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Di cosa si parla

Roma 1953: la nascita dell'insegnamento di Lacan

11/1/2026

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FotoFoto di Lorenzo Girodo

Conferenza tenuta presso l'Istituto freudiano, sede di Milano, il 10 gennaio 2026

Enric Berenguer

La parte dedicata alla "Funzione e al campo della parola e del linguaggio" su cui lavoreremo oggi (la "Prefazione" e l'"Introduzione") è fondamentale per precisare il contesto di questo testo che Lacan (nella "Prefazione" egli dice "le sue circostanze"), che non è qualsiasi, perché egli stesso lo colloca come inizio del suo insegnamento. Tra l’altro, ci aiuterà a capire che senso abbia per lui questo "inizio del suo insegnamento", che non si riferisce semplicemente al senso letterale di "iniziare a svolgere compiti di insegnamento".

Ciò non sarebbe vero, se non altro perché egli aveva già iniziato a insegnare nel contesto della Società Psicoanalitica di Parigi, come vedremo in seguito.
Storia precedente. Lacan e la SPP, prima della crisi


Ripercorriamo alcuni dati della storia precedente di Lacan. Dal 1928 aveva fatto parte del gruppo "l'Évolution psychiatrique". La sua analisi con Rudoph Lowenstein iniziò nel 1932. Nel 1934 diventa "membro aderente" della SPP e due anni dopo, nel 1936, partecipa al Congresso di Marienbad con il suo lavoro attualmente noto come "Lo stadio dello specchio", ma che in realtà aveva per titolo: "Lo stadio dello specchio. Teoria di un momento strutturante e genetico della costituzione della realtà, concepito in relazione all'esperienza e alla dottrina psicoanalitica".


Come si inserisce la presentazione di questo lavoro nel contesto del suo rapporto con la SPP, di cui era ancora "membro aderente"? Una versione preliminare era stata esposta e discussa alla SPP il 16 giugno 1936. Le note, un po' confuse, che Françoise Dolto prese in quell'occasione, ci permettono di vedere che il contenuto di quella relazione era molto più vicino a parti de "I complessi familiari" (pubblicato in Altri scritti) che al testo del 1949, incluso negli Scritti, "Lo stadio dello specchio come formatore dell'io (je)", presentato nel 1949 al Congresso di Zurigo.


È importante tenere conto di queste precisazioni, perché tendiamo a riferirci come "lo stadio dello specchio" a un testo del 1949 che in realtà è molto posteriore e in fondo molto diverso da ciò che Lacan pronunciò a Marienbad.


Nelle note di Françoise Dolto vediamo che a quella seduta preliminare erano presenti, tra gli altri, Marie Bonaparte, Daniel Lagache, Rudolph Lowenstein (analista di Lacan) e anche René Laforgue.


Lowenstein non sembra essere rimasto impressionato dall'esposizione del suo analizzante. Egli obietta che «il super-io e gli istinti di morte non hanno alcuna relazione». Aggiunge: «Al contrario, il super-io è un'espressione puramente vitale che permette all'individuo di comprendere le esigenze della società e di adattarsi ad esse». Significativa anticipazione di tesi che avranno poi un sviluppo in quella che è conosciuta come la «Psicologia dell'Io».


Ricordiamo alcuni dettagli su Lowenstein. Interviene in questa sessione della SPP a Parigi, ovviamente, perché non era ancora emigrato a New York (lo farà nel 1942, dopo essere fuggito da Parigi nel 1940). Non bisogna dimenticare che siamo ancora prima – in realtà, molto poco prima! – della seconda guerra mondiale e che lui, ebreo di origine polacca, esercitava come didatta inviato da Freud a Parigi nel 1925 (appena nominato membro) da Berlino (dove si era formato all'Istituto), su richiesta di Laforgue. Si suppone che fosse lì per sostenere il gruppo francese nella fondazione della SPP, nel 1926. Forse anche per supervisionarli.


A quanto pare, in Francia c'erano elementi che tendevano ad andare un po' per la loro strada, diciamo un po' sciovinisti. Tra questi, il più notevole era forse Pichon, poco incline a sottomettersi all'influenza straniera, e per di più germanica, della psicoanalisi. Così, nel 1938, Pichon si permise di tenere alcune conferenze dal titolo, non proprio freudiano, "À l'aise dans la culture". In esse affermava che, nella cultura occidentale, le persone sposate e in buona posizione, ben identificate rispettivamente come uomo e donna, stavano perfettamente bene nella cultura.


D'altra parte, non sembra che Freud, nonostante il suo sostegno personale, avesse abbastanza fiducia nella solidità di Maria Bonaparte (e di Eugenia Sokolnicka) da lasciarle sole con quei signori, tra cui c'era anche René Laforgue (analista di Bonaparte dal 1923), che più tardi, durante l'occupazione, arrivò a contattare Matthias Heinrich Göring (cugino di Göring) per cercare di riaprire la Revue Française de Psychanalyse e creare a Parigi un istituto arianizzato simile all'Istituto di Berlino. Va ricordato che i nazisti si erano impossessati dell'Istituto di Berlino, disponendo anche dei suoi locali.


Insomma, nel 1936 Lacan è ancora un membro aderente della SPP, non un membro a pieno titolo. Tuttavia, è entrato in scena con grande slancio. La presentazione di un lavoro a Marienbad è di per sé qualcosa di molto importante, si potrebbe dire addirittura eccezionale, data la sua condizione di aderente.


In ogni caso, come sappiamo da un curriculum vitae redatto nel 1957 per una candidatura alla direzione di "Psicoanalisi all'École des Hautes Études", Lacan non si sente uno qualsiasi. Sebbene si tratti di un testo del 1957, ci interessa molto anche per la sua valutazione a posteriori delle condizioni dei suoi inizi nel gruppo SPP.


In esso egli sottolinea la consapevolezza che già allora aveva della sua forza, dal momento che, nel 1932, "i problemi sollevati dalla sua tesi attirarono l'attenzione al di là degli ambienti medici per aver introdotto la posizione, allora nuova, di uno strutturalismo in psicopatologia". Ritengo che questo sia proprio ciò che egli considera all'origine del suo avvicinamento alla psicoanalisi.


Nello stesso curriculum, Lacan sottolinea la sua "abilitazione" come membro titolare della SPP nel 1938, sei anni dopo aver iniziato la sua analisi con Rudolph Loewenstein - ciò che egli definisce "sei anni di iniziazione regolare e di lavori personali". E considera questa abilitazione come "sanzione della padronanza (maîtrise) della tecnica" psicoanalitica. Pertanto, per lui, questa data è fondamentale: 1938.


Nello stesso anno, ormai titolare, Lacan presenta una comunicazione alle sessioni della SPP, dal titolo «De l'impulsion au complexe», il cui riassunto viene pubblicato nel numero 11 della Revue Française de Psychanalyse, organo della SPP. Significativamente, si tratta dello studio di due casi della sua clinica. In particolare, due casi di nevrosi ossessiva, di cui egli vuole sottolineare le grandi differenze nonostante la diagnosi simile. Come afferma nel suo lavoro, "la forma clinica rivela pienamente le sue particolarità solo tardivamente, nel corso del flusso confidenziale". Nel primo caso, il sintomo è separato dalla personalità, «come un corpo estraneo». Nel secondo, si è verificata «una vera e propria rifusione della personalità».


Alla discussione partecipa Lowenstein, che questa volta sembra apprezzare il lavoro di Lacan. Sicuramente ha contribuito alla sua ammissione come membro titolare. Interviene anche Hartmann, sollevando dubbi sul confine tra nevrosi ossessiva e perversione nel secondo caso.


Dello stesso periodo, il 1938, è la partecipazione all'Enciclopedia Francese con il testo noto come "I complessi familiari". Senza dubbio, un anno importante per Lacan.


È da notare che l'analisi di Lacan con Loewenstein termina proprio quest'anno, dopo l'ammissione come membro titolare. Sappiamo che, a un certo punto, Loewenstein gli disse che doveva tornare in analisi. Colui che era stato il suo analista, in una lettera a Bonaparte durante la crisi del 1953 – di cui parleremo più avanti – afferma che Lacan aveva mancato al suo impegno di tornare sul divano. Ciò, a suo avviso, è un fattore determinante nella crisi.


Lowenstein sembra collegare l'abbandono dell'analisi da parte di Lacan all'effetto dell'autorizzazione che deve aver costituito la sua ammissione come membro titolare della SPP. È un'ipotesi che dovrebbe essere confermata, mi sembra.


Tutto questo vale come premessa per rendere più comprensibili alcune delle mosse successive di Lacan in relazione alla SPP.


La parentesi della guerra

Un altro punto fondamentale. Bisogna tenere conto di una parentesi forzata molto lunga, che spiega l'assenza di lavori e pubblicazioni dopo un inizio fulgido.


L'inizio della guerra e la rapida occupazione della Francia da parte dei nazisti lasciarono il segno. Come lo stesso Lacan espone nel suo curriculum, il gruppo francese si disperse e lui stesso fu mobilitato. Dopo la smobilitazione, dice, dovette «elaborare la sua esperienza senza alcun rapporto con il gruppo disperso e decimato [...] continua la sua attività di consulenza presso la Clinica della Facoltà di Sainte-Anne».


