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Lettere in giacenza

21/5/2026

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FotoLettere in giacenza
Conferenza tenuta presso l'Istituto freudiano, sede di MIlano, il 16 maggio 2026

Fouzia Taouzari

Introduzione

Lacan pronuncia «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi» in occasione del Rapporto di Roma degli psicoanalisti di lingua romanza, il 26 e 27 settembre, a Roma. Pubblicato negli Écrits, è composto di tre grandi parti.
La prima parte si intitola «Parola vuota e parola piena nella realizzazione psicoanalitica del soggetto»; la seconda parte — che dobbiamo commentare oggi — porta il titolo: «Simbolo e linguaggio come struttura e limite del campo psicoanalitico»; e l'ultima parte si intitola: «Le risonanze dell'interpretazione e il tempo del soggetto nella tecnica psicoanalitica».

A mo' di preambolo — Un contesto di crisi
Qualche mese prima, Lacan lascia la SPP (Société Psychanalytique de Paris), di cui era membro dal 1934. Questa aveva fino ad allora il monopolio istituzionale della formazione psicoanalitica in Francia, sotto la tutela dell'IPA (International Psychoanalytic Association) creata da Freud e i cui membri si erano sviati dopo la sua morte tanto sul piano teorico quanto nella pratica stessa. Lacan si scontra con il conformismo della pratica analitica istituzionalizzata dalla SPP, in particolare attraverso la standardizzazione della durata delle sedute. Questa standardizzazione della pratica era in totale contraddizione con il discorso analitico: la presa in conto della singolarità del paziente. Lacan interpreterà l'IPA, su questo punto, qualificandola come SAMCDA — Société d'Assistance Mutuelle Contre le Discours Analytique.
Il 18 giugno 1953, Lacan e alcuni altri fondano la SFP (Société Française de Psychanalyse). Per aprire le attività di questa giovane società, Lacan tiene una conferenza davanti a un uditorio di 63 persone, intitolata: «Il simbolico, l'immaginario e il reale». Questa conferenza, tenuta l'8 luglio 1953, pone le prime jalons del suo orientamento nello studio della psicoanalisi, di cui struttura il campo a partire da questo ternario. Sulla sua scia, pronuncia «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi».
Questo testo inaugurale, dal titolo originale, sarà il punto di partenza del suo insegnamento, portato da un desiderio di essere il più vicino possibile all'esperienza analitica così come fu inventata da Freud. Desideroso di restituire all'esperienza analitica le sue lettere di nobiltà nei fondamenti che essa trae dal linguaggio. È con queste parole che Lacan introduce la sua conferenza a Roma.
Nella seconda parte egli esplicita il problema che lo occupa nei seguenti termini: il disprezzo attuale per le ricerche sulla lingua dei simboli. Prende di mira i post-freudiani che ignorano questo principio fondamentale per cui la legge dell'uomo è la legge del linguaggio, e nessuno è tenuto a ignorare la legge. Lo schiacciamento dell'esperienza analitica come analisi dell'io ha come conseguenza la chiusura dell'inconscio e, di conseguenza, la piattezza della verità.


