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Conferenza tenuta il 1 aprile 2026 presso l'Università statale di Milano Marco Focchi Il punto di frattura Visto dall’esterno l’acceso dibattito tra il comportamentismo dei trattamenti ABA e la psicoanalisi può apparire come una controversia tra diversi approcci terapeutici, una delle tante contese di settore che attraversano il campo clinico. Fermarsi a questo aspetto sarebbe però superficiale. Il contrasto in realtà non riguarda semplicemente un metodo, ma qualcosa di più fondamentale: la natura stessa dell'oggetto di cui si parla. La disputa non verte su come trattare l’autismo ma, in effetti, su cosa sia un essere umano. Il pensiero scientista, di cui il comportamentismo è l’espressione in psicologia, nella sua versione oggi dominante non afferma soltanto che l'autismo ha cause biologiche, ma punta a qualcosa di più radicale: l’idea di fondo è infatti che l'autismo sia un oggetto naturale della stessa natura degli oggetti di cui si occupano la fisica o la chimica. Qualcosa dunque di circoscrivibile, di misurabile, di riducibile a componenti elementari come geni, neuroni, circuiti. Il soggetto, in questo quadro, non è un concetto pertinente all’approccio scientifico: è al massimo un epifenomeno, un effetto secondario di processi fisici che sono i soli realmente causali. Per il pensiero psicoanalitico invece, e per la psicoanalisi lacaniana in modo particolarmente rigoroso, il soggetto umano è tutt’altro che un oggetto naturale: si articola nel linguaggio, non si trova in nessun neurone, ed emerge nella relazione con l'Altro. Il soggetto non è né causa né effetto: è una variabile nella struttura del linguaggio. La posizione dello scientismo e quella della psicoanalisi non sono semplicemente in disaccordo sui fatti. Sono in disaccordo su cosa debba essere contato come fatto, su cosa sia un'evidenza, su cosa significhi spiegare. Per questo il dibattito non ha una qualsiasi forma di risoluzione possibile: chi, da una parte o dall’altra, entri nella disputa pensando di portare e confrontare argomenti e prove empiriche, si trova a dover discutere su ciò che conta come prova. La genesi dello scientismo: da Galileo alla scuola di Chicago
Per capire la forza e la pervasività della posizione scientista occorre ricostruirne brevemente la genealogia, che in parte accompagna la genealogia della modernità. Il punto di partenza è il progetto galileiano, con la matematizzazione della natura. L’assunto conseguente è che ciò che non è traducibile in misura non appartiene alla scienza. Grazie a questo il criterio della conoscenza diventa la misurabilità. Galilei produce un vero e proprio terremoto nel pensiero occidentale, in grado di condizionare tutta la filosofia successiva, fino a che, con l’Illuminismo, la ragione viene fatta assurgere a norma universale. La scienza è un metodo d’indagine che si applica a un preciso campo, quello degli oggetti inerti, che sono inerti perché non prendono decisioni. Non a caso un punto d’avvio fondamentale nella scienza è proprio il principio d’inerzia. Il problema sorge quando il metodo scientifico viene applicato, spostandolo dal suo campo di pertinenza, a un campo di enti che non sono inerti perché si muovono da soli e fanno delle scelte, come gli esseri umani. Il primo passo in questa direzione avviene con Auguste Comte, secondo il quale la sociologia deve imitare la fisica. Herbert Spencer poi innalza la scienza a ideologia normativa, andando verso una naturalizzazione del sociale. John Stuart Mill infine considera che solo induzione e osservazione producono conoscenze valide, dando luogo così a un monismo metodologico. Lo scientismo giunto a questo si è ormai aperto la strada per diventare il pensiero dominante che conosciamo oggi. La psicologia scientifica nasce nel XIX secolo nella stessa scia: Wilhelm Wundt fa il primo passo misurando i tempi di reazione. I comportamentisti, per completare l’opera e aderire pienamente al vocabolario scientifico, eliminano la coscienza dall’orizzonte della psicologia. Le neuroscienze contemporanee cercano poi il correlato neurale di ogni esperienza. È un