Leggiamo attentamente ciò che segue in questo testo autobiografico, perché dice molto sulla disposizione di Lacan e sul modo in cui interpreta il suo posto particolare nel gruppo francese. Soprattutto, il compito che gli verrà affidato in seguito, o almeno una parte significativa di esso. "Funzione e campo della parola" è in gran parte il risultato di questo compito, che egli colloca in un contesto storico molto particolare.


Bisogna tenere presente che siamo nel 1945. Sono stati persi sei anni. Il contatore viene azzerato per un nuovo periodo, che implica un compito arduo, ma anche grandi opportunità. La posta in gioco è alta, c'è molto in ballo.


Lacan scrive: «Dopo la guerra, ci vogliono anni per ristabilire una comunità di lavoro tra una generazione che non è più legata a Freud se non da relazioni aneddotiche [si riferisce sicuramente a Bonaparte: Loewenstein non è più a Parigi,   Laforgue sta espiando i suoi peccati in Marocco e Pichon è morto di malattia durante l'occupazione] e un'altra generazione ancora alle prime armi per la sua esperienza, di formazione affrettata».


Sembra attribuirsi un ruolo importante tra queste due generazioni... Anche se dal testo, letteralmente, non è chiaro se sia incluso tra i novizi di "formazione accelerata", molto probabilmente non lo è. La sua formazione è più solida e legge Freud da molto tempo. Nel 1932 aveva tradotto "Alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, nella paranoia e nell'omosessualità" per la RFP. La scelta del testo non è casuale, perché è in relazione con il tema della sua tesi sul caso Aimée.


Nella Commissione Didattica della SPP

In ogni caso, Lacan aggiunge qualcosa di importante nel suo piccolo testo storico del 1957, perché sottolinea le grandi esigenze di formazione che si presentano in quel momento – dopo la guerra – e alle quali la SPP dovrà rispondere, in un lavoro al quale Lacan si dedicherà con entusiasmo.


Leggo un altro paragrafo:


«Si manifesta allora una domanda immensa tra i giovani psichiatri, che occorre innanzitutto filtrare e poi condurre sul piano dell'azione quotidiana e concreta. Questo lavoro, affidato a una Commissione chiamata di Insegnamento [nel 1949], di cui Lacan [si nomina in terza persona] è uno dei membri, prevale per lui su ogni altro per un certo periodo».


Quindi, un'altra data da tenere presente, molto importante: 1949. Solo cinque anni dopo la fine della guerra e – attenzione! – solo quattro anni prima della crisi del 1953 e di «Funzione e campo della parola».


Sacha Nacht è ora, nel 1949, presidente della SPP e presiede quindi la Commissione di Insegnamento, di cui fa parte anche Marie Bonaparte. Il regolamento di questa commissione, tuttavia, è redatto da Lacan. Leggendolo si vede bene che è suo, si riconosce perfettamente il suo stile e il suo orientamento in certi punti. Si tratta di un testo molto significativo, alcuni elementi del quale riprende nel 1957, ma che, soprattutto, ci ricordano ciò che dice nel Congresso di Roma del 1953. È pubblicato nella RFP, nel 1949, numero 13.


Vediamo alcuni passaggi di questo testo sull'insegnamento nella SPP:


In primo luogo, collega l'analisi didattica, "porta d'ingresso all'insegnamento", alla formazione tecnica, come inseparabile dall'"intelligenza teorica". I tre "gradi" sono "esperienza didattica, analisi sotto controllo (questo era un dispositivo chiave dell'IPA) e insegnamento teorico, sottoposti a omologazione". Parla del rischio della psicoanalisi selvaggia.


Distingue l'aderente, come colui che "soddisfa questa formazione", dal titolare, come colui che "è in grado di trasmetterla nell'analisi didattica". Sono aspetti della formazione propri dell'IPA, fin qui nulla di straordinario. È IPA standard


Ma poi parla della "domanda sociale in Francia" che richiede un piano per la formazione degli psicoanalisti. Non si può quindi lasciare alla volontà di ciascuno dei membri della SPP, è necessario un organo di selezione. La formazione non può essere "decisa al momento dell'ingresso dello studente", lo stesso organo deve svolgere una funzione di anamnesi e sanzione che richiede una pluralità di tutor, per l'ammissione alla Società. Parla anche della funzione di vigilanza critica, non solo di ciò che si dice all'interno della SPP, ma anche in un "settore esterno" alla Società e all'Istituto.


Mi sembra importante questa menzione della "pluralità di tutor", che punta a un approccio antiautoritario, significativo in relazione alla successiva denuncia dell'autoritarismo di Nacht e al tentativo di controllo della formazione.


D'altra parte, constatiamo che l'Istituto è già menzionato, anche se non esiste ancora. Mancano ancora tre anni.


Si parla anche del rinnovo della Commissione, per due terzi ogni due anni. Si tratta di un rinnovo molto intenso e rapido.


Si tratta di un testo molto lungo, di cui sottolineeremo solo una parte in cui si vede l'impronta dell'orientamento di Lacan, che già allora lo mette in tensione con altre correnti presenti nella SPP. Questo lo contrappone, da un lato, all'orientamento molto medicalizzato del presidente della SPP, Nacht. Ma anche al biologismo di Marie Bonaparte. La situazione di quest'ultima, non essendo medico, la mette in contrasto con Nacht, ma il suo paradossale biologismo non è affatto in accordo con ciò che rappresenta Lacan. Questa proposta di Lacan per la Commissione di cui anche lei faceva parte non deve essere piaciuta affatto a Bonaparte:


«In secondo luogo, l'esaminatore deve osservare la formazione culturale del candidato, così come si esprime in quell'apertura dell'intelligenza rivolta ai significati e che anima l'uso della parola. In tali segni si potrebbero misurare, da un lato, i doni della comunicazione simpatetica e, dall'altro, quelli dell'immaginazione creativa, che sono i più preziosi per l'invenzione analitica. Si ricorderà che il linguaggio è il materiale operativo dell'analista e che il candidato deve padroneggiare il sistema particolare della lingua in cui si svolgerà per lui ciò che merita di essere chiamato dialogo psicoanalitico, per quanto questo proceda a voce sola».


E questo altro paragrafo è imperdibile, perché anticipa alcune delle questioni che saranno in gioco in "Funzione e campo della parola", in particolare nella parte che ci interessa commentare:


“Infine, il rapporto con il pensiero di Freud, che, mantenendosi perfettamente rigoroso sul piano dei fatti che ha scoperto, continua a essere il metro di misura sia degli sviluppi legittimi compiuti dai suoi discepoli, sia dei prestiti, ben compresi o meno, che gli sono stati presi da tutte le parti, in modo più o meno vergognoso.
“Pertanto, sebbene non si debbano proibire le letture individuali, nonostante il pretesto che in esse possano trovare certa resistenza pre-didattica, e sebbene i corsi teorici debbano essere frequentati nell'ordine stabilito dalla Commissione di “Insegnamento”, è necessario introdurre lo studente, prima dei controlli, al seminario di testi.
"Tale seminario si svolge sotto forma di tavola rotonda attorno a uno psicoanalista qualificato per le sue conoscenze nell'utilizzare le risorse offerte dal commento orale ai fini del mantenimento di una tradizione vivente nell'evoluzione delle idee.
"Si vede così il senso che bisogna dare al termine, così spesso frainteso, di ortodossia freudiana, che non è affatto una teoria coagulata in dogmi, ma piuttosto la sua relazione con una tecnica pura, che rispetta tutto il registro della personalità senza eludere nessuna delle sue antinomie".


Punto molto interessante, il riferimento all'ortodossia, questione che sarà ripresa in "Funzione e campo della parola". Ciò si contrappone frontalmente all'uso reiterato all'interno della SPP, in particolare da parte di Marie Bonaparte, del termine "classico" per riferirsi alla dottrina freudiana (verificato in alcuni suoi testi).
È quindi fondamentale tenere conto dell'importanza che Lacan attribuisce alla questione della trasmissione della psicoanalisi e dell'insegnamento, con una chiara filiazione rispetto alla dottrina freudiana. Ma anche il posto del linguaggio, della parola, persino della lingua, in questa formazione. Questa frase, che "il linguaggio è il materiale operativo dell'analista", anticipa "Funzione e campo della parola".


I lavori nei Congressi e le "comunicazioni e interventi"
Le esigenze della "rianimazione del gruppo"


La dedizione alla formazione e all'insegnamento non aveva impedito a Lacan, come egli stesso aggiunge, di contribuire con lavori ai vari congressi nazionali e internazionali.


Si tratta di:

L'aggressività nella psicoanalisi (1948)
Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell'Io (je) (1949)
Psicoanalisi e criminologia (1950)

Nonostante tutto, egli insiste sul fatto che «lo sforzo di chiarificazione che prosegue in numerose comunicazioni e interventi all'interno della SPP rimane ancora subordinato alle esigenze di rianimazione del gruppo». Molto interessante questo termine, che allude al senso di missione di Lacan nei confronti della SPP.


