lo scontro si fa serio e pericoloso, quando la battaglia non è più solo spettacolo, allora non può neppure pensare di incrociarne lo sguardo e deve evitarlo mimetizzandosi. La cosa a questo punto è chiara: il padre, e Craxi per lui nel sogno, è tutore finché il gioco non vale la candela, ma se la posta si fa seria, se entra in gioco il desiderio, diventa il rivale invincibile che non si può neppure guardare negli occhi. Per questo il padre sembra non poter mai essere lì dove è chiamato a leggere tra le righe la verità del suo desiderio. Di fronte all‘obiettivo Consideriamo ora questa particolare cecità del padre, che ha una parte così importante nella storia del soggetto. Evidentemente il padre finge di non vedere, sottraendosi al gioco in un modo che il soggetto ha fatto suo, come risulta nell‘ultima scena del sogno. Se il padre agisce così è per non scatenare, facendo il rivale sul serio, la propria forza soverchiante, la propria potenza invincibile e nullificante. Potenza di cui il soggetto non ha mai avuto la prova, perché la sola prova autentica sarebbe la morte: se il padre provocato in posizione di rivale facesse sul serio, potrebbe solo annientarlo. Questa prova mancata, e che potrebbe ottenere solo al prezzo della sua sparizione, è un‘altra fonte del dubbio ossessivo del soggetto. La cecità del padre e il suo far finta di non vedere vertono sul carattere scopico dell‘oggetto. Dobbiamo, in tal senso, notare il rapporto particolare che, da bambino, aveva con i fotografi e la fotografia. Ricorda che un giorno, poteva avere quattro o cinque anni, sfogliando un giornalino a fumetti trovò una rubrica dove erano pubblicate le foto dei piccoli lettori. Pensò che sarebbe stato bello se anche la sua immagine fosse apparsa in quelle pagine. Ma appena avuta l‘idea fu colto da un vero e proprio terror panico: se infatti si fosse fatto fotografare per apparire nella rubrica la sua immagine sarebbe diventata una foto, e non avrebbe avuto più la normale esistenza in carne e ossa, accanto ai genitori, perché avrebbe dovuto terminare i suoi giorni reificato tra le pagine di un giornaletto, prospettiva che lungi dall‘apparirgli attraente gli provocava una incontenibile angoscia. Da quel momento gli risultò impensabile soltanto l‘idea di metter piede da un fotografo: lo temeva più della morte. Ciò nonostante, ricorda che la madre «per una di quelle ragioni insondabili che spesso guidano le decisioni delle madri» - sono le sue parole - un giorno lo costrinse a mettersi di fronte al famigerato obiettivo. Si sentì come di fronte al plotone d‘esecuzione. Conserva ancora quella foto in cui, a suo dire, è ritratta solo l‘immagine della disperazione. Il fatto che la madre gli esibisse la foto mostrandogli come la sua esistenza carnale non fosse in nulla intaccata dall‘esistenza di una sua immagine fotografica costituiva, ai suoi occhi, soltanto una prova di scarso spirito speculativo. Accadde un giorno però un fatto davvero insolito. Stava trascorrendo un periodo di vacanza invernale al mare solo con la madre. Ogni fine settimana il padre veniva a trovarli. Uno di questi meravigliosi sabati, mentre aspettava il padre, sentì nascere in sé un‘idea, una decisione di cui non volle rivelare nulla alla madre. Non appena il padre arrivò gli si presentò davanti e con determinazione gli comunicò il desiderio che lui, e nessun altro, lo accompagnasse sul lungomare per fare una fotografia. Fu preparato, pettinato e affidato al padre che lo strinse a sé, «con la sua mano rassicurante», e lo condusse al luogo prescelto dove si fece ritrarre esibendo, per la prima volta, all‘obiettivo un sorriso trionfante. Ecco dunque in questo ricordo, come nell‘allegoria onirica del primo sogno, la figura del padre come colui che introduce all‘oggetto di desiderio, ma come tutore, come protettore, come figura di mediazione che non consente, con la sua presenza, la pericolosa vicinanza all‘oggetto scopico. «Chiudi gli occhi» E‘ interessante a questo proposito evocare il primo ricordo d‘angoscia. Si trovava al cinema con il padre. Non ricorda quale film fossero andati a vedere, ma