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Marco Focchi Il libro di Fouzia Taouzari (Dis-moi comment tu aimes, je te dirai qui tu es – Payot 2025) si apre con un ampio scorcio autobiografico. Nata in Francia in una famiglia marocchina tradizionale, Fouzia si trova sulla linea di faglia tra due civiltà: quella mussulmana, religiosa e tradizionale della famiglia, e quella laica, occidentale, moderna del suo paese. Il tema si presenta dunque di grande attualità: immigrazione, compatibilità o discordanza di culture, condizione femminile in un quadro dove la donna non può mostrare il proprio corpo, deve abbassare gli occhi, essere madre abdicando alla femminilità. Questo contrasto geopolitico Fouzia lo vive nel proprio corpo, nella propria storia, nelle proprie scelte.
Il suo destino è segnato: una volta adulta dovrà chinare il capo, sposare un buon mussulmano, consapevole della fatto che le madri mussulmane continuano a tenere d’occhio le figlie anche una volta cresciute, anche dopo sposate. Tutte queste contraddizioni esplodono in lei, fino a che incontra la psicoanalisi in un corso di filosofia. La psicoanalisi diventa il filo della sua vita e la via della sua liberazione. Un serie di sogni, con le interpretazioni date dal suo analista costellano il racconto, e segnano le tappe dei passi che la portano a valorizzare quel che è: una marocchina, sì, ma una francese d’adozione, e soprattutto una donna. La psicoanalisi fa uscire la donna che il destino della tradizione avrebbe racchiuso e soffocato nel ruolo di madre. E il distacco dalla gabbia della tradizione non è facile, perché Fouzia ama i suoi, e ogni passo nella modernità rischia di farla cadere nel deserto del disamore. Il titolo potrebbe trarre in inganno: Dimmi come ami e ti dirò chi sei potrebbe sembrare un peana n favore dell’amore, mentre è il racconto dei passi attraverso cui liberarsi dal ricatto affettivo, dal timore del deserto del disamore, dal modo in cui la paura di perdere l’amore può portare a soffocare il desiderio. Il libro si dipana, nella parte centrale, attraverso alcuni casi clinici vivacemente narrati, dove si mostra in molti modi come l’amore può annullare il desiderio, e l’idea guida è che una donna, se resta prigioniera della paura di perdere l’amore, di non piacere, di non assecondare la mascherata (un capitolo presenta un’interessante attualizzazione del tema classico della mascherata femminile) rischia di silenziare il proprio desiderio come le isteriche dei tempi di Freud, che riuscivano a esprimerlo solo attraverso i sintomi. Dopo la parte centrale, fatta di tappe segnate dai casi clinici, nella parte finale riprende la narrazione autobiografica, che non è semplicemente autobiografia, ma uno straordinario documento clinico e politico. Un percorso che avrebbe potuto concludersi con uno scontro di culture, con un rifiuto, con la tragedia dell’inconciliabile, riesce a trovare un’uscita dalla tradizione che non significhi voltarle le spalle. C’è la separazione da un matrimonio di compromesso (lui un francese musulmano che, ha denti stretti, la famiglia riesce ad accettare), e l’accettazione da parte famiglia della sua nuova vita. Soprattutto si evidenzia però una “politica del desiderio” o, detto altrimenti, la forza trainante e le ricadute politiche del desiderio. Un intreccio di geopolitica vissuta sul proprio corpo, di clinica psicoanalitica di effetto dirompente, di liberazione della donna dalle spire di una tradizione che ne sopprime il desiderio, temi, credo tutti sul filo dell’attualità che possono interessare senz’altro la nostra comunità, e oltre. Interessanti, per concludere, le parole con cui Jacques-Alain Miller l’ha presentata a Parigi al Congresso per la liberazione di Rafah: “Fouzia presenta il suo itinerario analitico di figlia d’immigrati marocchini dove trova, nella sua analisi, le vie di emancipazione rispetto alla tradizione arabo-mussulmana, e al tempo stesso quelle della riconciliazione con l’Islam”
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Dicembre 2025
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