Nell'ambito di questo sforzo di chiarificazione, Lacan menziona una serie di lavori che definisce «comunicazioni e interventi», con titoli che mostrano bene la gamma dei suoi interessi:


1947: "L'identificazione"
1948: "La realtà del campo della psicoanalisi"; "Il conflitto individuale e la sua mediazione sociale nell'esperienza psicoanalitica".
1951: "La fine dell'io (moi)"
1952: "La psicoanalisi è una psicologia?"
1953: "Il mito individuale del nevrotico o 'Poesia e Verità' nella nevrosi".


E, nello stesso anno 1953, nel mese di luglio (cioè nel bel mezzo della crisi della SPP), aggiunge un altro titolo: "La psicoanalisi: dialettica?"


Poi, ironicamente, Lacan precisa che fu proprio questo gruppo “rianimato” – in gran parte grazie ai suoi sforzi – ad affidargli la presentazione, a Roma, nel 1953, del suo rapporto “Funzione e campo della parola e del linguaggio”. Così, egli dovette rappresentare ufficialmente la SPP, di cui allora era presidente, al Congresso di Roma. Ma non sarebbe stato così, o almeno non nelle condizioni previste, perché pochi mesi prima scoppiò la crisi a cui egli farà esplicito riferimento nella "Prefazione" che dobbiamo commentare. Per questo motivo la sua comunicazione al Congresso avverrà sotto l'egida della neonata SFP, e non più della SPP.

La crisi, scatenata dall'Istituto

Allora, di cosa si trattò in quella crisi che portò a una scissione? È inevitabile descriverla con qualche dettaglio, è il contesto immediato di ciò che Lacan espone nel suo intervento a Roma. Altrimenti non possiamo comprendere allusioni molto concrete a fatti che erano nella mente di tutti – o almeno di molti – di coloro che lo ascoltarono e/o lo lessero a Roma nel 1953.


Si tratta di una lotta intorno alla problematica della formazione degli analisti, alla questione dell'insegnamento. E non esplode in un momento qualsiasi, ma quando la SPP, già "rianimata", e di fronte alla grande richiesta di formazione che riceve, discute per un anno "sui principi della fondazione di un Istituto chiamato di psicoanalisi".


Abbiamo già visto l'anticipazione della questione dell'Istituto nel testo del 1949 che abbiamo commentato. Ma nel 1952 è già sul tavolo un progetto di Istituto e tutte le azioni destinate a realizzarlo in breve tempo. È nel contesto di questo dibattito sui suoi futuri regolamenti e modalità di funzionamento, nonché sulla lotta per il controllo dell'Istituto, che si prepara e si scatena la crisi.


L'effetto finale più visibile è che tre membri abilitati all'insegnamento nella SPP (Lagache, Favez-Boutonnierc e Dolto, ai quali si aggiunge poi Lacan) si dimettono per fondare una nuova società, la SFP. È quindi significativo che nel suo CV Lacan sottolinei che i dimissionari erano persone con un insegnamento riconosciuto.


Nel suo caso, ad esempio, si tratta di un'attività, quella dell'insegnamento, che egli stesso distingue dalle comunicazioni nei congressi o dagli interventi. Per questo motivo, nonostante tutto quel lavoro teorico, «Tuttavia, dal 1951 sostiene per la formazione degli analisti un seminario critico che si basa sulla disciplina del commento, applicata ai testi di Freud». Questo seminario è qualcosa di a sé stante. Ha per lui un ruolo fondamentale. E non solo per lui.


In relazione al suo lavoro di insegnamento e agli effetti che questo genera nelle sue analisi, un certo numero di giovani in formazione comincia a costituirsi come elemento decisivo nell'ambiente della SPP. Significativo anche numericamente, come vedremo.


Antecedenti storici dell'Istituto


Ci sono altri punti da tenere in considerazione per rendere comprensibile il dettaglio del nostro testo.


L'idea di un istituto a Parigi non era una novità. Ne esisteva già uno, prima della guerra, al numero 137 del Boulevard Saint Germain.
Fu inaugurato il 10 gennaio 1934 e la sua prima direttrice fu proprio Marie Bonaparte. Nel 1936 fu inoltre fondata un policlinico sotto l'egida dell'Istituto. Va inoltre tenuto presente che la fondazione dell'Istituto nel 1934 non sarebbe stata possibile senza il patrocinio attivo di Marie Bonaparte. Nel 1940, con l'occupazione, l'istituto chiuse e i suoi archivi furono distrutti.


Pertanto, la rinascita della SPP e la richiesta di formazione riportarono sul tavolo la proposta di un Istituto. Riemerge la necessità di un finanziamento e i contatti di Marie Bonaparte sono essenziali. Loewenstein, già a New York, è un interlocutore decisivo e si parla della partecipazione di fondi provenienti dalla fondazione Rockefeller. A proposito, nel 1953 Loewenstein pubblica a New York un importante volume in omaggio a Bonaparte (Essays in honor of Marie Bonaparte).


Tuttavia, ora Nacht, nel suo progetto di Istituto, cerca di imporre la sua visione medicalizzata della psicoanalisi. Che, va detto, non è in contrasto con la linea dell'IPA negli Stati Uniti. Bisogna anche tenere conto di un precedente importante. Margareth Clark, psicoanalista americana a Parigi, era stata processata per aver praticato la psicoanalisi senza essere medico, dopo la denuncia del padre di un paziente. La SPP la sostenne, nominandola membro aderente nel 1950. Fu assolta, poi condannata in appello. Tuttavia, Nacht sceglie di rendere esplicito il requisito di essere medico per poter formarsi all'Istituto.


Questo scatena l'ira di Bonaparte proprio nel momento in cui il suo sostegno era così importante, e la avvicina tatticamente a Lacan (per poco tempo!), che redige un progetto alternativo per l'Istituto, emendando quello di Nacht.


Ma non si tratta solo di medicalismo, bensì dell'autoritarismo di Nacht. I giovani in formazione si ribellano, perché la loro formazione precedente non è riconosciuta e sentono che vengono loro imposti controlli più tipici dell'università, burocratizzati. Una persona in particolare, vicina a Lacan, sebbene analizzante di Nacht, Jenny Aubry, allora Jenny Roudinesco-Aubry, guida la rivolta degli "studenti". Questi ultimi organizzano assemblee. Lacan non interviene, ma le sue simpatie sono chiare, anche perché vi partecipano molti dei suoi allievi, che costituiscono già un gruppo di pressione. Nacht ha cercato di eliminare dal corso di formazione coloro che non considera "ben analizzati" (il tema delle sedute brevi!), esigendo dagli studenti la firma di un documento in cui si impegnano a non esercitare senza previa autorizzazione dell'Istituto.


Nel mezzo di tutto questo, Bonaparte cambia schieramento. Si scoprirà poi che Nacht le ha promesso una carica onoraria nel nuovo Istituto e che avrebbe anche allentato il requisito del titolo di studio in medicina. Ne ha bisogno contro Lacan. Da questo momento in poi, Nacht e Bonaparte, tra gli altri, si scagliano contro di lui senza veli. In una riunione della Commissione Didattica della SPP, il 2 giugno 1953, viene contestato il valore didattico delle analisi condotte da Lacan a causa della sua pratica delle sedute brevi. È in gioco un numero importante di giovani, circa 25, a quanto pare. La loro formazione è in pericolo. Lacan cerca di ridurre la pressione, dicendo che si adeguerà agli standard, in un momento in cui ricopre la carica di Presidente della SPP. Dichiara di voler continuare a «lavorare in armonia con i suoi colleghi, come ha sempre fatto». Ma è troppo tardi, gli altri non cederanno.


Nacht, nonostante i suoi rapporti personali con Lacan – si era sposato poco prima, e Lacan lo aveva aiutato a trovare una compagna ed era stato testimone di nozze – e con l'enorme pressione di Bonaparte, che detesta Lacan e mobilita tutte le sue risorse contro di lui, forza una mozione di censura che lo costringe a dimettersi dalla presidenza. Immediatamente Lagache, Favez-Boutonnier e Françoise Dolto si dimettono. E Lagache crea con loro la SFP, alla quale Lacan si unisce subito.


Nasce la SFP. Ancora una volta, Bonaparte mette in gioco tutte le sue influenze, con Lowenstein, Anna Freud, Jones, Hartmann (presidente dell'IPA) per impedire ai membri della SFP di continuare ad appartenere all'IPA. Nello scambio di corrispondenza con Bonaparte (già menzionato in precedenza), Lowenstein si esprime in modo molto duro contro Lacan, gli rimprovera di aver abbandonato l'analisi, parla del suo carattere insopportabile – era il suo ex analista! – e questo nonostante le sue «notevoli qualità intellettuali».


Poco tempo dopo, a settembre, si sarebbe tenuto a Roma il Congresso dei Psicoanalisti di Lingua Romanza. Bisognava impedire a Lacan di parlare lì, perché non rappresentava più la SPP. Francis Pasche viene designato per farlo al suo posto.


Ma poi – Lacan ringrazierà per questo ampiamente i giovani e ai colleghi italiani – c'è una seconda versione del Congresso, alla quale partecipa la neonata SFP, in rappresentanza della quale Lacan espone "Funzione e campo della parola".