nei provini di programmazione prima dello spettacolo era annunciato come imminente un film il cui titolo ricorda ancora con terrore: Macabro. Venivano proiettate poche scene dove una forza misteriosa e mortifera s‘impadroniva di una città, e poi apparivano i titoli di testa siglati dal simbolo orribile di un teschio con le ossa incrociate. (A questo simbolo, vedremo più avanti, è legata sia la fantasmatica sessuale sia il rituale ossessivo del soggetto). Le scene lo avevano gettato nel panico e, terrorizzato, si era aggrappato al padre che gli aveva suggerito di chiudere gli occhi. Lo fece, ma senza riuscire a calmarsi. L‘indicazione che gli viene dal padre è dunque: «Fa‘ finta di niente», ma tale risposta risulta carente. Tanto gli episodi riguardanti la paura della fotografia quanto quello del cinema sono varianti di una stessa trama strutturale: essere sotto la minaccia dello sguardo, nel rischio mortale dell‘annullamento. Si inseriscono qui i meccanismi di difesa improntati al desiderio dell‘Altro la cui parola d‘ordine è: «Sottraiti, sparisci, mimetizzati». Compito dell‘analisi sarà operare il passaggio dalla difesa all‘astuzia, e far sì che il soggetto possa riconoscere, e quindi utilizzare, tali meccanismi. Il godimento del sintomo La madre è descritta come portatrice di uno sguardo indiscreto e invadente. Curiosa e possessiva, gli dava sempre l‘impressione di non potersi sottrarre al suo controllo e di poter essere colto di sorpresa in qualunque momento. Ricorda, a questo proposito, un episodio che risale alla prima adolescenza, quando aveva sviluppato il rituale ossessivo di farsi il segno della croce prima di cominciare i giochi, rituale che naturalmente si curava di tenere nascosto. Ma un giorno, proprio mentre lo stava eseguendo, si accorse che la madre lo spiava da dietro la finestra e, qualche giorno dopo, con sua immensa vergogna, gli domandò perché lo avesse fatto. Il sintomo del segno della croce è riconducibile al fantasma fondamentale la cui struttura appare in modo evidente in un sogno che risale ai primi mesi d‘analisi. Si trova nella camera da letto dei genitori, arredata come al tempo in cui era bambino. Quando ripensa a quella stanza sente ancora il senso di freddezza e di estraneità datogli dall‘ambiente immerso, anche nei giorni di sole, in una scostante enigmatica penombra. Ricorda il disagio che gli procurava ciascuno degli oggetti presenti nella camera: l‘armadio, scuro e tetro, il copriletto verde, di un tessuto ruvido e irritante, ma soprattutto il crocefisso. Su questo non poteva neppure dirigere lo sguardo, entrando nella stanza doveva fingere di non vederlo, e le poche volte che aveva osato fissarlo era stato preso da un‘inquietudine crescente che lo aveva costretto a fuggire nelle altre stanze della casa, più chiare, più luminose. Nel sogno si vede steso sul letto dei genitori con una donna, nell‘atto di compiere un coito a tergo dove lui è sotto la donna, con le braccia allargate in posizione di croce. Accanto a un angolo del letto, in basso, avanza un topo vestito da prete che porta in bocca una moneta. Le associazioni corrono all‘infanzia, al tempo in cui per ogni dente da latte perduto trovava, il giorno dopo, una monetina che, secondo i racconti della mamma, era stata lasciata da un topolino. Il fatto che il topo sia vestito da prete rimanda al primo sogno d‘analisi, dove compare un docente o un prete in funzione di guida. Il padre è dunque qui nuovamente evocato in veste di tutore. L‘elemento più interessante del sogno è tuttavia il coito in cui lui è nella posizione della croce, dove si svela la componente di godimento presente nel sintomo del segno della croce. Il segno che salva La croce risulta essere un significante fondamentale nella struttura soggettiva del nostro paziente, potremmo anzi dire un vero e proprio nome del soggetto. Con l‘appellativo di «croce!», nel loro dialetto lombardo, si rivolgevano a lui le donne di casa; la madre e la nonna, quando faceva loro perdere la pazienza. Come si suol dire: «Croce e delizia al cuore!». Non stupisce dunque che su questa matrice significante