Lacan e il suo ritorno a Freud
Lacan ha l'ambizione di dare un fondamento scientifico — a partire dalle leggi del linguaggio — alla psicoanalisi. Lo annuncia fin dalle prime pagine nei seguenti termini: «Se la psicoanalisi può diventare una scienza — poiché non lo è ancora — e se non deve degenerare nella sua tecnica — e forse è già così —, dobbiamo ritrovare il senso della sua esperienza.»
Dalla morte di Freud, la psicoanalisi si allontana dalle sue origini freudiane, in particolare attraverso Heinz Hartmann, considerato all'epoca come il suo erede. Nel 1939, subito dopo la morte di Freud, pubblica La psicologia dell'Io e i problemi di adattamento. Hartmann, insieme a Rudolph Loewenstein (che fu l'analista di Lacan) ed Ernest Kris, promuovono l'ego-psychology, riducendo la psicoanalisi al rango di una psicologia adattativa che si pretende scientifica. Giungono a «negare — nota Lacan — {…} la funzione propria del linguaggio. {…} a titolo di teoria dell'ego o di tecnica di analisi delle difese, di quanto più opposto all'esperienza freudiana.» Misconoscendo la scoperta freudiana dell'inconscio, la condannano all'oblio e l'esperienza alla rovina. Di fronte alla minaccia di veder scomparire la psicoanalisi, Lacan iscrive la necessità di un ritorno all'opera di Freud.
Lacan chiama dunque a ritrovare il senso dell'esperienza freudiana affinché la sua tecnica non sprofondi nell'oblio. A misconoscere l'origine della disciplina, è la psicoanalisi stessa a essere minacciata di scomparire. Lacan parte da ciò che costituisce l'attualità in materia di pratica e di formazione analitica. Che cosa aveva osservato Lacan quando era alla SPP? Che nessuno leggeva più veramente Freud, giudicato superato. Lo esprime così: «Non è sufficiente dirsi tecnici per autorizzarsi di non capire un Freud III a ricusarlo in nome di un Freud II che si crede di capire, e l'ignoranza stessa in cui ci si trova di Freud I…» Questo ritorno a Freud è motivato dal fatto che non c'è «presa più totale della realtà umana di quella che è offerta dall'esperienza freudiana.» Lacan ha osservato che gli psicoanalisti post-freudiani si sono così allontanati dalla scoperta freudiana abbandonando l'inconscio a vantaggio dell'Io. L'analista si pone allora come garante della realtà dirigendo la cura nel senso di un riadattamento del paziente alla realtà comune. La pratica analitica è concepita come una rieducazione in cui si tratta di correggere il rapporto del soggetto con il mondo. La mira della cura era l'identificazione del paziente all'Io dell'analista. Questa deriva della pratica analitica era dovuta al privilegio accordato alla seconda topica che Freud aveva introdotto nel 1920: Es, Io, Super-io. Hanno dimenticato l'inconscio a vantaggio dell'Io. Eppure questa seconda topica, lungi dall'annullare la prima topica dell'inconscio, è «uno sforzo di Freud per isolare nel soggetto registri strutturalmente distinti, che lui stesso andrà a repertoriare come quelli di: l'immaginario, del simbolico e del reale. L'io si iscrive nella relazione narcisistica in quanto essa struttura la relazione del soggetto con il suo simile. Il Super-io indica il rapporto che il soggetto intrattiene con la legge. L'E è situato al limite del simbolico.» Per Lacan questo segna la perdita di senso quanto all'esperienza stessa della cura analitica. Hanno ricoperto l'esperienza freudiana — quella dell'inconscio che, all'epoca, aveva fatto scandalo — con un velo d'ignoranza. Tornare alla scoperta freudiana significa rimettere la parola al centro dell'esperienza. Il titolo della nostra parte mette l'accento sul simbolo e il linguaggio come struttura e limite del campo psicoanalitico. Perché questa importanza accordata al simbolo e al linguaggio?


