Foto di Deborah Ramo Il libro Incontri psicoanalitici, che contiene le conferenze tenute da Marco Focchi a Plovdiv, esce questi giorni in bulgaro. In occasione della presentazione si è tenuto a Plovdiv un dibattito di cui diamo qui un estratto Marco Focchi È un piacere per me essere di nuovo a Plovdiv, città che ho imparato ad amare nei momenti un cui vi sono stato in occasione dei nostri comuni momenti di lavoro. Ringrazio gli amici bulgari per avermi invitato e per aver dato spunto a questo incontro attraverso la pubblicazione del libro di cui discutiamo oggi. È un libro che nasce da una collaborazione e, direi di più, da un’amicizia che dura ormai da diversi anni, e un ringraziamento particolare va a Yordana Hristozova, che è stata l’animatrice di questo ciclo di conferenze. Ci siamo incontrati a Milano dieci anni fa, a da allora si è creata una sinergia scaturita dall’affinità dei nostri interessi, dagli obiettivi comuni e, non ultimo, dalla reciproca simpatia personale. Da qui è nato un ricco scambio tra i nostri due paesi su un argomento oggi più che mai centrale come quello della psicoanalisi. Vorrei sottolineare infatti l’importanza sia clinica sia politica della psicoanalisi in un momento oggi in cui in Europa da molti punti di vista è messa sotto attacco. Penso in particolare alla situazione che stanno affrontando i nostri colleghi francesi, dato che in Francia si sono susseguite in Senato proposte di legge di contenuto avverso alla psicoanalisi, proposte che puntano sia al definanziamanto delle cure psicoanalitiche, sia al passaggio di tutto il settore della salute mentale sotto il giogo di cosiddetti Centri esperti, con l’obiettivo di rivoluzionare la classificazione dei disturbi mentali, andando oltre i sintomi e basandosi su dimensioni neurobiologiche e comportamentali osservabili, integrando vari livelli di informazione (genetica, circuiti cerebrali, comportamento) in un framework di ricerca mirato a sviluppare approcci futuri più incentrati sulla biologia e sul funzionamento dei sistemi umani. Ora, un capitolo del libro che presentiamo oggi, un capitolo scritto da Yordana, è dedicato proprio a un’esplorazione della nozione di sintomo e alla sua centralità nella prospettiva psicoanalitica, e Lacan, nell’ultima fase del suo insegnamento ha particolarmente valorizzato la funzione del sintomo, presentandolo non semplicemente come disturbo, ma come supplenza, se non addirittura come alternativa alla funzione normativa del Nome-del-Padre.
Il sintomo in questo senso equivale alla pulsione, alla pulsione nella vicissitudine della sublimazione, come diceva Freud. Nell’ultimo insegnamento di Lacan prendono importanza termini che nella prima fase non comparivano, come pulsione, godimento, reale, tutti termini che non sono in nessun modi riducibili alla biologia, ai circuiti cerebrali e a meccanismi neurobiologici e comportamentali. Nell’epoca attuale siamo infatti di fronte a una straordinaria offensiva del pensiero neopositivista e scientista, alla tendenza a ridurre tutto all’osservabile, all’oggettivabile, al calcolabile. La psicoanalisi si trova a essere così l’ultimo bastione della soggettività, del carattere singolare di ogni persona, dell’irriducibilità dell’individuo al suo funzionamento biologico. La psicoanalisi del tempo di Freud è stata la prima a riconoscere non solo ‘esistenza di una sessualità infantile, ma anche l’esistenza di un desiderio femminile che prima veniva recluso nelle manifestazioni dell’isteria. Possiamo dire in questo senso che la psicoanalisi è una pratica di liberazione, ieri come oggi, perché ciò che sta al suo centro non è tanto una tecnica, quanto piuttosto un’etica. Il che significa mettere al centro le scelte del soggetto, non i suoi meccanismi, il suo desiderio, non le sue determinazioni fisiologiche. Nelle consulenze che ho fatto per diversi anni in una scuola e elementare, e la cui esperienza è narrata in una capitolo del libro, ho sempre cercato di assolvere alle consegne che la scuola mi chiedeva, cioè di risolvere blocchi che i bambini potevano in alcuni frangenti presentare, ma ho potuto farlo grazie prospettiva datami dai principi della psicoanalisi, dallo sguardo sulle relazioni con la famiglia, dalla considerazione delle aspettative, dei desideri, delle complesse interazioni che in ogni essere umano inquadrano i suoi desideri e le sue domande. Nelle psicoterapie mimetiche delle scienze si adottano delle tecniche, per esempio l’esposizione con prevenzione della risposta, che è un po’ come una specie di training atletico per trattare il cosiddetto Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). Consiste nell'esporre gradualmente il paziente a pensieri, immagini o situazioni temute (ossessioni) e impedirgli di mettere in atto i rituali abituali (compulsioni), per insegnargli a tollerare l’ansia. Ma non è questo il punto. Se prendiamo il punto di vista del soggetto vediamo che nella nevrosi ossessiva la domanda assume una forma “anale”, caratterizzata da ritenzione e differimento indefinito della meta. Questo porta a situazioni in cui il godimento dell’attesa prevale sulla realizzazione, vissuta invece come perdita o distruzione dell’oggetto. Poiché questa domanda resta fuori dalla dialettica con l’Altro, il Superio acquisisce un ruolo centrale. La sua azione emerge nel tipico bisogno dell’ossessivo di chiedere il permesso: a differenza dell’isterico, che vive il desiderio nella logica della trasgressione, l’ossessivo si colloca nella logica del merito e della subordinazione al dovere. Solo dopo aver “fatto ciò che deve”, può autorizzarsi al godimento grazie al riconoscimento dell’Altro. Questa dinamica si traduce nella logica dell’exploit: l’ossessivo lavora con scrupolo, si accolla compiti pesanti, accumula meriti, tutto per ottenere simbolicamente un permesso. Ma ciò che realmente desidera resta altrove, non coincide con le prestazioni che produce. La vacanza tanto attesa, per esempio, risulta deludente: ciò che conta è la legittimazione dell’Altro, non il godimento in sé. È solo un esempio che serve a mostrare la divaricazione, che si sta aprendo nella nostra epoca, tra una linea di pensiero dominante orientata essenzialmente sul visibile, sul disponibile, e per la quale l’inconscio, con il suo carattere evasivo non ha nessuna legittimità, e una dove il linguaggio, con tutte le sue implicazioni, prima tra tutte gli effetti inconsci con i loro correlati: la domanda, il desiderio, la pulsione, permette di cogliere gli indizi di quel che avviene sottotraccia, di quel che non è riducibile all’evidence based. I casi clinici presentati nel libro direi che sono esempi brillanti di questa seconda linea, e mostrano chiaramente la direzione che con la psicoanalisi prendiamo permettendo di mettere in gioco quelle che sono le varie sfumature del fattore umano. Quando diciamo “fattore umano” usiamo un’espressione diametralmente opposta a quella di “materiale umano”, coniata in anni di fosca memoria, e che insieme a quella di “ingegneri dell’anima”, esperti a cui i totalitarismi avevano affidato il compito di forgiare l’uomo nuovo, può oggi descrivere adeguatamente i nuovi cantori dello scientismo psicoterapeutico.
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Dicembre 2025
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