Alain de Mijolla, in un lavoro pubblicato sul sito web della SPP, intitolato "La scissione della SPP nel 1953: alcune note per una memoria storica" (2000), fornisce un dato interessante, che non ho potuto verificare testualmente:


«È un momento importante, perché in esso si cristallizza un processo che ha raggiunto la sua maturità, il cui annuncio può essere percepito un anno prima in una lettera che lui [Lacan] aveva indirizzato a Loewenstein, nell'ottobre 1952, in cui lasciava intendere di aver finalmente trovato il suo asse teorico. Questa precisazione non è inutile perché spiega in parte il suo atteggiamento durante questi mesi di crisi e la sua certezza di un destino che si affermerà negli anni successivi.”  (Mijolla, 2000)




Prefazioni, al plurale


Oggi il nostro oggetto di studio sono la "Prefazione" e l'"Introduzione" di "Funzione e campo della parola". Ma, in realtà, c'è un altro testo, corrispondente a un discorso, una parte del quale è come una prefazione ampliata, anche se poi si estende e include una sintesi dell'intera relazione. È stato pronunciato da Lacan davanti ai partecipanti che, di fatto, disponevano del testo scritto della comunicazione di Lacan al Congresso.


È pubblicato in Altri scritti, con il titolo "Discorso di Roma". È stato pubblicato su La psychanalyse, rivista della SFP, vol. I, 1956.


Mi permetto di dire che è carico di entusiasmo. Forse anche un po' più della stessa "Prefazione" di F e C, dove, anche in essa, si percepisce questo entusiasmo. Ma qui sembra particolarmente espansivo. Lacan parla davanti a un pubblico che è senza dubbio commosso dalla solennità dell'occasione. Sottolineo quindi questa parola, "entusiasmo", poi vedremo perché.
Inizia rivolgendosi ai presenti come "Amici miei!". Sottolinea che questo congresso si fonda su un legame comune e su una responsabilità condivisa per la psicoanalisi. Sottolinea la giovinezza dei partecipanti e lo sforzo che hanno fatto per riunirsi lì. La psicoanalisi che si sta organizzando è giovane, ma proprio per questo viva. L'impegno e i sacrifici dei partecipanti sono, per lui, un segno del futuro. È interessante questo riferimento al costo economico del viaggio a Roma, perché gli studenti si erano lamentati delle esigenze economiche dell'Istituto di Nacht.
Egli afferma che la sua riflessione è il frutto di «una meditazione conquistata lentamente contro le difficoltà, comprese le deviazioni di un'esperienza a volte guidata, più spesso senza punti di riferimento, attraverso i circa venticinque anni in cui la presenza della psicoanalisi, almeno in Francia, può essere considerata sporadica». Se sottraiamo 53-25, otteniamo 28. Questa data è molto vicina alle origini della SPP.
Comunque sia, è impressionante, è una vera testimonianza di Lacan sui suoi anni di formazione. Come una sorta di Bildungsroman riassunto in un paragrafo. Ma ciò che segue è senza dubbio commovente: «Da sempre avevo riservato l'omaggio [di ciò che oggi apporta] a tutti coloro che, dopo la guerra, si erano riuniti in uno sforzo il cui patrimonio comune sembrava richiedere le manifestazioni di ciascuno».
E, sebbene in modo enigmatico, chiarisce la propria espressione «da sempre». Cosa significa? Significa: «dal momento in cui è riuscito a disporre dei concetti e della loro formula». Possiamo chiederci quale sia la data esatta in cui ciò sia avvenuto, ma non credo che sia possibile individuarla in un anno specifico, mi sembra piuttosto un processo sinuoso, con alti e bassi, in un'altra temporalità. Senza dubbio, un fattore decisivo è la possibilità di formulare il primato del simbolico, così come la tripartizione dei tre registri: Simbolico, Immaginario e Reale. Non a caso, poco prima, l'8 luglio 1953, aveva pronunciato davanti alla neonata SFP, riunita nell'anfiteatro di Sainte Anne, la sua conferenza "Il simbolico, l'immaginario e il reale", che in quelle circostanze fu un vero e proprio manifesto politico e programmatico.
Ma, se diamo credito al documento citato da Mijolla, la lettera a Loewenstein del 1952 in cui gli dice di aver trovato il suo asse teorico, la nostra macchina del tempo torna indietro. E in questo senso, si può prendere in considerazione la data del 1951, corrispondente al "seminario critico" che egli stesso sottolineerà come significativo nel suo CV sopra citato. Infine, dopo aver letto la proposta di Lacan per la Commissione di Insegnamento, scritta nel 1949, vediamo che l'asse della parola e del linguaggio era già chiaramente indicato.
Questo è interessante, perché il 1949 è lo stesso anno del testo "Lo stadio dello specchio", presentato al Congresso di Zurigo. Così, mentre a livello più pubblico la sua produzione incideva ancora sul registro di ciò che poi chiamerà gli "antecedenti" del suo insegnamento, alcuni elementi di ciò che considererà pienamente il suo insegnamento dal 1953 sono già abbozzati, si fanno strada con passo deciso nella sua riflessione quattro anni prima.


L'insegnamento, un impegno assunto pienamente nel 1953
Che il suo impegno nell'insegnamento, sebbene già anticipato, abbia avuto in quel momento per Lacan, a Roma, un momento decisivo, è chiaro in quella che costituisce una testimonianza commovente, non priva di un certo pathos. In questo, chiaramente, il Congresso di Roma segna un prima e un dopo. Ha qualcosa di performativo. Infatti, sottolinea il ruolo molto importante dei giovani e l'effetto che ha avuto su di lui la loro richiesta di sapere. Torniamo al discorso di Roma del 1953: «Perché ci sono voluti nientemeno che la fretta dei giovani dopo la guerra di ricorrere alle fonti dell'analisi e la magnifica pressione della loro richiesta di sapere per portarlo [Lacan] a quel ruolo di insegnante che senza di loro si sarebbe sempre sentito indegno di ricoprire».
È quindi la responsabilità nei confronti del transfert dei giovani, delle loro domande, tra l'incalzante e tra l'angosciato e l’angosciante che lo porta ad assumere pienamente quello che sarà per lui, con tutte le conseguenze, il suo insegnamento. È in qualche modo un effetto di questo transfert. E sappiamo che ciò che allora inizia non finirà fino alla sua morte.
Per questo, conclude dicendo, è giusto che ora questi giovani ascoltino da lui la risposta a una domanda essenziale che gli avevano posto. Si tratta di una «domanda essenziale per ogni insegnamento analitico» «e si tradisce nella forma intimidatoria delle domande in cui si sminuzza l'apprendimento tecnico». Questo ora mi sembra decisivo.
A questo punto, Lacan non esita a ricorrere allo stile diretto, imitando il dialogo di uno studente con il maestro: "Signore (si sottintende: lei che conosce queste realtà ,velate: il transfert, la resistenza), cosa bisogna fare, cosa bisogna dire (si sottintende: cosa fa lei, cosa dice lei) in questo caso".
Ma egli ritiene che queste domande, in realtà, nascondano un'incertezza più profonda. Questa è la domanda che lo "studente" non osa porre: "Di cosa si tratta? Cosa può accadere di efficace tra due soggetti, uno dei quali parla e l'altro ascolta? Come può un'azione così inafferrabile alla vista e al tatto raggiungere le profondità che presume?".
Lacan ritiene che il fatto stesso di non sapere come rispondere a questa domanda conduca l'analista a risposte basate su speculazioni sull'irrazionale nella psicoanalisi, o "qualsiasi altra miseria dello stesso tipo concettuale".
Quindi, l'analizzante e l'analista rimangono ugualmente smarriti. Per il primo, la risposta rimane sospesa a un miraggio che forse la risolverebbe, ma che alla fine consiste nell’attesa di un'oggettivazione. Di per sé, l'analisi personale non la risolve, ma in qualche modo, per forza di cose, deve risolverla.
Ma Lacan ha trovato la risposta, che è allo stesso tempo ciò che permette di spiegare l'efficacia della psicoanalisi e le conferisce il suo modo concreto di operare. Si tratta, come avrete già intuito, dell'"azione della parola", in un'esperienza che sarà caratterizzata dal divieto di ogni altro ricorso, in modo che i suoi poteri siano tutto ciò su cui si può contare. Questo perché è nell'azione della parola che l'uomo fonda la sua autenticità, in un modo che unisce il "In principio era il Verbo" del Vangelo con "In principio era l'azione" di Faust.
Si tratta quindi dell'azione della parola, messa in atto nel dispositivo. Questo è l'asse che Lacan aveva trovato e che ora, di fronte alla pressante richiesta degli studenti che chiedono di rompere le sembianze autoritarie di un insegnamento della psicoanalisi che, per il suo autoritarismo e per eludere l'essenziale, va contro la psicoanalisi stessa, non può più rimanere senza risposta. Ciò che Lacan chiama «l'inizio del suo insegnamento» è quindi il momento in cui assume pienamente la responsabilità di trasmettere questa scoperta, che per lui sembra avere una forza simile a quella che ebbe per Freud la scoperta del segreto della realizzazione del desiderio nei sogni, comunicata all'inizio della sua «Traumdeutung».
Ormai è fatta, non si può tornare indietro: la psicoanalisi, la sua autorità, non hanno nulla di misterioso, ma non possono nemmeno essere degradate a una grossolana oggettivazione attraverso un biologismo vuoto o qualsiasi altra degradazione sotto forma di "irrazionale". Assumersi il peso di questa scoperta è ciò che conferisce a Lacan la sua autorità epistemica e analitica. Ciò significa assumersi pienamente la responsabilità di ciò che egli chiamò allora "ritorno a Freud" e che poi si protrarrà come "il suo insegnamento", sotto altre insegne, come quella di "prendere il progetto freudiano al contrario" (Sem. 17). Ora, nel 1953, aveva trovato – ne era ormai del tutto sicuro – una chiave della scoperta freudiana che Freud stesso aveva intuito ma non aveva formalizzato, in mancanza delle scoperte sulla struttura del linguaggio che gli consentivano di chiarire i misteri dell'azione della parola.


