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Buongiorno Dott. Focchi,
sono un uomo di 52 anni e ogni anno (perlomeno negli ultimi anni), con l’avvicinarsi del Natale, mi accorgo di sentirmi più triste, spento, a tratti quasi depresso. Non ci sono problemi evidenti nella mia famiglia, non ho rapporti conflittuali con i parenti e, in generale, la mia vita non sta attraversando crisi particolari. Cercando online ho trovato molte spiegazioni legate a famiglie disfunzionali o relazioni complicate con i parenti, ma non mi riconosco in questi casi. Eppure questa sensazione ritorna, e quest’anno la percepisco in modo ancora più marcato rispetto al passato. Da cosa potrebbe dipendere questo malessere, che sembra venire solo da me? Poi di solito dopo le feste passa. La ringrazio. >Gentile Signore, quello che descrive è un vissuto molto più comune di quanto si pensi. Il periodo natalizio funziona come un tempo simbolico più che come un semplice evento sociale, e lo si ama o lo si odia. Chi ricorda momenti comunitari, grandi famiglie riunite intorno all’albero, regali da spacchettare, generalmente l'ama. Chi è distante dalla famiglia, o dal partner, o dagli amici, sente acuirsi la solitudine. Oppure il Natale è carico di aspettative ideali: l’idea di pienezza, di calore, di condivisione, di “come dovrebbero essere le cose”, e quando l’esperienza reale non coincide con l’ideale, può emergere un senso di vuoto o di mancanza che non ha un oggetto preciso. Non è qualcosa che “non va” nella propria vita, piuttosto qualcosa che si rende percepibile proprio perché la cornice simbolica delle feste lo fa entrare in risonanza. Questo stato generalmente ha un inizio e una fine, e tende a dissolversi dopo le festività, e ciò suggerisce che non si tratta di una depressione in senso clinico, ma di una oscillazione dell’umore legata alla posizione soggettiva che ciascuno assume rispetto a questi passaggi nodali. Potremmo considerare anche l’età, che non è irrilevante in momenti di sospensione come le feste perché sono momenti in cui si modifica il rapporto con il futuro, con il desiderio, con ciò che resta aperto. Non le direi di combattere o contrastare questo sentimento, meno ancora di patologizzarlo. Lo prenda piuttosto come un segnale che riguarda qualcosa di suo, che chiede parole precise più che spiegazioni generiche. Se questa tristezza dovesse intensificarsi o perdere il suo carattere transitorio, allora sì, un confronto con un professionista potrebbe offrire uno spazio per darle senso. La sua domanda tocca in fondo un’esperienza condivisa, ma sempre singolare per il modo in cui ciascuno la vive. Un cordiale saluto. Marco Focchi
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Dicembre 2025
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