L'esperienza analitica è un'esperienza di parola
Questo privilegio accordato all'Io riduceva la pratica dal lato dell'immaginario, eclissando l'altra scena: quella dell'inconscio. Per Lacan, i sintomi sono legati al fatto che si parla. La parola, il discorso, il linguaggio ha come conseguenza ciò che Freud chiama inconscio. C'è dell'inconscio perché si parla. Da ciò si deduce un orientamento: la psicoanalisi non affronta la sofferenza del soggetto a partire dal suo cervello né dalle sue emozioni, ma a partire dagli effetti del linguaggio sul suo corpo. Così i sogni, i lapsus, le dimenticanze, ecc., si presentano come fenomeni che sfuggono alla coscienza perché appartengono all'inconscio. È per questo che «quello che cerco nella parola è la risposta dell'altro. Quello che mi costituisce come soggetto è la mia domanda.» Parlare è una domanda. Dal momento in cui parlo, domando qualcosa. È questo che Lacan mette in evidenza quando elabora il desiderio a partire dallo stadio dello specchio come desiderio di riconoscimento. Per far esistere l'inconscio, l'analista non risponde a specchio alla domanda — mira al soggetto che parla e che non sa quello che dice. Freud ha scoperto un campo clinico fino ad allora inesplorato, quello «delle incidenze, nella natura dell'uomo, dei suoi rapporti con l'ordine simbolico, e della risalita del loro senso fino alle istanze più radicali della simbolizzazione nell'essere.» Non è forse in ciò che manca e che zoppica che l'essere del soggetto si rivela a sua insaputa? Il soggetto crede di essere padrone di ciò che dice e tutt'a un tratto fa un lapsus o una parola gli sfugge che fatica a ritrovare. Fa sogni che lo turbano e vengono a rivelare un desiderio inconscio inconfessabile: «la verità {…} che sulla sua bocca getta là la maschera.»¹³ Per Freud, queste incidenze che fanno il quotidiano dei nevrotici rivelano l'esistenza dell'inconscio che solo un'analisi centrata sulla parola può far emergere. Nel risvolto di copertina degli Altri scritti, Jacques-Alain Miller nota che Lacan riassumeva in una frase la lezione degli Scritti: l'inconscio appartiene al logico puro, vale a dire dei significanti. Sgomberare la logica significante dell'inconscio occuperà Lacan per tutto il corso di questo primo tempo del suo insegnamento.


Che cos'è la parola?
Se la psicoanalisi così come Freud l'ha inventata è un'esperienza di parola, allora, si chiede Lacan: «Cos'è la parola? vale a dire il "simbolo"» — questione primordiale: «Cos'è questa esperienza della parola?» e, aggiunge, «per dirla tutta, di porre al tempo stesso la questione dell'esperienza analitica, la questione dell'essenza e dello scambio della parola.» Per rispondervi, si volge ai testi freudiani sull'inconscio dove tutto è sostanza, tutto è perla — ossia L'interpretazione dei sogni, La psicopatologia della vita quotidiana e Il motto di spirito e la sua relazione con l'inconscio. L'esperienza inventata da Freud è, in apparenza, di una grande semplicità: il soggetto viene da voi e lo invitate a parlare. Le parole che vi rivolge si dispiegano in un discorso concreto la cui logica significante — attraverso le articolazioni — eccede ciò che lui stesso crede di dire. L'analisi è dunque una pratica di parola. L'analista interviene a partire dai detti del soggetto, la cui significazione inconscia è da trovare a partire dalla struttura significante del discorso del soggetto. Dunque a partire da ciò che dice e dalle parole che impiega, le quali non sono mai casuali. Vediamo così che l'analista come l'analizzato si trovano confrontati a ciò che vuol dire parlare. La parola ha dunque una funzione di cui Lacan andrà a sgomberare la partizione a partire dal campo del linguaggio. Nel suo testo La questione dell'analisi laica, Freud scrive a questo proposito che «L'analista non utilizza alcuno strumento, neppure per l'esame, né prescrive farmaci. {…} L'analista convoca il paziente a una certa ora del giorno, lo lascia parlare, lo ascolta, poi gli parla e lo lascia ascoltare. {…} Parole, parole e ancora parole, come dice il principe Amleto.» La psicoanalisi non consiste né nell'osservazione del comportamento dei pazienti né nell'analisi dei loro affetti e tanto meno delle loro emozioni. È un'esperienza di parola, nella parola e attraverso la parola.