programma di ricerca senz’altro mirato alla produttività, ma fonda la propria coerenza sull'esclusione preliminare sulla fonte della produzione. Questa marcia spinta verso l’estensione applicativa del dominio della ragione calcolante trova a un certo punto i suoi critici: in Max Weber, che presenta la razionalità moderna come una gabbia d’acciaio, e nella scuola di Francoforte, che mostra la razionalità tecnico-scientifica come forma di dominio non solo sulla natura ma sull’uomo. Con un'ironia storica tutt'altro che secondaria, anche Friedrich Hayek compare nella schiera dei critici dello scientismo. Ciò a cui Hayek si oppone è la pretesa di estendere il metodo delle scienze naturali alle scienze sociali, giacché considera che questa estensione produca non conoscenza, ma ideologia. È un'obiezione che ha un serio valore epistemologico. Eppure la storia ha riservato a questa critica un esito paradossale. Con la scuola di Chicago e con Milton Friedman si realizza infatti una sorta di matrimonio di convenienza tra il neoliberismo di Hayek, come abbiamo visto all'origine marcatamente anti-scientista, e la matematizzazione dell'economia. In questa sintesi si compie un'operazione ideologica precisa: le decisioni politiche diventano invisibili dietro il formalismo della teoria, dove la normalità, incorporata nelle definizioni, appare come risultato puramente tecnico. Lo scientismo che Hayek aveva combattuto sul piano filosofico vince ora sul piano sociale attraverso i suoi eredi. Il mercato cessa di essere un luogo di conoscenza dispersa non unificabile né calcolabile, e diventa il nome tecnico della realtà dietro cui le scelte politiche restano velate. Tutto appare allora come un processo neutrale che segue un corso necessario, e questa doxa prende forma con l’affermazione di Margaret Tatcher: there is no alternative. È in questo contesto che va compresa la battaglia sull'autismo. Non è accidentale che il pensiero dominante sull'autismo parli esattamente il linguaggio della burocrazia scientista fatto di misure, protocolli, livelli di evidenza, studi controllati randomizzati. È la stessa struttura argomentativa che ha reso invisibili le premesse politiche del neoliberismo. Applicata al soggetto umano, questa struttura produce lo stesso effetto: rende invisibile il soggetto. L'autismo come terreno di scontro privilegiato L'autismo è diventato il campo di battaglia di questa contesa non certo per ragioni contingenti, perché si colloca precisamente sulla la faglia in cui le due formazioni tettoniche di pensiero si scontrano: il momento in cui il bambino entra — o non entra, o entra in modo atipico — nel linguaggio, ovvero il passaggio chiave della costituzione del soggetto. Chi sostiene che tutto è biologia vede in questa soglia un processo neuronale fatto di maturazione corticale, connettività, neuroni specchio. Chi sostiene che il soggetto è effetto del linguaggio vede in quella stessa soglia una struttura determinata dal modo in cui il bambino si posiziona rispetto alla domanda dell'Altro. Le due posizioni non sono comparabili, perché non riguardano gli stessi fatti. La ricerca dei marcatori biologici dell'autismo — che è oggi il programma dominante — non è semplicemente ricerca empirica: è un'operazione che ha già preliminarmente deciso che l'autismo è un'entità biologica di cui si cercano le impronte nel corpo. Ogni marcatore ipotizzato non punta a scoprire una verità preesistente, ma produce l'autismo come oggetto biologico. Il soggetto, in questo programma, non è una categoria pertinente, non perché sia stato esaminato e trovato irrilevante, ma perché è escluso a priori dalle condizioni di intelligibilità del programma. La psicoanalisi è un'anomalia in questo paesaggio: pretende di rendere intellegibile ciò che il soggetto fa senza saperlo. Lacan poi radicalizza questa anomalia dicendo il soggetto non è una realtà psicologica, ma una struttura logica, prodotta dall'articolazione significante. La forza politica e il limite clinico del pensiero scientista La forza del pensiero scientista sull'autismo è tuttavia reale e non va sottovalutata, tanto più se si vuole ingaggiare un confronto