Un'altra introduzione. Autocritica di Lacan?


Nel 1966, quando Lacan pubblica i suoi Scritti, includendo in essi "Funzione e campo della parola", ritiene opportuno aggiungere un testo introduttivo a tutta la fase del suo insegnamento che apre proprio questo testo. Non si tratta solo di un'introduzione a quello scritto, ma FeC è lo scritto inaugurale di quella fase e Lacan gli dedica due paragrafi piuttosto duri:


«Un rien d'enthousiasme est dans un écrit la trace à laisser la plus sûre pour qu’il date, au sens regrettable. Regrettons-le pour le discours de Rome, aussi sec, les circonstances qu'il mentionne n'y apportant rien d'atténuant.
Pubblicandolo, supponiamo che vi sia interesse a leggerlo, malinteso compreso».


Lacan critica l'entusiasmo della sua enunciazione di Roma, forse tanto quanto quello della sua ricezione. Forse l'uno e l'altro sono inseparabili. Egli sostiene che l'entusiasmo fa invecchiare il discorso in senso «deplorevole». Non riconosce nemmeno il peso delle circostanze della sua redazione come attenuanti di quel peccato di entusiasmo.


E allude a un malinteso. Sappiamo che la questione del malinteso è importante, Lacan le ha dedicato un intero sviluppo nel suo insegnamento. Ma in questo caso la applica a se stesso e agli effetti della sua trasmissione in quel momento.


Miller, nel suo corso «Choses de finesse», commenta ampiamente queste righe autocritiche di Lacan: «Lacan, rileggendo il suo testo, sottolinea: “Troppo entusiasmo” [...] niente invecchia tanto quanto l’entusiasmo. L'entusiasmo si spiega con le circostanze. Si era appena verificata una scissione in quella che allora era l'unica associazione psicoanalitica francese, la SPP, e si stava costituendo una nuova associazione, la SFP, guidata dal gruppo degli umanisti [...] Visto dal 1966, questo gruppo era esploso – Françoise Dolto rimase con Lacan. [...] l'entusiasmo del 1953 è una testimonianza storica, ma risulta ormai superato. Ma è l'entusiasmo, in sé, che non si addice allo psicoanalista. Perché l'entusiasmo è l'oblio dell'inconscio".


Nel paragrafo precedente, Miller aveva sottolineato un aspetto fondamentale, evidenziando l'altra faccia della medaglia nell'insegnamento di Lacan, il suo «non voglio saperne nulla» (je n'en veux rien savoir), come orientamento. Riconoscere il proprio «non voglio saperne nulla» è l'esatto contrario dell'«entusiasmo»:


Miller dice: «Preservare questo rapporto con l'Io-non-ne-voglio-sapere-niente è una disciplina, si potrebbe anche dire che è un'ascesi, ma quando si ama l'inconscio, è un'ascesi gioiosa - anche se ciò che si trova non è necessariamente gioioso, anche se la verità è orribile come diceva Lacan -, mantenere il rapporto con il proprio Je-n'en-veux-rien-savoir, per forzarlo, è ciò che spiega perché Lacan abbia lasciato passare questa indicazione di ciò che l'entusiasmo era per lui, in definitiva, insopportabile".


Questo riferimento di Miller al “non voler sapere nulla” è essenziale. Lo ritroviamo nel Seminario 20, Ancora, del 21 novembre 1972, dove Lacan inizia così, parlando de “L’etica della psicoanalisi”:


“A quel tempo era in me una sorta di cortesia (politesse): “Prima lei, la prego, la peggioro”, “passi lei”. E poi dice di aver scoperto che ciò che costituiva il suo modo di andare avanti era un “non voglio sapere nulla”. Quindi conclude:


"Di modo che se è vero che dico che nei vostri confronti posso essere qui solo nella posizione di analizzante del mio «non voglio sapere nulla!», da qui a quando raggiungerete lo stesso, ci sarà una ricompensa".


L'insegnamento di Lacan, così come lo vede nel 1972, implicherebbe assumere il proprio «non voler sapere nulla, come analizzante», forzarlo e trasmettere ai suoi ascoltatori proprio quella posizione rispetto al «non voler sapere nulla». Nessun entusiasmo.


Vediamo quindi che Lacan fa autocritica in «Del soggetto finalmente messo in questione», ma la fa anche in questo paragrafo del Seminario 20. Non è solo una critica a «Funzione e campo» (abbiamo visto che include il suo Seminario 7), ma a un'intera epoca in cui si rimprovera di aver ceduto. Nel Seminario 20 dice che è per educazione. È un'ironia, ma è da prendere sul serio. E sostiene che a partire da un certo momento ha cambiato posizione rispetto al suo insegnamento come modo di rivolgersi agli altri.


In effetti, in "Dal soggetto infine messo in questione" c'è qualcosa di tutto questo, lo dice in modo abbastanza concreto. Nel terzo paragrafo parla di ciò che disse nel 1953: "finisce qui [in F e C] adattandosi a un gruppo che chiede il nostro aiuto". Questo adattarsi a un gruppo è qualcosa che possiamo contrapporre a ciò che alcuni anni dopo, quando quello stesso gruppo che lui stesso aveva sostenuto, lo abbandona in quella che lui chiamerà la sua "scomunica". Quindi, nell'«Atto di fondazione» della sua scuola, l'EFP, dice: «Io fondo – solo come sono sempre stato nel mio rapporto con la causa analitica – la Scuola...». Diciamo senza entusiasmo e senza gruppo.


Così, per entusiasmo, o spinto dall'entusiasmo, Lacan sente di aver ceduto nel 1953. Non è rimasto solo e ha adattato la sua enunciazione a ciò che gli altri si aspettavano. Ma, inoltre, collega questo a un malinteso. Quale malinteso sottolinea Lacan in "Del soggetto finalmente messo in questione"?


In relazione a questo malinteso, credo che sia necessario sottolineare due cose. Innanzitutto, qualcosa che ha a che fare con l'enunciazione stessa, dal punto di vista di a chi si rivolge. Egli afferma che il destinatario è «lo psicoanalista» (così dice in questo stesso paragrafo). Ma, in qualche modo, aveva finito per adeguare il suo modo di parlare a ciò che un gruppo si aspettava. Forse il «gruppo degli umanisti» a cui alludeva Miller.


E, per di più, risulta che ciò che dice viene frainteso. Perché lui, come spiega in seguito, voleva trasmettere una messa in questione, la messa in questione del soggetto. E puntando al cuore di ciò che è in gioco nella psicoanalisi didattica. A quanto pare, questa messa in questione non è stata compresa.


Ma continuiamo ancora un po' con "Dal soggetto finalmente messo in questione", dove Lacan fa un avvertimento al lettore, sia in relazione ai suoi scritti sia in relazione al "disegno del suo seminario". Di fronte a questo lettore, ciò che egli raccomanda è "il confronto con testi che non sono più facili, ma intrinsecamente localizzabili".
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È un po' oscuro, ma credo si possa dire che Lacan, di fronte agli effetti dell'incomprensione nella trasmissione del suo discorso, scommette sulla resistenza a essere compreso "troppo". La sua impressione, mi sembra, è che nel 1953 lo abbiano compreso troppo, e questo comprendere troppo significa appropriarsi di un testo e deviare da ciò a cui esso punta.




Il problema dell'incomprensione a cui si riferisce qui lo riprenderà più avanti, in un altro testo importante, "Roma 1967. La psychanalyse, raison d'un échec", che contiene anche una valutazione di ciò che accadde a Roma nel 1953 (quest'ultimo testo è anche raccolto negli Altri scritti).


Vediamo quindi rapidamente cosa dice in questo testo del 1967. Bisogna tenere presente che è stato scritto molto più tardi, precisamente poco dopo aver presentato alla sua scuola la “Proposta del 9 ottobre 1967”.


Inizia dicendo che sta parlando nello stesso luogo in cui parlò nel 1953 (anche se nella nota dice che si trova a pochi chilometri di distanza). Dice che il suo obiettivo allora era “interrogare la pratica e rinnovare lo statuto dell’inconscio”. Punto importante, parla dell’interrogare, non di dare risposte. Continua dicendo che tale interrogazione è ineludibile, riguardo a ciò che la parola inaugura tra due esseri. Dice anche che era ineludibile mettere in evidenza la dimensione dell'inconscio, dimenticata perché evidente, ecc.


