Alice Viterbo Nella sua conferenza tenuta a Ginevra sul sintomo, alla domanda che gli viene posta sull’ermetismo dei bambini autistici, Jacques Lacan risponde: non è perché non li si sente che non parlino; anzi, sarebbero piuttosto “verbosi”. Lacan sembra inizialmente rimandare al fatto che l’autistico si protegge dal verbo. Questi soggetti sono effettivamente presi nel linguaggio ma, senza la mediazione di un Altro costituito a livello simbolico, il verbo li colpisce direttamente. La dimensione verbosa di questi soggetti non si ritrova tuttavia anche nel loro rapporto stesso con la parola? Il dizionario dell’Accademia francese indica che verboso si dice di qualcuno che si esprime con un’eccessiva abbondanza di parole, che parla molto per dire poco. Così, un giovane soggetto, seguito al CMP da diversi anni, arriva in seduta accompagnato da un oggetto: un foglio che elenca le linee di autobus che prende e il cui percorso si è recentemente interrotto perché il suo titolo di trasporto non ha potuto essere rinnovato. A partire da brevi domande riguardanti questo foglio, risponde con un uso del linguaggio molto singolare, attraverso poche “mattonelle” di parole o frammenti di frasi che sembrano usciti dal dizionario o da manuali: unità fisse, senza possibilità di scomposizione al loro interno, ma anche distinte le une dalle altre, senza articolazione diretta tra loro.
Questa originale modalità espressiva ci sembra rientrare in una difesa che il soggetto trova di fronte all’invasione del verbo, cercando di farne tacere il rumore. Dove parlare in nome proprio resta troppo pericoloso, egli passa attraverso giri indiretti per tenere a distanza ciò che lo riguarda troppo direttamente. Questi giri necessari non sono forse, in un certo senso, ciò che rimanda a quel che Lacan chiama il lato verboso del discorso dell’autistico? Questo soggetto ci insegna così che dovrà prima isolare un oggetto di cui potrà parlare solo in seguito, a condizione di non esserne coinvolto troppo da vicino. Che gli autistici siano verbosi implica anche che c’è qualcosa da ascoltare. Si tratta quindi di non occuparsi direttamente di loro., Non è raro infatti che il paziente si chiuda istantaneamente e si irrigidisca non appena ciò che enuncia viene interpretato dal clinico come una domanda alla quale si dovrebbe rispondere. Questa posizione assume la forma di una volontà feroce, e per questo soggetto se ne protegge con il mutismo. Piuttosto che orientarsi a partire dal registro della domanda, l’autistico può parlare facendosi partner della decifrazione di ciò che gli accade. Si tratta di partire da ciò che porta, e di seguirne i meandri, rispettando così la sua modalità di parola pur preservando il fatto che lo riguarda. Per ascoltare questi soggetti bisogna dunque saper essere sordi noi stessi — sordi per il fatto di essere presi nel linguaggio. Éric Laurent insegna così che, come condizione preliminare al lavoro con i soggetti autistici, c’è qualcosa da far tacere in se stessi. Far tacere non rimanda forse a quel rumore interiore che rende sordi al lavoro del soggetto? Se questa posizione imposta dalla clinica dell’autismo non le è specifica, si mostra però qui particolarmente nuda a causa degli effetti maggiori suscitati dalla benché domanda. Si può allora desiderare una riduzione del lato verboso dell’autistico e proporgli un sostituto per comunicare più facilmente? Credere a un possibile cortocircuito equivarrebbe a supporre già noto ciò che viene incontrato. I momenti di devastazione sarebbero allora solo capricci. Le crisi o l’aggressività non testimoniano invece l’incontro con qualcosa che colpisce l’autistico e che diventa un mistero per lui stesso? 1. Lacan J., « Conférence à Genève sur le symptôme », texte établi par J.‑A. Miller, La Cause du désir, n° 95, avril 2017, p. 17. 2. Lacan J., « Allocution sur les psychoses de l’enfant », Autres écrits, Paris, Seuil, 2001, p. 367. 3. Laurent É., La Bataille de l’autisme. De la clinique à la politique, Paris, Navarin, 2012, p. 98. 4. Ibid., p. 97. Fonte: L'Hebdo-Blog n° 397
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