L'uomo parla, ma è perché il simbolo l'ha fatto uomo.
Lacan mette in evidenza da questo momento due fatti sgombrati da Freud nei fenomeni che strutturano l'esperienza umana: il linguaggio preesiste alla nostra venuta al mondo e forma una rete di significanti che ci avvolge e proviene da coloro che ci hanno generato. Siamo il prodotto di una storia che ci precede. Si parla di noi prima della nostra venuta al mondo e, nel migliore dei casi, si desiderano cose per noi. Non esisteremmo senza il mondo delle parole, precisa Lacan, perché è il linguaggio a creare il mondo delle cose. Il linguaggio ha il potere di far esistere ciò che non esiste. Quando dite «unicorno» sapete a cosa fa riferimento, ma sappiamo anche bene che gli unicorni non esistono — è una creazione linguistica.
La nostra identità ci viene dall'Altro, poiché senza l'Altro non siamo nulla. L'essere umano è l'unico mammifero che deve tutto imparare dalla nascita e per il quale la soddisfazione dei suoi bisogni naturali deve passare per la sfilata della parola e del linguaggio. A differenza degli animali, l'essere umano ha bisogno di nutrimento e di parola, che sono il marchio di un desiderio particolarizzato nei suoi confronti. Spitz ha mostrato, a partire dalla sindrome di ospitalismo, quanto la soddisfazione dei bisogni non sia sufficiente per lo sviluppo del neonato. Ha mostrato che i neonati che venivano nutriti senza attenzione particolare — vale a dire senza parola che veicolasse un desiderio particolarizzato — morivano o soffrivano di importanti ritardi di sviluppo. Ciò dice l'importanza vitale dell'amore e del desiderio nella vita del soggetto, che passano attraverso parole come dono d'amore. Del resto, certe donne possono dire che quando il partner amoroso le abbandona, quando si mura nel silenzio, esse appassiscono, cadono in depressione.


L'inconscio strutturato come un linguaggio
In questo ritorno ai testi freudiani, Lacan andrà a restaurare il filo tagliente della sua scoperta — quella dell'inconscio. Per questo, propone di riprendere «l'opera di Freud dalla Traumdeutung per ricordarvisi che il sogno ha la struttura di una frase, o piuttosto, attenendoci alla sua lettera, di un rebus, vale a dire di una scrittura…» Questo riferimento al testo di Freud da parte di Lacan è marcato dal fatto che Freud vi descrive le leggi dell'inconscio a partire dal sogno. Freud fa del sogno un rebus che è da leggere alla lettera. Per questo si tratta di privilegiare il testo rispetto al contenuto immaginario del sogno. Il sogno si presenta attraverso immagini. Ciò che conta è il testo così come il soggetto ne parla. È per questo che un sogno si legge come un testo. Il riferimento alla lettera mette l'accento sulla scrittura e dunque sul lavoro di déchiffrage. Nel suo testo L'istanza della lettera nell'inconscio, Lacan precisa che: «Designiamo con lettera questo supporto materiale che il discorso concreto prende a prestito dal linguaggio.» Per Freud, il sogno è suscettibile di essere interpretabile e chiede di essere interpretato. Non fa egli del sogno la via regia dell'inconscio? Poiché l'inconscio è un voler-essere e attraverso l'interpretazione l'analista lo fa esistere. Da ciò, precisa Lacan, l'inconscio non è ontico ma etico. È questo fatto d'esperienza, voluto da Freud, che Lacan rimette al centro della pratica. Dal 1953, Lacan andrà a strutturare l'opera di Freud a partire da «tre registri che sono ben i registri essenziali della realtà umana, registri molto distinti e che si chiamano: il simbolico, l'immaginario e il reale.» È nell'antropologia, e più particolarmente in Lévi-Strauss, in Strutture elementari della parentela, che Lacan preleva questa tripartizione che gli serve a strutturare l'esperienza analitica. In questo ritorno a Freud, Lacan sposta la dottrina dell'io — quella della coscienza — mettendo l'accento sul registro simbolico al fine di render conto dell'inconscio concepito come una catena significante. Per questo, «prende in prestito dalla linguistica saussuriana il suo algoritmo del segno che adatta alla clinica. Per render conto dei sintomi e delle altre formazioni dell'inconscio così come li interpretava Freud con la sua distinzione condensazione/spostamento, introduce le due operazioni della metafora e della metonimia, che Jakobson aveva appena distinto nella sua poetica.»