E poi riprende la sua frase "Dal soggetto al fine messo in questione", citando se stesso: "Un pizzico di entusiasmo... ha accolto le mie parole, che per questo sono rimaste così diluite..." La verità è che ciò che segue è un po' difficile da tradurre, perché Lacan usa il participio del verbo "gâcher", diluire, ma poi dice che... “la gâche ne les quitait plus pour dix ans".


A parte il fatto che è difficile da tradurre, si ha l'impressione che si tratti di un gioco di parole. Perché in un testo poco precedente, "Discorso sulla psicosi infantile", del 22 ottobre 1967, Lacan fa chiaramente un gioco di parole, alludendo a Lagache, che avrebbe commesso una confusione tra il linguaggio e il preverbale. Quindi, dice "la gâche", per alludere a Lagache. Suona allo stesso modo. Sembra forzato, ma "it makes sense", come diremmo in inglese, se si continua a leggere il testo "Ragione di uno scacco", perché dice: "Un pizzico di entusiasmo in cui si poteva leggere sotto il segno di quale intreccio psicologizzante venivano accolti".


Sarebbe molto lungo, ma mi sembra chiaro che Lacan stia dicendo che si è unito a un gruppo in cui occupava un posto decisivo Lagache, al quale egli, in diversi punti, rimprovera un orientamento psicologizzante.


Non abbiamo tempo per farlo qui, ma per verificare questo aspetto un po' più a fondo, un esercizio interessante sarebbe quello di tornare al testo del discorso "Discours de Rome", incluso negli Altri scritti, e continuare a leggere. In due punti specifici. Uno, alle pagine 141-142, dove leggiamo: "Entriamo ora nella questione dei rapporti tra psicoanalisi e psicologia. Sono d'accordo con il mio collega Lagache nell'affermare l'unità del campo in cui si manifesta il fenomeno psicologico...". Poi, certamente, Lacan sfuma, pone la differenza... Si tenga presente che questo dibattito pubblico tra Lacan e Lagache, dibattito molto cortese e moderato, direi persino sottile, e quindi difficile da leggere, ha luogo lì, a Roma, nel 1953.


Lacan risponde proprio a Lagache, che apparentemente aveva fatto un commento su quanto detto da Lacan. Inizia con un ringraziamento, anche se di sfuggita lo definisce sottilmente universitario e allude al carattere puntiglioso delle sue osservazioni... poi le cose si complicano e si vede che c'è un dibattito concettuale... Non lo vedremo in dettaglio, lascio questo lavoro a voi, se volete farlo. Mi sembra interessante come accompagnamento a questo seminario.


In ogni caso, tutto questo è in relazione a un tema su cui Lacan stava lavorando. Ricordiamo il titolo di uno dei suoi interventi alla SPP, mi riferisco a quello che tenne nel 1952 dal titolo: "La psicoanalisi è una psicologia?"l




Comunque sia, nel 1967 ("Ragione di uno scacco") Lacan dice, ironicamente... "la gâche (la confusione, la perdita di chiarezza, la diluizione), non ha abbandonato le mie parole per dieci anni". Ma se contiamo dal 1953, più dieci, arriviamo direttamente al 1963... Il periodo della separazione da Lagache, tra gli altri. Così, la sua parola, la sua enunciazione, si è liberata della diluizione quando lui si è liberato di Lagache.


Si potrebbe dire che fu Lagache a liberarsene, ma qui chiaramente Lacan la vede, a posteriori, come un'opportunità per poter parlare, finalmente, partendo da quella solitudine che, in fondo, era sempre stata presente nel suo rapporto con la causa analitica. Ora parlava senza nascondere quella solitudine. Senza dover essere cortese e senza cedere alla richiesta di senso degli altri. Senza speranza di essere compreso. Resistendo persino all'essere compreso.


La prefazione

Dopo questa lunghissima introduzione all'introduzione, passiamo al testo! Ora ci sono molte cose che non sarà più necessario sviluppare, perché sono già state spiegate.


La prefazione include come motto lo stesso motto che Nacht aveva scelto per la sua presentazione dell'Istituto di Psicoanalisi. Il suo biologismo, o meglio, il suo neurobiologismo è evidente e grossolano


Lacan si dilunga poi sulle circostanze in cui enuncia il suo discorso, che ha a che fare con la crisi che, in relazione all'istituto, ha portato alla scissione. Denuncia l'imposizione di statuti e programmi, nonché lo stile autoritario nell'esercizio del potere.


Dice quindi che i fondatori della SFP non avevano voluto privare "la maggioranza degli studenti" (da sottolineare questo riferimento alla maggioranza) che aderivano al loro insegnamento (si intende quello dei fondatori della SFP) dell'opportunità di ascoltarlo.


Egli mette in risalto Roma come luogo eminente particolarmente adatto per parlare della parola e ricorre all'etimologia del Mons Vaticanus, secondo Aulo Gellio, in relazione al termine latino "vagire". Da tale luogo trarrà gli auspici per rinnovare nella sua disciplina i fondamenti che prende nel linguaggio


Giustifica quindi la mancanza di solennità del suo discorso e il suo carico ironico e propone la sua intenzione di "mettere in discussione i fondamenti di questa disciplina", quella della psicoanalisi. Critica coloro che avevano cercato di forzare gli studenti dell'istituto, non rispettando la loro autonomia, il che ha giustificato una reazione contro il tono degli "auguri" che confondono il rigore con la minuziosità e la regola con la certezza.
Questa critica all'autoritarismo nella trasmissione della dottrina non è un dettaglio minore, ma è antitetica ai fondamenti della psicoanalisi. Commenta e giustifica solo in parte le forme iniziatiche di Freud, per la lotta della psicoanalisi per la sopravvivenza e per la necessità di sostenere un'"esperienza integrale". Ma i suoi effetti sono stati un formalismo deludente, che con la scusa della prudenza promuove l'autorità dei dotti e danneggia la ricerca.
Di fronte a questo tipo di autorità che Lacan critica, considerandola illegittima perché ignora i "principi del suo potere", c'è solo una risposta possibile: puntare fondamentalmente alla chiarificazione dei principi. Non bisogna temere il dibattito su questi ultimi, perché si tratta di una comunità di esperienza. A quanto pare, l'IPA ha scelto di velare questo dibattito per evitare una dissoluzione paragonabile a quella di Babele.
Da parte sua, egli non fa un vanto della propria innovazione. I concetti di Freud sono l'unico riferimento possibile, ma sono stati criticati in modo errato, sono carichi di malintesi perché confusi con il linguaggio volgare. Per questo è necessario chiarirci alla luce dei progressi dell'antropologia, e anche della filosofia. Di fronte al problema della routine che smorza le nozioni della teoria, è necessario tornare alla sua storia e ai suoi fondamenti soggettivi.
Questa è la funzione dell'insegnante. Lacan le attribuisce un posto preminente, aggiungendo che tutte le altre funzioni dipendono dalla sua.
Il rischio di trascurare la funzione di delucidare è il degrado a ricette e, frase molto importante: «si cancella il senso di un'azione che ottiene i suoi effetti solo attraverso il senso».
Dico che è una frase importante, perché precisa quella che è in questo momento la posizione di Lacan. E allo stesso tempo esprime bene le sue virtù, ma anche i suoi limiti, i suoi paradossi, contro i quali egli stesso dovrà lottare in futuro. Infatti, anche se ci si riflette poco, in questa frase c'è una circolarità che sarà fonte di alcune delle difficoltà che Lacan dovrà risolvere.
E questo in diverse fasi:
1- "L'istanza della lettera", bisognerà aggiungere la forte separazione tra significante e significato, con gli algoritmi della metafora e della metonimia, senza i quali non è possibile uscire dalla circolarità del senso.
2- "La direzione della cura", dove aggiungerà elementi essenziali per precisare molto di più l'azione della parola e una problematizzazione del soggetto e del suo Altro.
3- "Sovversione del soggetto", dove si va oltre la messa in discussione del soggetto per una vera sovversione e un'uscita dal paradigma del riconoscimento del desiderio, dominante in "F e C".
4- "Posizione dell'inconscio", dove la pulsione, prima esclusa e relegata all'immaginario, sarà un'altra via per uscire dai labirinti del senso.
In ogni caso, tornando al 1953, Lacan ha ragione quando afferma che, non disponendo di ciò che consentirebbe di orientarsi nel campo del senso, lo psicoanalista corre il rischio di considerare la sua azione come qualcosa di simile alla magia.
E ritiene che l'esergo neurobiologo di Nacht riveli ciò che accade quando non si è in grado di collocare l'azione dell'analista nel proprio campo (cioè quello del linguaggio), da cui una fuga da quel campo alla ricerca di un riferimento nella neurobiologia.
Questo disorientamento, che ha qualcosa essenzialmente dell’impostura (perché ignora i suoi fondamenti), porta a perdersi in un mare di metafore che rivelano la povertà degli approcci, dal paragonare il candidato poco formato a un chirurgo che opera senza asepsi, al paragonare gli studenti dell'IP a bambini lacerati dal divorzio dei genitori.
Va detto che quest'ultima metafora non è stata inventata da Lacan (probabilmente nemmeno l'altra, ma non sono riuscito a trovare da dove provenga). Infatti, in una riunione tenutasi a Londra il 26 luglio 1953, durante il Congresso Internazionale, dopo la presentazione della relazione di Hartmann (presidente dell'IPA), Loewenstein commenta che la maggior parte degli studenti aveva seguito il gruppo scissionista e parla dei pericoli che ciò comporta per studenti e pazienti, paragonandolo al divorzio dei genitori. Chiede di prestare attenzione a "preservare le analisi" indipendentemente dalla "parte che gli analisti hanno preso". Quindi, si direbbe, opta per un divorzio civile. Ma Bonaparte interviene come sostenitrice di un divorzio duro: rivolgendosi direttamente agli analizzanti di Lacan, dice che è necessario studiare da vicino la tecnica dei membri del nuovo gruppo, poiché Lacan aveva promesso di modificarla, ma non ha mantenuto la sua promessa. Anna Freud interviene quindi nella discussione, dicendo che, come analista infantile, non è mai riuscita a salvare i figli dalle conseguenze di un divorzio. È quindi chiaro che non vale la pena di seguire le riflessioni di Lowenstein. Bonaparte insiste nel controllare la "tecnica" e propone una "ricerca". Il tono poliziesco è impressionante [In JAM, Tres momentos en la vida de Jacques Lacan, Manantial].
Lacan attacca questa infantilizzazione, non solo nella metafora del divorzio, ma anche per ciò che questa metafora implica nella prospettiva della formazione. Ma questa denuncia non è solo una difesa dei diritti degli studenti, ma una denuncia del paradosso che "un metodo di verità e demistificazione" ricorra a cliché e falsità per controllare la formazione, facendo un uso distorto del proprio principio di autorità.
Per lui, la via per affrontare questa deviazione è chiara: che la psicoanalisi «applichi i propri principi alla propria corporazione», «alla concezione che si forma del proprio ruolo nei confronti del malato», «al proprio posto nella società degli spiriti, al rapporto tra pari e alla propria missione di insegnamento». Questo anticipa ciò che molto più tardi dirà Lacan sulla possibilità di interpretare la Scuola, o ciò che Jacques-Alain Miller ha sviluppato a Torino sulla "Scuola soggetto".
Lacan aggiunge un punto essenziale, che è un'interpretazione. Quella dell'angoscia essenziale legata all'esercizio «di un'azione simbolica quando si perde nella propria opacità». È molto importante, perché sottolinea che, in fondo, tutti questi abusi di potere, tutti questi ricorsi a cliché, sono – anche se i loro stessi attori non lo sanno e lo ignorano attivamente – effetto di un'angoscia per l'opacità dell'azione analitica stessa.
Per questo motivo, l'unica via d'uscita è esaminare nel modo più aperto possibile il pensiero di Freud e approfondire i fondamenti stessi della psicoanalisi come esperienza, sia quella dell'analizzante che quella dell'analista, che sono inseparabili. Ciò non può essere fatto senza collocare tale fondamento nell'azione stessa della parola.
È importante sottolineare che in questi testi (il riferimento al "Discorso di Roma", questo "Prefazione"), l'azione della parola, l'azione simbolica, l'azione della psicoanalisi, sono quasi intercambiabili. Chiarire l'azione della parola significa chiarire l'azione della psicoanalisi in tutti i suoi aspetti, inseparabili l'uno dall'altro.
Lacan conclude mettendo in evidenza l'elemento di precipitazione che ha permesso di superare la crisi e la sua risoluzione, sottolineando il valore della contingenza, legato a un valore epistemico: improvvisamente rende possibile "comprendere la coerenza e anticipare con certezza l'azione". Cioè, l'azione stessa per cui Jacques Lacan occupa in quel momento il suo posto di enunciazione. E la precipitazione che lo ha portato a occupare la tribuna da cui parla è pensata a partire dal suo testo sul tempo logico, del 1945, che era stato pubblicato su Cahiers d'Art.


