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Il buon uso dell'inconscio

Conferenze, seminari, interventi e testi del dott. Marco Focchi
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Clinica del passaggio all'atto

14/7/2025

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Foto
Bill Viola- La pietà, da Masolino da Panicale
Conferenza tenuta il 29 gennaio 2025 presso Il buon Pastore, a Bologna

Marco Focchi

La clinica del passaggio all’atto viene abitualmente spiegata a partire dalle operazioni attraverso le quali si costituisce il soggetto, quelle che Lacan chiama di alienazione e di separazione. Riassumiamo brevemente di cosa si tratta, poiché esse costituiscono delle coordinate di riferimento fondamentali nell’insegnamento di Lacan, e nel lavoro del Campo freudiano in questi anni sono state spesso riprese e utilizzate come linee guida essenziali per la conduzione della cura.

Alienazione e separazione


L’operazione di alienazione riguarda l’inscrizione del soggetto nell’Altro. Dobbiamo dirlo così anche se formularlo in questi termini è improprio. In effetti all’inizio non c’è soggetto, il soggetto non è niente, è semplicemente l’equivalente di un insieme vuoto. Il bambino, prima di cominciare a parlare, non può essere definito come soggetto. È un’esistenza, un soggetto potenziale, è la premessa di ciò che sarà il soggetto, ma sarà un soggetto a pieno titolo solo quando sarà passato preliminarmente per l’inscrizione nell’Altro, quando avrà un posto nell’Altro. Questo posto è contrassegnato dagli ideali che il primo Altro del bambino, ovvero chi si occupa di lui, la madre, o il padre, o comunque sia un agente delle cure, gli trasmette. La madre parla al bambino che ancora non parla, gli si rivolge e proietta su di lui le sue aspettative. Questo apre delle vie, che il bambino potrà seguire o rifiutare, ma che non potrà cancellare. Alienarsi per il bambino vuol dire uscire dalla proprio esistenza biologicamente autocentrata, per aprirsi all’Altro, per assumere quello che l’Altro dice di lui. “Sarà un genio”, “Sarà un professore”, “Seguirà le orme del padre facendo giurisprudenza” oppure, “Sarà uno sbandato”, “È un inutile capriccioso”, o ancora: “Sarà il sostegno della mia vecchiaia”, “È così bello che sarà un rubacuori”, sono espressioni che identificano il bambino, dicono qual’è il suo posto nell’Altro, lo socializzano, lo introducono nel circuito dello scambio, nella circolazione del linguaggio.
Queste prime identificazioni aprono per il bambino il grande interrogativo “Chi sono?”. “Perché?”, “Cosa vuol dire essere un rubacuori? “Essere un professore? O essere uno sbandato?"
Ma non è la sola domanda che sorge nel bambino. L’altra domanda è: “Cosa vuole da me?” Questa ulteriore domanda nasce dall’operazione di separazione. Una volta entrato nella logica di simbolizzazione e inscritto nella catena significante, il bambino infatti non è semplicemente la marionetta dell’Altro, cosa a cui si ridurrebbe se restasse solo sul piano dell’alienazione. Se così fosse l’effetto sarebbe che l’inconscio, il discorso dell’Altro, risulterebbe completamente deterministico, renderebbe completamente programmato il comportamento.
L’operazione di separazione implica un distacco, ed è resa possibile dal fatto che non tutto è riassorbito dall’operazione linguistica, che resta una riserva libidica. La separazione implica però una perdita, una mancanza che si segna nell’Altro e che lo fa desiderante.
Da qui nasce la domanda: “Cosa vuole da me?” La perdita è però anche per il soggetto che, inscritto dall’Altro in una logica rappresentativa – nella quale un significante rappresenta un soggetto per un altro significante – incontra una mancanza dove il godimento è estratto dall’Altro, e non risulta rappresentabile.
Il soggetto cerca dunque nell’Altro quel che gli manca. Da qui nasce l’amore, e anche la traslazione, che è un amore a tutti gli effetti.
Il nevrotico fa così consistere immaginariamente l’Altro in cui suppone il sapere su ciò che gli manca per ottenere il soddisfacimento che lo colmerebbe. Da qui nasce anche la possibilità stessa dell’interpretazione, della ricerca di un senso, dell’interrogativo su cosa l’Altro intenda.
Ricordare e agire