con argomenti solidi anziché con posture difensive. Esso offre infatti risultati cumulativi: ogni ricerca si aggiunge alle precedenti, costruendo un corpo di conoscenze verificabile, e permette confronti tra laboratori e popolazioni. È un programma di ricerca nel senso lakatosiano, cioè un quadro teorico dinamico con un nucleo centrale protetto e una parte modificabile, che guida lo sviluppo della conoscenza scientifica. Questo tipo di ricerca produce tecnologie applicabili: farmaci, interventi precoci, strumenti diagnostici. L'ABA, per quanto discutibile, dà luogo a cambiamenti comportamentali misurabili che, per alcune famiglie, possono rappresentare un sollievo concreto. Questo programma di lavoro possiede infine legittimità istituzionale: le istituzioni moderne — ministeri, fondi di ricerca, agenzie regolatorie — parlano il linguaggio della misura e dell’evidenza, e un programma che non si esprime in questi termini risulta invisibile o illegittimo. Il limite fondamentale di questa prospettiva è però altrettanto tangibile: non può pensare il soggetto, semplicemente perché il soggetto non è un oggetto, e quindi non è misurabile. Nessun marcatore biologico, per quanto raffinato, potrà mai dire perché questo bambino ha seguito una via sintomatica piuttosto che non un'altra. Lo scientismo non si occupa di pensare il significato: la biologia dell'autismo può descrivere come funziona il cervello autistico, non cosa significa, per questo soggetto, essere autistico, e non quale logica governa il suo modo di abitare il mondo. Il significato non è una proprietà dei neuroni. Per questo motivo il comportamentismo non può quindi autenticamente pensare la cura. Può modificare comportamenti, ridurre sintomi, promuovere l'adattamento sociale. Ma la cura è qualcosa di diverso, che attraversa il soggetto, che richiede che il soggetto metta in gioco la propria posizione, e questo non è standardizzabile né misurabile, e non è riducibile a protocollo. Il movimento per la neurodiversità A partire dalla fine degli anni Novanta, il campo si è arricchito di un terzo attore: il movimento per la neurodiversità. Il concetto — coniato dalla sociologa Judy Singer nel 1998 — compie una precisa operazione retorica e politica rovesciando il segno della differenza. L'autismo non è un deficit rispetto a una norma biologica, è una variante neurologica nella diversità della specie, della stessa natura della variazione nella pigmentazione della pelle o nel gruppo sanguigno. L'operazione è politicamente potente perché usa le armi del pensiero scientista contro il pensiero scientista stesso. Non dice: "il soggetto è irriducibile alla biologia". Dice: "anche dentro la biologia, la vostra norma è arbitraria". È una critica interna, non esterna, e per questo gli ha dato una forza istituzionale che la psicoanalisi non ha mai raggiunto. Ha alimentato movimenti per i diritti civili delle persone autistiche, ha prodotto politiche di accomodamento ragionevole nel mondo del lavoro, ha cambiato il modo in cui molte istituzioni educative concepiscono l'inclusione. Con la psicoanalisi il movimento può condividere, come avversario comune, il programma normalizzante. L'ABA è il bersaglio condiviso: la neurodiversità l’attacca perché mira a rendere il comportamento autistico indistinguibile da quello neurotipico, cancellando una differenza che vuole invece rispettata. La psicoanalisi l’attacca invece perché passa sopra la soluzione soggettiva, il bordo, l'invenzione propria del soggetto. Il fatto di avere un comune avversario non crea però una comune prospettiva. Ci sono infatti aspetti che non è possibile sottovalutare. Il primo riguarda il soggetto rispetto all'identità: il movimento per la neurodiversità tende a costruire un'identità collettiva — "siamo autistici, siamo diversi, abbiamo diritti" — che è politicamente necessaria ma che sutura il soggetto, perché il soggetto si costituisce proprio in una differenza che fa cadere le identificazioni. Il soggetto autistico, nel modo in cui ne parla per esempio Jean-Claude Maleval, non è "un autistico”, è questo soggetto particolare, con questa logica singolare, con questo