Introduzione
L'introduzione riprende l'idea già trattata nella "Prefazione" secondo cui l'uomo scopre la figura del proprio potere quando la sua stessa azione lo mette a nudo, provocandogli orrore. Questo orrore non è casuale: appare quando il soggetto si confronta con il fatto che le sue parole hanno effetti, effetti reali, e che non esiste alcuna garanzia esterna che li controlli. L'opera prometeica di Freud si riproduce in ogni umile esperienza psicoanalitica.
L'effetto di ciò è l'"avversione all'interesse per le funzioni della parola e il campo del linguaggio". La promozione della nozione di resistenza sarebbe un sintomo che dovrebbe essere sottoposto alla dialettica dell'analisi.
È importante tenere presente qui la definizione dell'analisi, intesa come cura e come processo di elucidazione teorica, come "dialettica". È un termine importante che riprenderà a pagina 254 degli Écrits ("la dialettica" dell'analisi) e in modo ancora più chiaro a pagina 257 ("l'analisi dialettica con cui li guidiamo nel processo di un'analisi". Entrambi i riferimenti sono fuori dall'Introduzione).
Lacan traccia poi quella che chiama "la topica" di questo movimento che ha trasformato la tecnica e la finalità dell'analisi, allontanandola dalle sue origini freudiane. Ma è interessato alla logica di questa evoluzione, non si accontenta di denunciarla. Ciò configura tre problemi attuali, ovvero tre fronti nel compito di elucida e ritorno ai principi. I sintomi stessi della psicoanalisi sono quindi elementi da interpretare e da utilizzare nella giusta direzione:
A) Funzione immaginaria: sotto l'impulso della psicoanalisi infantile e delle ricerche sulle strutturalizzazioni preverbali, è stata messa in evidenza la funzione dell'immaginario e dei fantasmi nell'esperienza e nella costituzione dell'oggetto. Il problema è quale sanzione simbolica dare a questi fantasmi nella loro interpretazione.
B) Nozione delle relazioni libidiche dell'oggetto: una modifica latente della direzione della cura, che parte dall'estensione del metodo alle psicosi. L'effetto è una "fenomenologia esistenziale" e un "attivismo animato dalla carità". Anche qui è necessario un ritorno all'asse tecnico della simbolizzazione.
C) Importanza del controtransfert e, correlativamente, della formazione dello psicoanalista. Causato dalle difficoltà relative alla fine della cura. Ha il valore di mettere in risalto la questione dell'essere dell'analista (tema che Lacan tratterà specificamente in "La direzione della cura"). La soluzione può venire solo da un approfondimento della molla inconscia.
Lacan ritiene che questi problemi corrispondano a tre frontiere dell'espansione della psicoanalisi. Riconosce "la vitalità dell'esperienza" su cui si basano (punto interessante), ma richiama l'attenzione sui rischi che comportano come occasioni per abbandonare "il fondamento della parola" e incorrere nell'"ineffabile". In tutto ciò è in gioco la deviazione dall'etica propria della psicoanalisi, favorita dall'abbandono del suo linguaggio proprio a favore dei "linguaggi istituiti". Così, opportunità e rischio vanno di pari passo.
Ciò permette di comprendere, in relazione a uno di questi campi di estensione dell'analisi, il titolo del suo testo del 1957 (quattro anni dopo), "Di una questione preliminare a ogni possibile trattamento della psicosi". Così, i postfreudiani si sono lanciati nel campo delle psicosi senza un lavoro preliminare, che è quello che lui darà poi, ma di cui non dispone ancora nel 1953. Per questo è "preliminare".
In ogni caso, entrando nel dettaglio di ciò che si potrebbe imparare in quelle aree in cui si estende la psicoanalisi, parlò dell'interesse che avrebbe avuto saperne di più sugli effetti della simbolizzazione nel bambino. Ma, purtroppo, le "madri officianti" (Klein, Anna Freud, ecc.) si perdono nella "confusione delle lingue" che Ferenczi ha indicato nella relazione bambino-adulto. Tutto ciò, di fronte alla prudenza di Freud nei confronti del bambino. E cita come testimonianza il lavoro sul Piccolo Hans. Prudenza di Freud, quindi, di fronte all'audacia di quei "pionieri" che si comportano da "eroi moderni". Egli è rimasto nel "campo centrale" in tutti questi confini, anche in quello delle psicosi.
Pertanto, tutte i tentativi pionieristici in questi campi condividono l'oblio del senso dell'opera di Freud. Ciò ha conseguenze sulla tecnica, che vira verso il cerimoniale ossessivo, persino verso il rito religioso. Dà luogo a una tecnica di stile emaciato, formalista, cerimoniale, simile alla nevrosi ossessiva, al rito religioso. Nella letteratura analitica, l'oblio dell'origine dei termini rafforza l'ignoranza.
Ancora una volta, per porre rimedio alle cause, propone di applicare il metodo analitico alla collettività degli analisti. Individua come problema essenziale la perdita di senso dell'azione analitica dovuta al fatto che il suo stesso significato non è riconosciuto.
Lacan interpreta che se il senso dell'azione analitica non viene riconosciuto, questa viene vissuta come aggressiva.  Quando afferma che in assenza delle «resistenze sociali in cui il gruppo analitico trovava occasione di tranquillizzarsi, i limiti della sua tolleranza alla propria attività dipendono solo dalla massa numerica con cui si misura la sua presenza nella scala sociale», sembra mettere in guardia dai rischi di un'apparente accettazione sociale, persino di un «successo» della psicoanalisi.
Di fronte a tutti questi problemi, raccomanda l'uso dei registri simbolico, immaginario e reale, che permetteranno di comprendere le difese che si manifestano nella dottrina psicoanalitica dominante: isolamento, annullamento, negazione e, in generale, ignoranza. Queste difese non sono solo individuali, ma anche collettive, proprie dei gruppi analitici. Si tratta di un'applicazione agli psicoanalisti della loro stessa medicina. Parlate di difese? Non erano così importanti? Ecco le vostre.
Di seguito (e non bisogna dimenticare il peso della psicoanalisi statunitense anche nella recente crisi) sottolinea che, di fronte al peso numerico e all'influenza della psicoanalisi statunitense, è necessario esaminare le condizioni culturali che la determinano. Cito qui il "fattore c minuscolo", il fattore culturale, che avevo introdotto nel 1950 in un congresso di psichiatria.
Segue quindi l'applicazione della sua proposta di analizzare gli effetti di questo ,predominio americano applicando la sua distinzione sui piani simbolico, immaginario e reale.
Sul piano simbolico, Lacan sottolinea due tratti decisivi: da un lato, l'astoricismo proprio della cultura americana, visibile nella sua concezione della "comunicazione", che va in senso contrario all'esperienza analitica, basata sulla storia del soggetto; dall'altro, l'egemonia del comportamentismo, una forma di pensiero psicologico che ha finito per coprire e spostare l'ispirazione freudiana all'interno della psicoanalisi stessa.
Per quanto riguarda i registri immaginario e reale, Lacan menziona fattori quali le relazioni di prestigio all'interno delle società analitiche, gli effetti sociali dell'ideologia della libera impresa e la posizione particolare di un gruppo dominato dagli immigrati, che favorisce una distanza rispetto all'ambiente sociale e umano. Tutto ciò contribuisce a una certa forma di esercizio della psicoanalisi.
Il risultato, dice Lacan, è chiaro: la psicoanalisi si è orientata sempre più verso l'adattamento dell'individuo all'ambiente sociale, lo studio dei modelli di comportamento e l'oggettivazione del soggetto nel quadro delle relazioni umane. La nozione di ingegneria umana, emersa in questo contesto, esprime in modo estremo una posizione che mantiene una distanza radicale dall'oggetto umano.
Questa distanza spiega, secondo Lacan, che i concetti più vivi della psicoanalisi – l'inconscio e la sessualità – siano entrati in una sorta di eclissi, al punto che la loro sola menzione sembra destinata a scomparire.
Ma non gli interessa giudicare moralmente il formalismo o lo "spirito commerciale" denunciati anche dagli stessi documenti ufficiali del gruppo americano. Il "fariseo" e il "commerciante", dice, gli interessano solo nella misura in cui entrambi condividono la stessa difficoltà fondamentale: un rapporto problematico con la parola, specialmente quando si tratta di parlare del proprio mestiere.
Il problema, aggiunge, è che l'incomunicabilità dei motivi può sostenere un'autorità, ma non una vera maestria né un insegnamento.
Ora arriva un punto molto importante, perché è un'interpretazione che Lacan fa dell'insistenza del gruppo dominante della SPP nell'attaccare le sue innovazioni "tecniche", in particolare le "sedute brevi" e il mancato rispetto del numero di sedute settimanali previste per un'analisi didattica. Questo era stato criticato, tra l’altro, perché supponeva una legge del minimo sforzo che attirava verso Lacan molti giovani in formazione. Era stato attaccato nel 1950, poi la cosa sembrava essersi calmata, ma tornò con forza come critica alle sue analisi didattiche e come argomento-pretesto fondamentale nella crisi del 1953 (in particolare da parte di Marie Bonaparte).
Lacan risponde: proprio coloro che si avventurano in campi di frontiera, finiscono per aggrapparsi "inevitabilmente" alla tecnica tradizionale. Qui c'è un equivoco che si misura dalla sostituzione del termine "ortodosso" con "classico". Infatti, come abbiamo già anticipato sopra, alcuni, come Marie Bonaparte, parlano insistentemente di psicoanalisi "classica" in relazione alla "tecnica". Lacan interpreta che la rinuncia al termine "ortodossia" non è innocente, ma nasconde la disaffezione rispetto all'essenziale della scoperta freudiana. Lacan non teme il dibattito sull'ortodossia, perché è un dibattito dottrinale che permette di mettere in gioco la questione dei fondamenti.
Ma la tecnica non può essere né compresa né applicata senza i concetti che la fondano. Ancora una volta, il campo del linguaggio e la funzione della parola sono gli unici che permetterebbero di pensare al perché di una tecnica psicoanalitica.
Passiamo ora all'ultimo punto dell'«Introduzione». È un punto importante, perché si riferisce a un caso concreto in cui si esemplifica la difficoltà nella gestione dei concetti quando si trascura la lettura di Freud.
E si riferisce a un autore che mi è costato parecchio lavoro individuare, perché Lacan allude a lui in un modo che sicuramente sarebbe evidente per molti dei presenti, ma non lo nomina. Non nominarlo mi sembra un forte espediente retorico, non sembra riconoscergli sufficiente dignità. Infatti, dice che l'autore in questione è poco brillante, definisce la sua pubblicazione una "disgrazia".
Non manterrò il mistero. Si tratta di Michel Benassy, membro della SPP che aveva partecipato alla XV Conferenza dei Psicoanalisti di Lingua Francese, Parigi, 1952. Ebbene, il suo "Rapport thérorique", intitolato "Théorie des instincts", era stato pubblicato nel 1953 nella RFP. Come motto riporta la frase di Freud «La teoria degli istinti è, per così dire, la nostra mitologia». Ma prosegue in modo del tutto opposto: «In diverse occasioni, Freud si era lamentato del fatto che la biologia non forniva alcuna teoria degli istinti alla psicoanalisi. Vediamo cosa offre oggi". Più avanti, nella sezione II, "Storia critica della teoria freudiana dei due istinti", Benassy afferma: "In questo compito mi è stata di grande aiuto l'eccellente teoria degli istinti di Marie Bonaparte (1934), che è una sintesi il più possibile accurata della teoria di Freud". (p. 19)
A Lacan questo sembra una barbarie: considerare Freud e Bonaparte equivalenti. Rimane, infatti, al livello della "seconda mano". E poi, dopo riduzioni, induzioni e ipotesi, finisce per concludere con la rigorosa tautologia delle sue false premesse: "riduce l'istinto all'arco riflesso".
Quello che segue mi è stato ancora più difficile da collocare: secondo Lacan, tutta la sottigliezza della teoria della libido e delle pulsioni in Freud, le zone erogene, ecc., «si trasforma nel binomio di un istinto passivo modellato sull'attività delle spidocchiatrici, cara al poeta, e di un istinto distruttivo semplicemente identificato alla motricità».
Le spidocchiatrici è una poesia di Rimbaud. Il paragrafo a cui si riferisce nel testo di Benassy è questo, a pagina 62:

Proponiamo così la teoria seguente: l’istinto sessuale sentito come un piacere primitivamente cutaneo-mucoso (atteggiamento reattivo) non implica nessun mezzo per esprimere il comportamento. È legato all’elemento ricettivo dello schema ricettivo effettuatore. La risposta effettuatrice è implicita e probabilmente vegetativa e anatolica (preparatoria). Come assiologia ha un valore di sopravvivenza. Come dipendente da stimoli forniti dall’ambiente è socialmente adattata (stabilisce legami affettivi).
L’istinto distruttore sentito come risposta a un dispiacere o a una repulsione (atteggiamento reattivo) è il comportamento in quel che ha di semplicemente motorio. È legato all’elemento effettuatore esplicito dello schema ricettivo-effettuativo. È catabolico. Tuttavia l’insieme effettuatore può essere attivato da eccitazioni intrinseche, indipendentemente dall’ambiente, e allora appare non adattato.

Il testo di Marie Bonaparte, «Introduction à a théorie des instincts», RFP, 1934, era stato ristampato in forma di libro, presso PUF, lo stesso anno in cui Besassy presentò il suo rapporto, il 1952.


Les chercheuses de poux
Arthur Rimbaud
Quando la fronte del bambino, piena di rossi tornenti,
Implora lo sciame bianco dei sogni indistinti,
Si avvicinano al suo letto due affascinanti sorelle maggiori
Con fragili dita dalle unghie argentate.
Fanno sedere il bambino vicino a una finestra
Spalancata dove l'aria blu bagna un groviglio di fiori
E, tra i suoi folti capelli bagnati di rugiada,
Passano le loro dita sottili, terribili e affascinanti.
Lui ascolta il canto degli loro fiati timorosi
Che profumano di lunghi mieli vegetali e rosati
E che a volte interrompe un sibilo, saliva
Ripresa sulle labbra o desideri di baci.
Sente le loro ciglia nere battere sotto i silenzi
Profumati; e le loro dita elettriche e dolci
Fanno crepitare, tra le sue grigie indolenze,
Sotto le loro unghie regali, la morte dei piccoli pidocchi.
Ecco che sale in lui il vino dell'Ozio,
Sospiro di armonica che potrebbe delirare:
Il bambino sente, secondo la lentezza delle carezze,
Sorgere e morire senza sosta un desiderio di piangere.
Arthur Rimbaud
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