Il problema si presenta quando l’operazione di separazione non si è effettuata, quando non c’è stata estrazione di godimento dall’Altro. L’operazione di separazione ha come proprio agente il Nome-del-Padre, che separa e pone al tempo stesso un ancoraggio, fissa un punto di capitone. La metafora paterna e dà luogo  così al significato fallico. Con questo passaggio si fissa il senso comune, perché il significato fallico vale per tutto e vale per tutti, tiene insieme il discorso sociale.
La metafora paterna però non ricopre e non risolve mai interamente il senso. La fissazione del punto di capitone implica quindi due elementi: il Nome-del-Padre, che dà luogo a un significato valevole per tutti, e il sintomo, che fissa il godimento singolare, dando a ciascuno il proprio stile specifico, la parte inventiva, creativa della propria vita.
Questo duplice aspetto del punto di capitone rispecchia due aspetti nella clinica che Freud aveva individuato nella contrapposizione tra Erinnern e Agieren, tra ricordo e agito.
Il primo, il ricordo, è rivolto al passato e a una ricostruzione del senso, il secondo, l’agito, resta sull’attuale, su ciò che si produce come pratica e che è in relazione con con quel che causa l’azione, non nel senso di causa-effetto ma nel senso di causa di desiderio.


Atto e soglia


È su questo secondo versante che possiamo parlare di una clinica dell’atto, perché l’atto è la soglia, il taglio che, come suggerisce Alfredo Zenoni, inaugura qualsiasi pratica nuova, che questa si manifesti come arte, come politica, come gioco, o che si esprima nei suoi aspetti distruttivi, nell’aggressione di sé o dell’altro.
La clinica dell’atto è particolarmente interessante oggi, in un mondo in cui la tenuta degli ideali è decisamente depotenziata e in cui l’accento cade piuttosto nella forza bruta. Si fa volentieri ricorso, per esempio, alla forza bruta del farmaco, considerato quasi come l’arma finale, l’arma atomica quando si percepisce come logorato il potere della parola.


La parola nella magia, nella retorica, nella psicoanalisi


D’altra parte, riflettiamoci: dove la parola esprime pienamente il proprio potere se non nella magia, nell’incantesimo, in quella ritualità ritmata che scandisce la vita sociale del mondo arcaico? Immaginiamo forse che la funzione primaria  della parola nel mondo preistorico fosse comunicativa? Di trasmettere informazioni? La parola era innanzitutto l’espressione della magia del fare. Le pitture nelle grotte di Altamira o di Lascaux non puntano a quel che chiameremmo, con formula moderna, espressione artistica. Sono piuttosto parte integrante dell’impresa della caccia. Come si sarebbe potuto anche solo immaginare di andare a caccia senza aver prima dipinto?
Facciamo fatica noi moderni a immaginarlo, perché viviamo in un mondo completamente diverso. La poesia, che all’origine era un canto, era l’eco di questa magia. La retorica degli oratori greci e romani cerca ancora il dominio delle emozioni attraverso la parola. E anche noi, nella psicoanalisi, non dobbiamo creare condizioni molto particolari nella relazione di traslazione, perché la parola eserciti tutta la sua potenza?
Noi però viviamo nell’epoca della scienza, che restringe sempre più gli spazi della parola efficace, credibile, perché la scienza crede solo nella forza incontrastabile che si esercita silenziosamente attraverso la tecnica.
È proprio perché viviamo nell’epoca di una straordinaria crescita di presa della scienza sul sociale, e perché il simbolico della civiltà è completamente rimodellato dalla scienza, che ci troviamo, nella nostra clinica, sempre più ad aver a che fare con una clinica dell’atto piuttosto che con una clinica della parola.


La perdita di contatto con la parola


Anche il declino del padre e dell’autorità hanno contato tra gli effetti di espansione della scienza. Quale capo politico potrebbe fra passare una linea senza appoggiarsi a dati, dimostrazioni, calcoli? Parliamo, ovviamente di società democratiche, ma neppure le autocrazie possono restare indifferenti a questa tendenza. Come si manifesta la clinica dell’atto oggi? In molti modi, e quanto più i soggetti sono disorientati, sganciati dagli ideali, lontani dalla politica, tanto più li vediamo isolati, spinti verso la ricerca di sostanze, non schermati dal fantasma rispetto alla pressione dell’angoscia. In breve, quanto più si perde il contatto con la forza della parola, quanto più risulta difficile far passare i problemi per la via della mentalizzazione, tanto più la soluzione passa per il cortocircuito dell’atto. Abbiamo così il tentativo di suicidio, l’automutilazione, la scarificazione, l’aggressione. Di fronte a una pressione pulsionale che non trova via di scarico attraverso il passaggio per l’Altro, il soggetto moltiplica i tentativi di separazione, di estrazione dell’oggetto forzando i cardini dell’esistenza.