bordo specifico. L'identità collettiva diventa un Ideale dell'Io che copre la singolarità invece di aprirla. Il secondo nodo è quello del nothing about us without us: il motto rivendica il carattere politicamente attivo delle persone autistiche e, per quanto funzionale sul piano operativo, presuppone una capacità di articolare la propria posizione nel discorso pubblico. Il movimento è stato costituito prevalentemente da persone con autismo ad alto funzionamento. Ma chi parla per i soggetti autistici che non si esprimono con il linguaggio verbale? La psicoanalisi, al contrario, ha sviluppato la propria clinica proprio con i casi più gravi — Kanner, non Asperger — e sa che anche lì c'è un soggetto, anche se non parla nel senso usuale. Il terzo nodo riguarda la cura. Il movimento nella sua versione più radicale tende a rifiutare l'idea stessa di cura: se l'autismo è una variante neurologica legittima, non c'è nulla da curare. La psicoanalisi mantiene invece una distinzione cruciale tra modificare il soggetto — che non fa o non vuole fare — e accompagnare il soggetto nella costruzione dei propri strumenti. La cura non punta a rendere il soggetto autistico neurotipico, mira a permettergli di abitare il proprio modo di essere nel mondo con minore sofferenza e maggiore invenzione. La posta in gioco politica: soggetto, differenza, cittadinanza La disputa, come vediamo, non è tra specialisti dell'autismo. È tra due concezioni dell'essere umano che hanno conseguenze politiche, giuridiche, istituzionali enormi. Se l'essere umano è essenzialmente un oggetto biologico, allora la cura è gestione del substrato fisico, la norma è l'adattamento funzionale, la differenza è deficit da correggere, e il soggetto è un'illusione utile ma non una realtà fondamentale. Se l'essere umano è invece un soggetto parlante, allora la cura è accompagnamento nell'invenzione di soluzioni proprie, la norma non è data biologicamente né simbolicamente, e la differenza è una modalità singolare di essere nel linguaggio. Queste due posizioni producono politiche radicalmente diverse: sui diritti, sull'educazione, sul lavoro, sulla cittadinanza delle persone autistiche. Il fatto che oggi prevalga istituzionalmente la prima non è un fatto scientifico neutro, è una scelta politica travestita da evidenza empirica. La questione della cittadinanza è il nodo più concreto e più irrisolto. La cittadinanza moderna è stata costruita su presupposti impliciti di razionalità, autonomia e reciprocità: il cittadino è colui che può partecipare al contratto sociale, che può deliberare, che può essere responsabile dei propri atti. Questi presupposti escludono, non intenzionalmente ma per la logica stessa del modello, molti autistici. Le risposte istituzionali si sono orientate su due modelli entrambi insufficienti. Il modello del deficit e della tutela: l’autistico non può essere cittadino pieno, quindi viene tutelato — da genitori, da istituzioni, da amministratori di sostegno. Si produce allora dipendenza e invisibilità. L’altro modello è quello dell'accomodamento ragionevole — emanante dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità del 2006 — ed è politicamente più avanzato, ma presuppone ancora che il soggetto possa, con adeguati aggiustamenti, partecipare ai dispositivi ordinari della cittadinanza. Nessuno dei due modelli pensa la cittadinanza a partire dalla differenza, dalla possibilità che forme di soggettività radicalmente diverse dalla norma neurotipica producano possibilità di partecipazione politica e sociale che non sono né deficit né adattamento, ma specifiche. È qui che la psicoanalisi potrebbe dare il suo contributo più originale: non come clinica applicata al diritto, ma come teoria del soggetto che permette di pensare la differenza senza ridurla al deficit né all'identità. La situazione italiana: tra clinico ed educativo La situazione legislativa italiana sull'autismo è un caso esemplare di come una buona intenzione normativa possa essere svuotata dalle sue stesse clausole interne e dalla frammentazione istituzionale. Guardando al sistema nel suo funzionamento reale, vediamo che formalmente l’orientamento