Dominique Holvoet L'autismo, a partire dal lavoro di Rosine e Robert Lefort, costituisce senza dubbio la categoria clinica fondamentale del campo aperto da Freud, se lo si vuole ammettere come lo statuto nativo del soggetto. Ma ciò è possibile a condizione di percorrere il cammino dall'inconscio strutturato come un linguaggio fino all'inconscio abitato da lalangue. E senza dubbio occorre aggiungere «il cammino di andata e ritorno». Poiché non si tratta di lasciare che ciascuno parli da solo, abitato dalla propria lalangue. Lacan ci indica la via formulando che «lalangue è un problema comune¹». Come accompagnare il soggetto autistico affinché possa «creare un raccordo con il soggetto della catena significante e lasciarsi scivolare nella lingua comune²»? Il cambiamento a cui mira l'operazione analitica con l'autistico consiste nell’offrirgli l'occasione di aprirsi all'Altro senza che abbia l'impressione di perderci troppo. Aprirsi all'Altro implica aprirsi al senso — che è proprio ciò che l'autistico non si arrischia a fare, a meno che non vi trovi serie garanzie. In questo consiste la costruzione del bordo autistico, attraverso cui il margine di rapporto con l'Altro diventa tollerabile. Informarsi attraverso le testimonianze degli autistici permette di imparare da loro che il senso è sempre equivoco, e che conduce a far vacillare ogni consistenza. Di conseguenza, il pericolo maggiore per il soggetto autistico è proprio quello di perdere il controllo del proprio corpo, del proprio essere e della propria inscrizione nel mondo. Per questo, come indica Jacques-Alain Miller, l'assenza di controllo «ritorna nella forma pluralizzata di quelle regole assolute e d quegli ordinamenti rigidi ai quali tutte le testimonianze mostrano che l'autistico aspira³». Troviamo qui ciò che motiva il tratto essenziale della difesa autistica dell'immutabilità, questa famosa sameness che J.-A. Miller propone di tradurre con «medesimezza». Il secondo termine di Kanner, aloneness, che egli traduce con «solitudine», appare qui come la conseguenza di questo potente desiderio di medesimezza. Nella prefazione che redige all'opera di Jean-Claude Maleval, questa necessità imperativa conduce J.-A. Miller a stabilire la tesi della preclusione del significante-padrone come ciò che specifica la differenza autistica. Riprende così la tesi dei Lefort, citata da J.-C. Maleval, secondo cui «il cardine del significante-padrone iniziale, l'S₁, è precluso⁴».
Si osserva così, in numerosi soggetti, la reiterazione di un S₁ senza Altro, in forme limitate o estremamente sofisticate, ma che testimoniano sempre di una fissità inesorabile. Nelle istituzioni che, per accompagnare gli autistici, si riferiscono all'insegnamento di Lacan, si utilizza frequentemente il termine di metonimia per far valere questa reiterazione. Ma forse è un po' eccessivo: non vi è metonimia perché non vi è scivolamento del significato sotto il significante. Non vi è concatenazione, non c’è nessuna catena significante, ma pura successione di un medesimo S₁ che si dispiega fuori-senso. In movimento perpetuo, eppure immutabile, la reiterazione autistica «compensa dialetticamente il caos che consegue all’annientamento, al suo posto, del significante-padrone, notato (S₁)⁰»⁵. In assenza di un S₁ incardinato nel corpo, il richiamo al senso non risulta spezzato, ma chiuso; non vi è appello all'Altro. Ci sono soltanto l’Un-corpo, lalangue e la scrittura di un Uno a formare un treppiede su cui appoggiarsi per introdursi al modo di vita autistico e incontrarlo. Per questo mi è apparso da tempo evidente che solo l'ultimo insegnamento di Lacan ci fornisce le coordiante più solide per rispondere all'enigma che gli autistici possono rappresentare nella clinica psicoanalitica. In Lacan troviamo uno sforzo notevole per passare dall'inconscio strutturato come un linguaggio all'inconscio abitato da lalangue. Il nostro lavoro con gli autistici sembra allora consistere nell'immaginarne il tragitto inverso: poiché lalangue è un problema comune, è compito del clinico permettere la messa a punto di una lingua privata. Solo allora si può aprire un possibile rapporto con l’Altro. 1. Lacan J., Le Séminaire, livre XXIV, « L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre », leçon du 19 avril 1977, Ornicar?, n°17‑18, printemps 1979, p. 13. 2. Laurent É., « Retour sur la forclusion du S1 », Quarto, n°141, décembre 2025, p. 79. 3. Miller J.-A., « Préface », in Maleval J.-C. , La Différence autistique, Paris, PUV, 2021, p. 13. 4. Ibid. 5. Ibid. Fonte: L'Hebdo-blog n° 397
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