Lo scarto da eliminare


Si presenta dunque tutta una varietà di temi della clinica contemporanea che può configurarsi attraverso la clinica del passaggio all’atto nella misura in cui è meno percorribile o meno saldo il passaggio attraverso l’Altro. Gli esempi più evidenti però, come in una lente d’ingrandimento, ci vengono dalle psicosi. Jacques Borie parla di una clinica differenziale della psicosi relativamente all’atto. Sappiamo che Lacan ha detto che l’esempio per eccellenza dell’atto riuscito è il suicidio. Questo può essere preso nel suo valore metaforico: l’atto si compie infatti senza soggetto, il soggetto si assenta, si annulla nell’atto. L’atto non è pensato, calcolato, programmato. Molte volte sentiamo un paziente raccontare di qualche situazione in cui ha fatto qualcosa senza rendersene conto, come in trance, qualcosa di cui non saprebbe dire come è accaduto.
Nella melancolia il suicidio del soggetto diventa letterale. Il soggetto si identifica infatti con l’oggetto scarto, l’oggetto indegno, e il soggetto viene a equivalere al proprio essere, connotato come rifiuto. Il soggetto incarna così il reale dello scarto, e si riconosce in quel che deve essere eliminato, soppresso.
Il nevrotico che si lamenta della propria indegnità, lo fa dietro lo schermo del fantasma, come in cerca di qualcuno o qualcosa che lo risollevi da questa indegnità. Per il melanconico si tratta invece di una certezza, e non c’è dubbio su quella che può essere l’unica soluzione.
Lacan ha notato come spesso il suicidio del melanconico avvenga gettandosi dalla finestra. Questo ha un suo valore, perché la modalità scelta per il suicidio indica qualcosa di preciso sulla struttura. Non è la stessa cosa impiccarsi, tirarsi un colpo o aprire il gas. Lacan definisce il fantasma come la finestra attraverso cui il nevrotico inquadra la propria realtà, attraverso cui vede il mondo. Il suo rapporto con il mondo e con l’Altro si organizza attraverso il ritaglio dato dalla finestra fantasmatica. Nel caso del melanconico questa finestra è vuota, non è in grado di funzionare come velo o come schermo, non può fungere da mediazione. Non frena il soggetto, da essa non può trarre alcuna soddisfazione, nessun intrattenimento immaginario. Può solo passarci attraverso. Diversamente dal paranoico, il melanconico è in presa diretta con il nudo reale, c’è un rifiuto radicale della parvenza. Per il paranoico le cose stanno diversamente: l’indegnità, la colpa, è sempre dell’Altro.


La risposta delirante e quella del passaggio all’atto


È riconosciuto il fatto che le psicosi che sviluppano un delirio sono, in un certo senso, protette dal passaggio all’atto. Schreber è il modello per eccellenza delle psicosi con delirio, dove tutte le varietà di fenomeni elementari che fanno da aura all’esordio psicotico, quel senso di perplessità, di estraniamento, di vuoto di significato, vengono interrogati e ripresi nella costruzione delirante che costituisce una risposta di certezza rispetto alla perplessità iniziale. In fondo, lo sviluppo del delirio presenta una risposta nel tragitto che parte dall’avere delle perplessità e arriva alla certezza. Il punto conclusivo è la certezza acquisita come risposta definitiva.
Nelle psicosi che non convogliano le manifestazioni iniziali dei fenomeni elementari, come il dubbio o la perplessità, nel delirio, la conclusione, il punto di arresto, lo troviamo per l’appunto nel passaggio all’atto.
Lo vediamo chiaramente nel caso di Aimée, che dopo l’attacco all’attrice prova un senso di sollievo, o nel caso Wagner che sente di aver compiuto il proprio dovere dopo aver ucciso i propri familiari. Questi crimini sono interpretati come atti in cerca di autopunizione. L’obiettivo, la causa che muove l’atto, è ottenere una punizione che dà sollievo al senso di colpa.