è clinico, ma che sostanzialmente è educativo , con una tensione strutturale tra i due piani che non viene mai risolta. Sul piano normativo, la legge 134/2015 e le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità collocano l'autismo senza ambiguità nell'alveo sanitario. Il quadro de iure è chiaro: la sanità coordina, la scuola collabora. I numeri raccontano però una storia diversa. Secondo gli ultimi rapporti ISTAT sull'inclusione scolastica, la categoria F84 — disturbi evolutivi globali dello sviluppo psicologico, che comprende autismo infantile e Asperger — è presente nel 34,8% del totale degli alunni con disabilità, pari a circa 114.000 allievi. Per la grande maggioranza dei bambini autistici, il luogo di incontro quotidiano con le istituzioni è la scuola, non il servizio sanitario. L'insegnante di sostegno — figura educativa, non clinica — è spesso il principale referente. Il Piano Educativo Individualizzato sostituisce di fatto il progetto terapeutico. Il caso dell'ABA rivela con precisione questa tensione. Il metodo è formalmente classificato come prestazione sanitaria LEA, ma viene erogato prevalentemente in contesto scolastico, da operatori con formazione educativa, senza coordinamento clinico effettivo. È sanitario nel nome, educativo nella sostanza. I genitori hanno dovuto ricorrere ai tribunali per ottenere che le istituzioni scolastiche consentissero l'ingresso degli specialisti privati e trasmettessero rapporti sulle attività svolte. La frattura più rivelatrice è quella della discontinuità. L'8,4% degli alunni ha visto cambiare l'insegnante di sostegno in corso d’anno. Questa discontinuità è generalmente dannosa per tutti gli alunni con disabilità, e particolarmente grave per chi ha disturbi autistici. Sul versante adulto il vuoto è ancora più netto: al compimento dei diciotto anni il panorama muta radicalmente. Manca per gli adulti un riferimento univoco come quello rappresentato dalle UONPIA — Unità Operativa di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza —per i minori. L'adulto autistico transita formalmente nella psichiatria generale — i Dipartimenti di Salute Mentale — che non sono strutturati per accogliere questa specifica clinica e non hanno la continuità di équipe che caratterizza, almeno in teoria, la UONPIA. Dal punto di vista della prospettiva teorica che abbiamo sviluppato questa bipartizione non è accidentale. Riflette la stessa ambiguità ontologica del pensiero istituzionale sull'autismo: non si sa se il soggetto autistico è un malato da trattare o uno studente da formare, e quindi si fanno entrambe le cose, ed entrambe male. Il soggetto — nel senso analitico del termine — resta invisibile a entrambi i dispositivi: né il medico né l'insegnante sono formati a interrogarsi sui labirinti in cui questo bambino si muove per abitare il mondo. L'architettura istituzionale e i suoi vuoti strutturali Il sistema sanitario italiano per l'autismo è organizzato teoricamente su tre livelli. Il pediatra di libera scelta costituisce il punto di ingresso: osserva le modalità di funzionamento del bambino e, in caso di sospetto, attiva la UONPIA di riferimento territoriale. La UONPIA è il dispositivo centrale per i minori: svolge attività di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione nella fascia 0-18 anni, con percorsi di valutazione psicodiagnostica multidisciplinare. Al vertice, ogni regione dovrebbe avere centri di riferimento ad alta specializzazione per l'approfondimento diagnostico e la costruzione del progetto terapeutico-riabilitativo. Guardando questa architettura con occhio critico, emergono alcune osservazioni decisive. Il dispositivo è diagnostico-riabilitativo, non clinico nel senso pieno. Le figure professionali previste sono neuropsichiatri, logopedisti, terapisti della neuropsicomotricità, psicologi. Lo psicoanalista non esiste come figura istituzionale. La psicoterapia è formalmente prevista nei LEA, ma nella pratica delle UONPIA è residuale rispetto agli interventi riabilitativi standardizzati. Il dispositivo è centrato sull'età evolutiva e sulla diagnosi precoce. L'investimento istituzionale massimo è nel momento