Il sintomo — simbolo scritto sulla carne
Il risultato dell'incidenza del linguaggio nel soggetto è il sintomo come significante di un significato rimosso dalla coscienza del soggetto. Simbolo scritto sulla sabbia della carne. Ritroviamo qui il riferimento alla scrittura del sintomo sul corpo. Il sintomo è il marchio che infligge il linguaggio all'essere parlante. Il significante mortifica il soggetto — la parola è l'assassinio della Cosa — e dall'altro lato, egli è chiamato a giocare la sua parte nel mondo in quanto vivente, per la via del desiderio dell'Altro. Il residuo di questa operazione è il sintomo, che è il marchio del soggetto per sempre separato dal suo essere. È di struttura mancanza d’essere. Da un lato abbiamo il sintomo e dall'altro la sua iscrizione come simbolo sulla carne del soggetto. La carne mette l'accento sul fatto che colui che parla ha un corpo. È questo che condurrà più tardi Lacan a sostituire il concetto di soggetto a quello di parlessere. Il sintomo come scrittura significa che è articolato a partire dagli enunciati del soggetto che formano un discorso la cui significazione inconscia attende di essere interpretata. Così, per grazia dell'interpretazione «ecco che il sintomo inscritto in lettere di sofferenza nella carne del soggetto, si cancella.» Così, nota Lacan, questi fatti clinici rilevati da Freud nella Psicopatologia della vita quotidiana, nel motto di spirito e nei sogni, appartengono tutti al campo linguistico. L'analista interviene su questi fatti di parola attraverso l'interpretazione e, con la sua azione — che appartiene anch'essa alla parola —, ottiene effetti sul soggetto: effetti di verità come dialettica. Questi fatti non sono solo fatti di parola, ma si iscrivono anche nelle leggi del linguaggio e in un discorso che è scrittura. È per questo che Lacan eleva il sintomo alla dignità di una scrittura da decifrare, e quindi da leggere. Così, «{…} il sintomo si risolve interamente in un'analisi di linguaggio, perché è lui stesso strutturato come un linguaggio, che è linguaggio la cui parola deve essere liberata. {…} la natura del linguaggio, {…} vale a dire la potenza combinatoria che vi dispone le equivoche, e per riconoscervi la molla propria dell'inconscio.»


Parola vuota, parola piena
L'interpretazione, attraverso il taglio e la scansione, non può agire che a condizione che si operi a partire dalle leggi del linguaggio e della parola. L'esperienza analitica non ha altro campo che quello retto dal linguaggio. È un'esperienza che si svolge con la parola e nella parola. In L'istanza della lettera nell'inconscio o la ragione da Freud, Lacan enuncia questo: che «al di là di questa parola, è tutta la struttura del linguaggio che l'esperienza psicoanalitica scopre nell'inconscio.» L'azione dell'analista è regolata dalle leggi proprie del linguaggio. Essa fa apparire nel flusso delle parole vuote una parola piena. Per far questo, l'analista deve mettere da parte il proprio io (i suoi pregiudizi, un voler capire tutto, ecc.) al fine di neutralizzare i miraggi della relazione intersoggettiva e dell'asse immaginario. È per questo che Lacan pone al cuore dell'esperienza analitica, come operatore, il simbolo che viene a contrastare l'asse immaginario dove regnano i miraggi dell'io tra rivalità o ricerca di prestigio. Lacan introduce un altro elemento nella struttura dell'inconscio: introduce l'Altro. È per questo che l'inconscio è transindividuale: né individuale né collettivo. Comporta un al-di-là, e questo al-di-là è il desiderio. Quando parlate implicate l'Altro. L'altro è l'Altro del linguaggio. A partire da ciò, il sintomo si risolve interamente in un'analisi del linguaggio. Come il sintomo, l'atto mancato, precisa Lacan, «è un discorso riuscito, anzi abbastanza graziosamente formulato, e [...] nel lapsus è il bavaglio che gira sulla parola, e proprio dal quadrante che occorre perché un buon intenditore vi trovi la sua salvezza.» Il lapsus rivela il bavaglio che gira sulla parola e che l'analista deve saper cogliere al volo. Per questo, deve far esistere l'inconscio interessando il soggetto a ciò che dice. Lacan valorizza la dimensione della parola e il suo al-di-là che si iscrive nelle leggi del linguaggio. A partire dai testi di Freud, Lacan mette in avanti che il soggetto parla e che una parte di ciò che è gli sfugge. L'inconscio, in fondo, dice la verità del soggetto — la sua mancanza d’essere di struttura.