Gli omicidi immotivati


Gli psichiatri si sono confrontati anche con quelle forme di passaggio all’atto che si presentavano come omicidi immotivati. Ne conosciamo anche nella cronaca recente. Per esempio l’omicidio di Sharon Verzeni da parte di Moussa Sangare, che dopo aver accoltellato la ragazza ha affermato di non saper spiegare che cosa fosse successo, di aver avuto un raptus improvviso. Anche il pubblico ministero incaricato delle indagini ha dichiarato che non c’è nessun movente riconoscibile, religioso o terroristico.
L’altro caso, sempre di attualità, è quello del diciassettenne Riccardo Chiarioni, che a Paderno Dugnano ha ucciso il fratello e i genitori dichiarando di aver agito perché si sentiva oppresso e alienato all’interno della famiglia,  e sperava di ottenere una sorta di liberazione eliminandola.
Lo psichiatra che più approfonditamente si è per primo occupato degli omicidi immotivati è Paul Guiraud, in un lavoro del 1931 pubblicato in L’évolution psychiatrique. Lacan ha ripreso i risultati del lavoro di Guiraud nella sua tesi a proposito del caso di Aimée. Se in antichità i delitti immotivati erano considerati come dovuti a possessione demoniaca, con la scienza, che cerca per tutto delle cause, appare come inconcepibile il fatto che qualcuno possa uccidere qualcun altro senza alcun motivo. Dell’argomento si è interessato anche André Gide che, meno preoccupato della causalità, svolge la questione piuttosto in direzione dell’atto gratuito come espressione dell’incondizionata libertà. Guiraud invece mette l’accento sul fatto che tale tipo di omicidi non è immotivato come sembra, ma che essi tendono a eliminare il male del soggetto, il male che il soggetto situa nell’altro. Guiraud chiama questo male con il termine kakon, che significa un deterioramento, una rovina, una perdita del buon ordine della vita. Insomma è il male per eccellenza.
Nella sua tesi Lacan riprende il concetto di kakon e, parlando degli omicidi, li distingue in omicidi legati all’io – ovvero quegli omicidi compiuti con consapevolezza, per calcolo o per interesse –  in omicidi legati al Super-io – che hanno invece l’obiettivo di farsi punire, e che definiscono una paranoia di autopunizione – e in omicidi legati all’Es, ovvero quelli che prendono di mira per l’appunto il kakon, ovvero la dimensione pulsionale,  e che si verificano quando il paranoico situa il proprio kakon nell’Altro. Si tratta dunque, in questi frangenti, della pulsione di morte che preme al cuore stesso del soggetto. Affiora quel che c’è in lui di insopportabile, che è generatore dell’odio di sé, dell’inaccettabile, di quel che si tratta di eliminare o di estrarre. Il sollievo derivante dal compimento dell’atto viene proprio dalla sensazione di essersi liberati di quel nucleo odioso che opprime, e lo vediamo un po’ in tutti i casi di questo tipo che abbiamo citato: nel caso Wagner, nel caso dell’omicidio di Paderno Dugnano, nel caso di Aimée. Quel che è preso di mira non è tanto l’altro come simile, l’altro immaginario. Viene colpito piuttosto quel che nel proprio essere è il male, quel che è disfunzionale, la causa del disordine e del disagio. Gli omicidi immotivati hanno dunque una precisa causa, una causa irrappresentabile, innominabile, ma reale, tutt’altro che fatua.


Le automutilazioni


Per il nevrotico il problema è la mancanza, e questo lo porta a chiedere giustizia per il godimento che gli è stato sottratto. Troviamo allora sempre qualche figura che si è appropriata del suo godimento e ne fruisce, un capoufficio, un amante infedele, un collega in competizione, un genitore autoritario. Per lo psicotico il problema è completamente diverso. Per lui si tratta di un eccesso che non ha nessuna casella simbolica in cui essere collocato, designato, circoscritto. Proprio per questo non c’è nessuna operazione simbolica che possa dargli sollievo, che possa toglierlo dalla stretta in cui si trova. Lo psicotico cioè, diversamente dal nevrotico, non ha difese simboliche,  ed è il motivo per cui il passaggio all’atto si presenta come equivalente o sostitutivo di dell’operazione simbolica di castrazione che risulta per lui impossibile.
Lo vediamo molto chiaramente nelle pratiche di automutilazione, provocate dal fatto che il soggetto non ha potuto ricreare sul suo corpo il contrassegno simbolico della castrazione, che quindi viene prodotto con un taglio reale. Ci sono soggetti che chiedono interventi chirurgici di mutilazione di un arto sano, e se riescono a ottenerli provano finalmente sollievo.
La costruzione di un delirio, come dicevamo, può essere un modo per evitare il passaggio all’atto, perché la produzione delirante passa comunque per l’Altro, vi passa in modo distorto, ma vi passa. Capiamo così anche la dedizione alla scrittura che si riscontra nei paranoici, ha la sua ragione nella fatto che la scrittura funge in fondo da surrogato della separazione, in quanto sostiene comunque una rappresentazione del soggetto nel mondo.
La colpa di esistere