dell'identificazione del rischio e dell'intervento nei primissimi anni — coerente con la logica scientista: intervenire sul substrato il prima possibile, quando la neuroplasticità è massima. Ma questa logica produce il vuoto dell'adulto, perché una volta che il substrato si è consolidato l'interesse istituzionale scema. Pratiche alternative sopravvivono nel privato, nel convenzionato, nel terzo settore — ai margini del sistema, con finanziamenti precari, senza riconoscimento normativo. Questa esclusione strutturale non è accidentale, ma conseguente alle premesse politico-epistemiche del sistema. Il terzo dispositivo La psicoanalisi lacaniana ha costruito, nel corso dei decenni, un dispositivo clinico che non è né sanitario né educativo nel senso istituzionale: la pratique à plusieurs, inventata da Antonio Di Ciaccia all'Antenne 110 di Bruxelles, fondata nel 1974. Il principio fondamentale è che il bambino autistico non è trattato come un paziente su cui applicare un protocollo, ma come un soggetto a partire dal quale si costruisce il dispositivo di lavoro. Gli operatori — educatori, insegnanti, clinici — non intervengono direttamente sulla condotta del bambino, ma si lasciano orientare da ciò che il bambino inventa: i suoi oggetti privilegiati, le sue routine, le sue soluzioni difensive dall'invasività dell'Altro. Il bordo che il bambino ha costruito non è un sintomo da eliminare: è il punto di partenza della clinica. Questa linea è stata trasmessa e sviluppata attraverso una catena di elaborazione teorica: a Di Ciaccia è succeduto Virginio Baio nel 1990, e a Baio Bruno de Halleux nel 2004. Non è una successione puramente amministrativa: ciascun passaggio ha aggiunto qualcosa di specifico senza rompere con la logica fondamentale. Baio ha teorizzato la clinica dell'Antenne 110 con la nozione del sapere sul vuoto: l'operatore non porta al bambino un sapere già costituito, ma si posiziona in un luogo di non-sapere da cui può essere guidato da ciò che il bambino stesso mostra. De Halleux si è incentrato il concetto di significante asematico. Il significante asematico non ha senso nel modo ordinario della catena significante: non rinvia a un altro significante, non produce metafora né metonimia, non apre un'interpretazione. Funziona come oggetto piuttosto che come elemento della struttura simbolica. Nei soggetti autistici certi suoni, certe parole, certe sequenze verbali funzionano in questo modo: non comunicano ma regolano il godimento, costruiscono bordo, tengono a distanza l'invasività dell'Altro. Non vanno interpretati — vanno rispettati come parte dell'architettura soggettiva che il bambino ha costruito. Il concetto precisa e arricchisce la teoria del bordo di Maleval: anche nella dimensione linguistica stessa — non solo negli oggetti e negli interessi specifici — si trova una componente del bordo. Il soggetto autistico non rifiuta il linguaggio in toto: usa certi elementi linguistici in modo asematico, svuotandoli del loro valore simbolico ordinario per farne strumenti di regolazione del godimento. Queste esperienze si sono diramate in Italia con l’Antennina 112 a Marghera, l’Antenna Beolchi a Cuggiono, l’Antenna di Pisa, e Il Cortile a Roma L'autismo come rivelatore della modernità La riflessione teorica e politica sistematica su questi temi è quella di Éric Laurent. Il suo lavoro è costruito sull'opposizione tra due tempi che sono anche due versanti del problema: il tempo lungo della clinica e il tempo corto e accelerato della sequenza politica e mediatica. Questa struttura è teoricamente rilevante. I due tempi non sono paralleli ma asimmetrici. Il tempo lungo della clinica produce sapere singolare, caso per caso, non generalizzabile; il tempo corto della politica mediatica produce urgenza, cifre, protocolli, evidenze statistiche. Il conflitto riguarda due regimi di razionalità incompatibili. Il primo movimento critico di Laurent riguarda la burocrazia sanitaria: essa non usa la scienza se non impropriamente. Prende risultati parziali della ricerca neurobiologica — correlazioni statistiche, associazioni genetiche, dati epidemiologici — e li trasforma in fondamento di