avessero potuto formarsi gli ideali a sfondo religioso, tra gli ultimi anni dell‘infanzia e i primi dell‘adolescenza, quando si sentì intimamente deciso a entrare in seminario per seguire una vocazione sacerdotale. Non è difficile però constatare come l‘impalcatura religiosa delle fantasticherie sia di fatto un elemento derivato rispetto alla prima struttura significante. Ricorda infatti che quando era invaso dall‘inquietudine mentre fissava il crocefisso nella camera dei genitori, ciò che più lo metteva a disagio era l‘impressione angosciante e irreprimibile che il crocefisso lo fissasse a sua volta. Dove trovare il prototipo di quest‘inquietudine se non nel primo ricordo d‘angoscia? Lì infatti, per la prima volta, si sente sotto lo sguardo «macabro», nientificante. Le sequenze cinematografiche sono semplicemente indice della pura presenza dell‘oggetto sguardo, e le ossa incrociate del teschio non sono che una cancellatura di questo sguardo annichilente, la prima traccia significante a cui si aggrappa per uscire dalla situazione di Hilflosigkeit. Esse corrispondono alla prima risposta paterna: «Chiudi gli occhi» che significa «cancella lo sguardo». Questo segno di croce, matrice dell‘ideale, che si svilupperà fino al sintomo, è anche il significante più vicino al godimento, come è evidente nella particolare posizione del coito onirico. Nel segno di croce riconosciamo dunque il divieto paterno, così poco appariscente negli altri ricordi, e al tempo stesso la risposta salvifica che barra lo sguardo materno. La madre infatti, come risulta dal ricordo adolescenziale in cui spia il rituale, non solo vede, ma vuole far sapere che ha visto. Di fronte all‘invadenza nientificante dello sguardo materno e di fronte all‘appello rivolto al padre, il padre ha due risposte. Una è: «Ci sono, eccomi», la sua presenza rassicurante e benevola, la grande mano forte che lo stringe a sé, come nell‘episodio della fotografia sul lungomare. L‘altra è: «Fai come me», e si collegano, in questa risposta, il ricordo del trenino - dove la reazione non bellicosa del bambino omonimo del padre ricalca il suo lasciar fare - e il ricordo del cinema, dove si evidenzia l‘insufficienza della risposta paterna. Dopo la fotografia e il cinematografo: la televisione Un ultimo episodio che sottolinea tale insufficienza ci ricondurrà al primo sogno mettendo in risalto l‘aspetto di ripetizione del transfert. Era già nata sua sorella. Sta guardando la televisione con i genitori. Il film narra la storia di una ragazza regolarmente sposata che un giorno si apparta in una soffitta con l‘amico del marito. La ragazza resta incinta e il film termina con la drammatica rivelazione che il padre del bambino è l‘amico del marito. Dopo questo breve corso di educazione sessuale hollywoodiano, il bambino, per ingenuità o per malizia (per inciso, da bambino passava lunghi periodi solo con la madre essendo il padre spesso via per lavoro) domanda al padre perché, se la ragazza stava la maggior parte del tempo con il marito, il padre del bambino doveva essere l‘altro uomo che in fondo, nel film, si era visto con lei in una sola scena. Cruciale forse, ma una sola. Il padre mostra di non apprezzare molto questa computisteria sessuale e risponde che gli spiegherà la cosa quando sarà cresciuto, senza che stia a fare tanti conti ora. Con periodica meticolosa puntualità, ricorda di aver ripetuto la sua domanda in successivi periodi, pensando forse ogni volta di essere abbastanza cresciuto, senza mai ottenere dal padre il segno che gli riconoscesse il diritto di penetrare nel mondo dei segreti adulti. Questa domanda (che possiamo tradurre in un semplice «tu o io?», attraverso cui cerca ancora una volta di porre il padre in posizione di rivale) rimasta in sospeso dall‘infanzia, si riformula nel primo sogno raccontato in analisi e si rivolge all‘analista. Saprà l‘analista portarlo alla soglia di quell‘atto puro che il padre ha finto di non vedere, e in cui culmina il paradiso dantesco?
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Febbraio 2026
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