Vorrei ora portare brevemente l’esempio di un caso visto da Jacques Borie. Si tratta di un caso melanconia, di una persona che non prova piacere in nulla, che non sente nessun gusto per la vita. Non c’è una specifica colpa, ma il solo fatto di esistere è una colpa. Se l’esistenza è una colpa, l’unica cosa da fare è sopprimerla. Sopportare la vita come un peso la lascia senza nessun sapore. Se non c’è un punto di mira, una connotazione significante, la vita appare svuotata e inutile. È il motivo per cui Lacan dice che è il fallo – che inscrive per il nevrotico una mancanza e con questo l’obiettivo di colmarla – a dare un sentimento della vita.
Il paziente di Borie viene alle sedute ripetendo continuamente l’intenzione di farla finita con questa vita inconsistente, banale, insignificante. L’analisi ha potuto tuttavia consentire una piccola costruzione, che è il ricordo di una scena infantile: quando ha sei anni, il fratello minore muore per una malattia fulminante. Vede la madre con il cadavere del piccolo tra le braccia e resta affascinato da questa scena. È come la scena di una Pietà, che gli si scolpisce nella memoria. Non sa neppure descrivere il sentimento provato a quella vista. Un po’ ne è inorridito, dato che amava il fratello, per altro verso invece è incantato da qualcosa che lui stesso non sa dire.
Questa scena ovviamente non ha un valore causale, ma, secondo Borie, è piuttosto una costruzione per dare ragione di qualcosa come lo svuotamento di senso della vita che sempre ha sentito.
Questa scena funge, verosimilmente, come una supplenza al vuoto del suo essere, poiché lo ricollega all’Altro materno nell’enunciato: “Mia madre può godere del bambino morto, e questo posto può essere dunque desiderabile”. Si può così seguire il passaggio da una posizione d’abbandono, di vita insapore, a una posizione sacrificale: come bambino morto si può far esistere il godimento materno. Questa scena ha orientato tutta la sua vita, in particolare la sua attrazione per la religione cattolica, giacché la religione cattolica è una costruzione volta a sublimare la passione del sacrificio: morire per amore.
Veniamo al passaggio all’atto. Questa situazione si protrae per anni durante i quali incessantemente questo soggetto gli comunica che davvero vuole farla finita, anche se nel frattempo continua a vivere.  Non lo dice però solo per finta. Un giorno infatti viene ad annunciare di aver preparato un progetto per sopprimersi il giorno stesso. È appena uscito infatti da un negozio di armi dove si è procurato il necessario. Allora Borie gli butta lì una domanda: “Ma se è proprio così convinto, perché viene a dirmelo?”. E il paziente risponde “Perché ho ancora una domanda da farle. Vorrei che mi si perdonasse il male che farò”. Borie interrompe la seduta, non senza un fremito, dicendogli: “Ma lei è assolutamente imperdonabile. A domani!”
Il giorno dopo il paziente torna, e descrive così quel che è accaduto dopo la seduta: “Sono tornato a casa e ho deciso di farla finita. Ho preso la pistola, ma in quel momento la parola 'imperdonabile' ha cominciato a risuonarmi in testa sempre più forte. Dopo qualche minuto non ne potevo più e ho gettato la pistola”.
Vediamo dunque che il soggetto andava con decisione verso la conclusione del passaggio all’atto e qualcosa l’ha fermato – dice Borie – io direi piuttosto dirottato. Il paziente è infatti stato fatto passare per un altro circuito che si distoglieva dall’atto e si dirigeva verso l’Altro. C’era ancora qualcosa che il soggetto si aspettava dall’Altro, ed era il perdono. È chiaro che la sua propensione per la religione cristiana ha svolto un ruolo qui, giacché quella cristiana è la religione del sacrificio e del perdono, ed entrambi questi aspetti hanno un posto per il paziente. Portare all’estremo il sacrificio avrebbe implicato sottrarre all’Altro l’appoggio che faceva esistere il suo godimento, ovvero distruggere l’Altro. Per questo il paziente aveva bisogno del perdono, e questo faceva sì che avesse ancora un’aspettativa rispetto all’Altro, formulabile nei termini: posso sottrarmi, ma solo con il tuo consenso.
Possiamo dire che qui l’atto analitico ha bloccato, dirottato il passaggio all’atto. Consideriamo infatti il modo in cui l’analista formula qui la sua frase: non dice semplicemente: “No, non la perdono, non faccia sciocchezze e torni domani all’appuntamento”. Questo sarebbe stato un modo di parlare all’io, di collocarsi sull’asse immaginario del discorso. Ma l’io era quello che aveva già preso inequivocabilmente la decisione. Non ci sarebbero stati termini di trattativa. Si sarebbe entrati eventualmente in un rilancio speculare di argomenti sull’opportunità o meno di suicidarsi, con poche possibilità di spostare le cose. Dicendogli invece “Lei è assolutamente imperdonabile”, le cose cambiano completamente aspetto, perché entra in gioco una determinazione del suo essere. Questa formula denomina l’essere dandogli un posto nell’Altro. In un certo senso possiamo dire che l’indegno, il kakon, quel che non merita di vivere, diventa l’imperdonabile, quindi è messo in attesa del perdono passando per il circuito dell’Altro.
C’è anche un altro aspetto che potremmo mettere in luce. Portare a fondo la posizione sacrificale, esistere come morto, significa andare a coincidere silenziosamente con il godimento. La richiesta di perdono è quindi una richiesta di perdonare il godimento, che effettivamente è imperdonabile e ingiustificabile. Il problema è invece trovare un raccordo con il godimento mediato dall’Altro, facendolo passare per il desiderio.