Perché questa distinzione parola e linguaggio?
Per distinguere ciò che appartiene alla parola e al linguaggio, Jacques-Alain Miller ci fornisce un'indicazione molto precisa. Questa distinzione, dice, non va da sé. Lacan ha messo in evidenza questa differenza al fine di orientarsi nei dati clinici con cui abbiamo a che fare nel campo della nostra pratica. Che cosa isola Lacan come leggi del linguaggio? Isola la metafora e la metonimia. Jacques-Alain Miller, nel suo corso di orientazione lacaniana del 1° dicembre 1981, precisa che «sono queste leggi che egli imputa all'inconscio in quanto strutturano il campo freudiano.» Fa notare che questa distinzione apportata da Lacan andrà a modificare la stessa definizione che egli dà del desiderio. Il desiderio a partire dalla parola prende il colore del desiderio di riconoscimento. Parlo e attendo dall'altro che riconosca la mia parola. È per questo che ogni domanda è domanda d'amore. Il desiderio di riconoscimento è preso nelle reti della realtà. L'oggetto è dapprima, in Lacan, immaginario. Proviene dallo stadio dello specchio ed è derivato dall'immagine dell'altro a partire dalla relazione speculare che forma l'unità dell'io. A partire dal momento in cui Lacan andrà a isolare il campo del linguaggio da quello della parola, il desiderio non è più definito come desiderio di riconoscimento — quello di una parola che attende di essere riconosciuta dall'Altro — ma prende la forma inafferrabile della metonimia.


Antinomia del linguaggio e della parola
Concluderemo sui tre paradossi menzionati da Lacan, in cui i rapporti del soggetto con la parola e il linguaggio sono problematici. In questi tre paradossi, Lacan mette in evidenza quanto il linguaggio domini la parola, ci dice Jacques-Alain Miller.
Il primo: è nella follia che la parola ha rinunciato a farsi riconoscere nell'Altro del linguaggio. Il soggetto non è rappresentato da un significante per un altro significante, poiché la metafora paterna non opera. Il soggetto parla in un linguaggio senza dialettica: è così parlato piuttosto che non parli. Il soggetto è precluso dal sistema simbolico. La parola non è l'assassinio della cosa.
Il secondo paradosso rilevato da Lacan è quello del sintomo così come Freud lo descrive. Qui la parola del soggetto si articola nell'Altro del linguaggio e si trova pertanto espulsa dal discorso concreto. Il sintomo è il marchio del soggetto che parla e dunque, per sempre, separato dal suo essere. È di struttura mancanza d’essere. Parlo attraverso i miei sintomi. Il sintomo costituisce così una parola a pieno titolo, in quanto implica l'Altro nel segreto della sua decifrazione. La parola del soggetto include l'Altro e attende una risposta. Il sintomo è questa parola imbavagliata che cerca di essere liberata dall'interpretazione: geroglifici dell'isteria, blasoni della fobia, labirinto della nevrosi ossessiva. I sintomi sono scritture che attendono di essere decifrate. Lettere rimaste in giacenza non essendo state lette e decifrate.
Il terzo paradosso del rapporto del linguaggio con la parola è quello del soggetto precluso dal discorso della scienza. Essa non lascia alcun posto alla parola del soggetto, ridotto così al silenzio. Divenuto oggetto di osservazione e di misura. La neuroimmagine si sostituisce alla parola del soggetto. Maschera di ferro messa sulla verità del soggetto. Lacan mostra quanto, a voler ridurre la psicoanalisi a una teoria dell'io, essi non facciano che rinforzare il «muro del linguaggio che si oppone alla parola.» L'oggettivazione della scienza, che fa tacere il soggetto, si oppone così radicalmente alla psicoanalisi che invita il soggetto a parlare facendosi docile alla sua soggettività.
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