politiche normative universali. Dall’osservazione in una certa popolazione di determinate correlazioni alla conclusione che un protocollo deve essere applicato a tutti non c'è conseguenza logica: c'è una scelta politica travestita da evidenza. Si evidenzia allora come l'autismo riveli le tendenze disfunzionali della modernità democratica, mettendo in luce tre aspetti particolari. Il primo abbiamo visto in diverse angolature, è la tirannia della misura. La modernità democratica legittima le proprie politiche attraverso i numeri. Si misurano il comportamento adattivo, il quoziente intellettivo, la frequenza delle stereotipie. I soggetti più gravemente autistici ovviamente resistono a qualsiasi misura, e la loro resistenza rivela l'artificialità del parametro. Il secondo aspetto riguarda il paradosso della democrazia tecnocratica. La campagna lanciata in Francia contro la psicoanalisi nei trattamenti dell'autismo si è presentata come difesa dei diritti degli autistici contro una pratica colpevolizzante, ma in realtà le cose vanno in senso opposto: si vuole eliminare una pratica che si occupa del soggetto per sostituirla con protocolli uniformi applicati da tecnici che non tengono in nessun conto il valore della persona. È la forma classica del totalitarismo morbido democratico: si agisce in nome dei soggetti eliminando la possibilità che i soggetti dicano qualcosa di proprio. Il terzo aspetto riguarda il conflitto tra godimento e norma. Il soggetto autistico porta al limite la questione del godimento non regolato dal simbolico. Le stereotipie, gli interessi specifici, i rituali non sono deficit rispetto alla norma, ma modalità di regolazione del godimento che la norma non contempla. La modernità neo-liberista, che è essenzialmente un progetto di regolazione del godimento attraverso il mercato, non sa cosa fare di questo eccesso. La risposta tecnocratica — normalizzare il comportamento con l'ABA — è la modalità economista di riportare le cose in un quadro funzionale. L'etica del soggetto e l’atto politico Tutta la questione politica converge su un punto: chi ha il diritto di definire cosa è l'autismo, cosa è normale, cosa è cura? Il pensiero scientista risponde: la scienza, attraverso i protocolli di validazione empirica. È una risposta che sembra neutrale ma che in realtà decide già che l'autismo è un oggetto naturale, che la norma è biologicamente definita, che la cura è gestione del substrato fisico. Il movimento per la neurodiversità risponde: le persone autistiche stesse. È una risposta politicamente potente ma che esclude chi non può parlare nel senso abituale. La psicoanalisi offre una risposta diversa: nessuno ha il diritto di definire dall'esterno la logica soggettiva di un essere umano. La definizione — la diagnosi, il trattamento, la direzione — emerge dal lavoro con il soggetto, non sul soggetto. Non è un principio metodologico: è un’etica dove la singolarità irriducibile di ogni soggetto prevale contro qualsiasi programma di normalizzazione. Qui la prospettiva politica e quella clinica si saldano. La battaglia per il diritto alla differenza non è esterna alla clinica, perché è occorre una premessa politica per rendere possibile una clinica che consideri il soggetto. Per altro verso una clinica che tiene conto del soggetto è già in sé un atto politico. Una clinica che, caso per caso, rende possibile a questo soggetto a trovare la propria soluzione invece di applicargli dall'esterno l’impronta della norma, prepara il terreno per una politica dove la decisione non è fatta sparire dietro il velo di un formalismo apparentemente neutrale. La domanda che rimane aperta è come si porti questa contesa sul piano della discussione pubblica senza che venga immediatamente ridotta allo scontro tra scuole o al conflitto di interessi. Occorre rendere visibile che è in gioco qualcosa di più grande: un’antropologia, una grande politica in senso nietzscheiano intesa come produzione di senso, e non solo una modalità di terapia. È un orizzonte vasto, ma riconoscerlo offre già la possibilità di cominciare a tracciarne le coordinate.
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