La clinica della contemporaneità


Per riprendere il tema della clinica della contemporaneità toccato all’inizio, e cioè di una clinica in un quadro in cui il soggetto cerca una presa sul godimento cortocircuitando il passaggio per l’Altro, dobbiamo vedere che nel mondo contemporaneo i problemi, i sintomi, le patologie non nascono da una situazione conflittuale, in cui i desideri del soggetto si trovano in contrasto con gli ideali sociali, con l’autorità genitoriale e famigliare, con le figure di cui si teme di perdere l’affetto. Oggi, in un certo senso, tutto è permesso, non occorre scavalcare divieti per attingere al godimento. Appare allora chiaro come il problema del soggetto riguardi il lato mortale del godimento, la pulsione di morte.
All’epoca di Freud, le isteriche erano donne che faticavano a trovare uno spazio legittimo per i propri desideri, o uomini, come l’Uomo dei Topi, che aveva desideri non conformi per la ragazza povera piuttosto che per la donna con cui fare un buon matrimonio. Era un mondo in cui i desideri dovevano nascondersi al soggetto stesso che ne era portatore, e l’idea freudiana della rimozione corrisponde a questo. L’interpretazione, che svela quel che è nascosto di sé al soggetto stesso, deriva da questa condizione, e porta in luce la verità del desiderio.
Nella prospettiva contemporanea la clinica si declina meno in rapporto con la verità e con il sapere, e deve spingersi piuttosto verso la ricerca di un saperci fare con i limiti e con il soddisfacimento.
La clinica del desiderio non è sparita. Continua ad esistere la clinica classica che si declina nel senso del desiderio insoddisfatto per l’isterica, del desiderio bloccato per la nevrosi ossessiva, del desiderio prevenuto per la fobia. Emerge però con forza l’aspetto di un desiderio alla deriva, che fa scivolare il soggetto verso il passaggio all’atto, e questo versante non è trattabile in termini di senso e di verità.
Se, nell’esempio clinico che abbiamo portato, lo psicoanalista si fosse messo a dialogare con l’io, sarebbe stato portare l’intervento sul piano del senso. Che senso ha che lei si suicidi? L’atto invece, proprio perché varca il limite del senso stabilito e condiviso, perché viola le regole del gioco, può porre su un altro piano il problema del limite. La limitazione non viene da una proibizione ma dall’apertura di diversi tracciati  che impediscono al soggetto di finire nel buco della pulsione di morte, dove la sua stessa esistenza viene completamente inghiottita. Chiaramente è una clinica in cui ci si assumono dei rischi, ma quale operazione umana è, in ultima istanza, esente dal rischio?
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